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Rubli, scandali e veleni: così si è disgregata l'opposizione in Russia

(ansa)

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I liberali Sobchak e Venediktov accusati di aver preso soldi per promuovere il sindaco di Mosca. Guai anche per il braccio destro di Navalny
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Neppure l'offensiva di Vladimir Putin contro l'Ucraina è riuscita a compattare la già fragile e disgregata opposizione "non sistemica" russa, quella autentica, ma tenuta fuori dalle stanze del potere e ora costretta all'esilio e minacciata da arresti in caso di rimpatrio. Anzi, sta creando fratture sempre più insanabili. Tanto che l'Fsb di base in piazza Lubjanka non deve far altro che sedersi lungo le rive della Moscova e aspettare che prima o poi passino i cadaveri dei suoi nemici. Ci stanno pensando loro a farsi fuori a vicenda.

È cominciato tutto con un'inchiesta di Fbk, la Fondazione anti-corruzione dell'oppositore in carcere Aleksej Navalny, protagonista dell'omonimo documentario premiato con l'Oscar domenica notte. Il suo team di collaboratori in esilio oramai da due anni ha indagato sui miliardi di rubli spesi per promuovere l'immagine del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin.

A intascarli non sarebb…

Neppure l'offensiva di Vladimir Putin contro l'Ucraina è riuscita a compattare la già fragile e disgregata opposizione "non sistemica" russa, quella autentica, ma tenuta fuori dalle stanze del potere e ora costretta all'esilio e minacciata da arresti in caso di rimpatrio. Anzi, sta creando fratture sempre più insanabili. Tanto che l'Fsb di base in piazza Lubjanka non deve far altro che sedersi lungo le rive della Moscova e aspettare che prima o poi passino i cadaveri dei suoi nemici. Ci stanno pensando loro a farsi fuori a vicenda.

È cominciato tutto con un'inchiesta di Fbk, la Fondazione anti-corruzione dell'oppositore in carcere Aleksej Navalny, protagonista dell'omonimo documentario premiato con l'Oscar domenica notte. Il suo team di collaboratori in esilio oramai da due anni ha indagato sui miliardi di rubli spesi per promuovere l'immagine del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin.

A intascarli non sarebbero stati soltanto propagandisti filo-governativi come la direttrice di Rt, ex Russia Today, Margarita Simonjan, ma anche figure liberali come l'ex candidata presidenziale Ksenia Sobchak e Aleksej Venediktov, direttore di Eco di Mosca, la radio chiusa un anno fa dalla censura. Non era la prima volta che i due finivano nel mirino del team di Navalny.

Quando Sobchak, presunta figlioccia di Putin e figlia del suo mentore politico, si era candidata alle presidenziali nel 2018, l'escluso Navalny la aveva tacciata di essere un fantoccio scelto dal Cremlino per rendere più credibile il voto. Mentre nel 2021 Navalny e i suoi avevano inserito Venediktov nella loro "Lista di funzionari corrotti e guerrafondai" accusandolo di aver aiutato il regime a falsificare i risultati delle elezioni moscovite promuovendo il voto elettronico.

Stavolta lo scapigliato ex direttore ha confermato di aver ricevuto circa 700 milioni di rubli (8,35 milioni di euro) per pubblicare una serie di articoli sui vari distretti di Mosca sulla sua rivista Diletant, ma ha precisato di non averci "guadagnato un copeco" e di aver interrotto quella che considerava comunque "un'eccellente iniziativa didattica" quando nell'aprile 2022 è stato etichettato come "agente straniero", marchio d'infamia con cui sono stati bollati tutti gli oppositori. "Lascio tutte le insinuazioni, ipotesi e supposizioni sulle coscienze di coloro che insinuano, ipotizzano e suppongono", ha scritto l'8 marzo su Facebook.

Ma il giorno dopo ha ricambiato il fuoco pubblicando una lettera datata 14 ottobre 2022 indirizzata all'Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che chiedeva la revoca delle sanzioni contro il banchiere Mikhail Fridman e altri azionisti del suo consorzio Alfa-Group. "Non crediamo - si leggeva - che sia in qualche modo collegato al regime di Putin". Una palese forzatura. Perché se è vero che un anno fa Fridman ha preso le distanze dall'offensiva contro Kiev, in precedenza ha più volte accettato i soldi e i favori della presidenza russa. In testa alle firme c'era quella di Leonid Volkov, braccio destro di Navalny e direttore di Fbk.

Volkov ha provato goffamente a smentire il suo coinvolgimento sostenendo che la sua firma era stata "inserita con Photoshop", ma alla fine ha dovuto riconoscere il suo "grande errore politico" e persino annunciare una "pausa" da Fbk e dalle sue attività pubbliche dicendo di aver "abusato della sua autorità" siglando la lettera a nome di tutta la Fondazione anti-corruzione.

"Non dobbiamo però dimenticare la cosa principale: da più di un anno c'è un conflitto criminale, folle, su vasta scala, lanciato da Putin, e non c'è niente al mondo di più importante che porre fine a questa offensiva, cosa che può essere fatta soltanto sconfiggendo Putin", ha scritto Volkov. Un ravvedimento tardivo, secondo molti esponenti dell'opposizione, dall'ex tycoon del petrolio e oligarca in esilio Mikhail Khodorkovskij che ha accusato Fbk di aver lanciato una deleteria "caccia alle streghe" al politologo Kirill Rogov che ha deplorato quella che ha chiamato una "vendetta" contro Venediktov.

Intanto la pubblicazione della lettera a Borrell ha fatto altre vittime collaterali. Tra i firmatari c'erano anche il giornalista indipendente Sergej Parkhomenko, la fondatrice di Tv Dozhd Natalia Sindeeva, il politico Leonid Gozman ed Elena Zhemkova, direttrice esecutiva di Memorial, l'ong insignita del Nobel per la pace nel 2022, che si è dovuta scusare per aver firmato a nome dell'organizzazione e non a titolo personale.

Sarcastico il commento di Abbas Galljamov, ex autore di discorsi di Putin, oggi all'opposizione: "È positivo che, pubblicando l'inchiesta, la squadra di Navalny sia riuscita a provocare una faida tra i liberali. Dio non voglia che qualcuno pensi che siano capaci di unirsi!".

Amara la giornalista investigativa Evgenja Albats: "Tutta Lubjanka sta godendosi lo spettacolo. Suvvia, liberali! C'è una guerra. Putin va all'attacco e voi rispondete gettandovi fango l'un l'altro". Il rischio è che, se mai Putin cadesse o si facesse da parte in vista delle presidenziali 2024, non ci sarebbe nessuna solida alternativa democratica. E i suoi accoliti avrebbero campo libero.