Iran, libera dopo 4 anni l'attivista Sepideh Qoliyan. Esce dal carcere senza velo e sfida Khamenei
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoLa veste grigia e gialla, i fiori tra i capelli lunghi, senza il velo ancora obbligatorio per le donne in Iran, il bouquet rosso tra le braccia, una rosa tra le mani: dopo quattro anni e sette mesi di prigione, Sepideh Qoliyan attraversa le porte del famigerato cercare di Evin sorridente, all'apparenza quasi baldanzosa, di certo indomita nella sua battaglia per la libertà: "Khamenei, il malvagio sovrano, sarà sepolto sotto terra!", urla.
Non ha visto nulla Sepideh delle proteste iraniane di questi mesi, delle ragazze sue coetanee, e anche più giovani, alla guida di un movimento spontaneo che chiede la democrazia. Ma sapeva tutto: "Questa volta sono uscita sperando nella libertà per l'Iran!", ha scritto su Twitter subito dopo il rilascio rivolgendo subito il pensiero agli altri prigionieri politici. "Spero nel rilascio dei miei cari Sepideh Kashani, Nilofar Bayani, Zahra Zahtabchi, Bahare Hedayat, Golrokh Iraei, Nahid Taqavi…
La veste grigia e gialla, i fiori tra i capelli lunghi, senza il velo ancora obbligatorio per le donne in Iran, il bouquet rosso tra le braccia, una rosa tra le mani: dopo quattro anni e sette mesi di prigione, Sepideh Qoliyan attraversa le porte del famigerato cercare di Evin sorridente, all'apparenza quasi baldanzosa, di certo indomita nella sua battaglia per la libertà: "Khamenei, il malvagio sovrano, sarà sepolto sotto terra!", urla.
Non ha visto nulla Sepideh delle proteste iraniane di questi mesi, delle ragazze sue coetanee, e anche più giovani, alla guida di un movimento spontaneo che chiede la democrazia. Ma sapeva tutto: "Questa volta sono uscita sperando nella libertà per l'Iran!", ha scritto su Twitter subito dopo il rilascio rivolgendo subito il pensiero agli altri prigionieri politici. "Spero nel rilascio dei miei cari Sepideh Kashani, Nilofar Bayani, Zahra Zahtabchi, Bahare Hedayat, Golrokh Iraei, Nahid Taqavi e di tutti i prigionieri politici, in particolare delle donne detenute".
Qoliyan, 28 anni, è una delle più note attiviste sindacali iraniane, cittadina e giornalista, come ama definirsi: fu arrestata alla fine del 2018 dopo aver sostenuto le proteste dei lavoratori della raffineria di zucchero Haft Tapeh di Shush, nel Khuzestan, la provincia petrolifera nel Sud Ovest dell'Iran da cui viene anche lei.
Gli operai non ricevevano gli stipendi da mesi, la battaglia fu durissima, ed ebbe eco internazionale: decine di lavoratori furono arrestati compresa Qoliyan che all'epoca aveva 23 anni e raccontava le loro lotte. Rilasciata su cauzione fu di nuovo messa in cella e condannata perché aveva denunciato abusi e torture in prigione durante la detenzione. I suoi diari dal carcere, raccolti da Amnesty International e pubblicati prima in persiano e poi in inglese dal sito Iran Wire furono tradotti in Italia grazie all'associazione Librerie in Comune di Udine e al Festival Vicino/Lontano.
"Ci picchiano da mezzogiorno alle 10 di sera. Temo che non resterò in vita. Dire che sono terrorizzata non basta a esprimere ciò che provo", raccontò Qoliyan. L'attivista si è rifiutata di chiedere la grazia a Khamenei, ed è stata anche una delle prime dal carcere a denunicare gli abusi sessuali sulle detenute oltre al ruolo oscuro negli interrogatori di una giornalista della tv pubblica iraniana. "La signora Ameneh Sadat Zabihpour era presente nella stanza degli interrogatori con un testo preparato per noi, da leggere dopo che ero stata sottoposta a ore di torture fisiche e psicologiche per estorcermi una confessione", denunciò Qoliyan che ha anche citato in giudizio Sadat Zabihpour, ma ha finito per pagare con altri 8 mesi di cella per diffamazione.
Durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, e con l'esplosione del movimento Donna, Vita, Libertà, Sepideh scrisse una lettera dal carcere pubblicata dalla Bbc. "Nel quarto anno della mia prigionia posso finalmente sentire i passi della liberazione da tutto l'Iran. Gli echi di ‘Donna, vita, libertà' possono essere ascoltati anche attraverso le spesse mura della prigione di Evin".
L'attivista denunciava botte e torture in carcere, sui ragazzi arrestati durante le proteste, descriveva le urla che attraversano le stanze della prigione. Si soffermava anche sugli abusi riservati a lei anni prima. Nel 2018 "mi ha interrogato una donna, credevo che sarebbe stato meglio, almeno non mi avrebbe aggredito sessualmente. Invece, ha preso a calci la gamba e ha gridato ‘tu puttana comunista, con chi sei andata a letto? Scrivilo su questo foglietto".
La lettera si concludeva però con speranza. "Oggi i suoni che sentiamo per le strade di Marivan, Izeh, Rasht, Sistan e Balouchestan e in tutto l'Iran sono più forti dei suoni nelle stanze degli interrogatori, questo è il suono di una rivoluzione, il vero suono della donna, della vita, della libertà".