Polonia, l'attivista Justyna Wydrzynska condannata per aver aiutato una donna ad abortire
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni"Colpevole". Nel primo, scandaloso processo in Europa per assistenza all'aborto, l'attivista polacca Justyna Wydrzynska è stata condannata a otto mesi di lavori socialmente utili. Rischiava tre anni di carcere. D'ora in poi avrà la fedina penale sporca per aver aiutato una donna, Ania, a procurarsi la pillola di nascosto dal marito violento e oppressivo.
Diciassette anni fa, Wydrzynska si era ritrovata in una situazione analoga. Già madre di tre figli, sposata con un uomo violento, quando era rimasta di nuovo incinta aveva deciso di ricorrere all'interruzione di gravidanza. "I miei tre bambini erano terrorizzati dal padre" ci ha raccontato al telefono durante un'…
"Colpevole". Nel primo, scandaloso processo in Europa per assistenza all'aborto, l'attivista polacca Justyna Wydrzynska è stata condannata a otto mesi di lavori socialmente utili. Rischiava tre anni di carcere. D'ora in poi avrà la fedina penale sporca per aver aiutato una donna, Ania, a procurarsi la pillola di nascosto dal marito violento e oppressivo.
Diciassette anni fa, Wydrzynska si era ritrovata in una situazione analoga. Già madre di tre figli, sposata con un uomo violento, quando era rimasta di nuovo incinta aveva deciso di ricorrere all'interruzione di gravidanza. "I miei tre bambini erano terrorizzati dal padre" ci ha raccontato al telefono durante un'intervistata per il Venerdì, tra un'udienza e l'altra di questo incredibile processo. Justyna decise di procurarsi una pillola abortiva, divenne un'attivista e fondò più tardi "Abortion Dream Team", per aiutare le donne ad andare all'estero o a procurarsi il farmaco. Ma - paradossi della legge polacca - se inghiottire la pillola non è contro la legge, rendersi "complice" di chi usa il farmaco lo è.
Le minacce di un marito violento
Nella Polonia neo-oscurantista di "Diritto e Giustizia", Justyna è stata contattata un giorno da una donna, Ania, che viveva un dilemma simile al suo. Il marito le controllava le mail, il telefono, era ossessivo e violento. E quando capì che lei voleva andare all'estero, che non voleva portare avanti la gravidanza, l'uomo minacciò di denunciarla per rapimento, se avesse portato il loro figlio di due anni con sé. Lei, disperata, si rivolse di nuovo ad "Abortion Dream Team". E Justyna le spedì per posta la pillola abortiva.
Ad oggi Justyna non sa se la donna fosse stata anche stuprata dal marito. "Non lo chiediamo mai alle donne che ci contattano. Mentre so per certo che il marito è un uomo violento e possessivo, che le controllava le telefonate, i messaggi, le email, so che la seguiva, che la soffocava. E io so cosa significa quando un uomo ti controlla così, quando è così paranoico. Ormai conosco l'effetto che fa sulle donne, so che è difficile per loro anche solo parlare". Ma a un certo punto il compagno deve aver capito che qualcuno la stava aiutando e l'ha denunciata. "Un giorno lei è tornata a casa e si è trovata tre agenti che le urlavano contro: c'era il bambino di due anni lì e la donna voleva evitare che si spaventasse. Insomma ha consegnato il pacco alla polizia. Sul plico non c'era il mio indirizzo, ma all'interno le avevo scritto il mio numero di telefono, in caso le servisse aiuto. E dunque mi hanno rintracciata subito. E in ogni caso è un bene che abbiano denunciato me, che sono un'attivista. Perché almeno io so come proteggermi".
Le proteste delle ong
Amnesty international e Human Rights Watch avevano chiesto al ministero della Giustizia polacco di cancellare il processo, di lasciare cadere le accuse contro Justina Wydrzynska. Il giudizio di Hillary Margolis, attivista di Human Rights Watch, era stato netto: "Trascinare un'attivista dei diritti civili in tribunale con l'accusa di aiutare una vittima di violenze domestiche dimostra quanto il governo della Polonia sia ormai disposto a spingersi nella sua crociata per fermare le donne nell'esercizio dei loro diritti riproduttivi".
Dopo la condanna di oggi, Irene Donadio, esponente dell'ong a protezione delle donne Ippf (International Planned Parenthood Federation), si dice "profondamente rattristata dalla decisione e indignata per il processo. Condannare una persona per un atto di empatia e compassione verso un altro essere umano è inconcepibile".