In Nicaragua non si hanno più notizie di Rolando Álvarez, il vescovo che lotta contro la dittatura
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoNon si hanno più notizie del vescovo di Matagalpa, città nel centro del Nicaragua, da sempre cuore delle proteste contro il regime di Daniel Ortega. Piccolo e agile, 56 anni, voce critica della dissidenza, monsignor Rolando Álvarez è il nuovo martire della durissima repressione inflitta dall’ex guerrigliero diventato dittatore contro ogni forma di opposizione. È stato condannato a 26 anni di carcere duro. Isolato, chiuso in una cella senza finestre. Le ultime sue parole risalgono all’agosto scorso quando, dopo un mese di assedio della canonica, dove il prelato era rifugiato assieme ad altri cinque sacerdoti e un seminarista, la polizia ha fatto irruzione e li ha tutti arrestati. “Signore, Signore…”, si leggeva sul sito della curia dove padre Rolando esprimeva la sua angoscia per le violenze a cui erano sottoposti i cittadini. “Vengo da una lunga notte. Sto uscendo dalle acque salate. Sii misericordioso. La so…
Non si hanno più notizie del vescovo di Matagalpa, città nel centro del Nicaragua, da sempre cuore delle proteste contro il regime di Daniel Ortega. Piccolo e agile, 56 anni, voce critica della dissidenza, monsignor Rolando Álvarez è il nuovo martire della durissima repressione inflitta dall’ex guerrigliero diventato dittatore contro ogni forma di opposizione. È stato condannato a 26 anni di carcere duro. Isolato, chiuso in una cella senza finestre. Le ultime sue parole risalgono all’agosto scorso quando, dopo un mese di assedio della canonica, dove il prelato era rifugiato assieme ad altri cinque sacerdoti e un seminarista, la polizia ha fatto irruzione e li ha tutti arrestati. “Signore, Signore…”, si leggeva sul sito della curia dove padre Rolando esprimeva la sua angoscia per le violenze a cui erano sottoposti i cittadini. “Vengo da una lunga notte. Sto uscendo dalle acque salate. Sii misericordioso. La solitudine è un alto muro che chiude tutti i miei orizzonti. Alzo gli occhi e non vedo niente. I miei fratelli mi hanno voltato le spalle e se ne sono andati. Tutti se ne sono andati”.
La deportazione dei 222 prigionieri
Da quel momento i messaggi si sono interrotti. La voce che tutti ascoltavano, che dava conforto e speranza, si è spenta. Il vescovo è stato messo agli arresti domiciliari a casa di alcuni parenti. È stato formalmente accusato di tradimento. Come tanti altri. Poi, improvvisamente, il 9 marzo scorso gli sgherri del regime di sono presentati in casa e gli hanno annunciato che sarebbe stato liberato. Ha chiesto dove e in che modo. Aveva annusato la trappola. Nelle stesse ore altri 222 prigionieri politici venivano prelevati delle celle e infilati su dei bus. Persone diverse, con profili differenti. Tutti oppositori. Ex dirigenti sandinisti, compagni di lotta dello stesso Ortega, docenti universitari, ex presidenti, leader politici, intellettuali ma anche contadini e operai. Non sapevano dove sarebbero finiti. Lo hanno scoperto strada facendo: venivano deportati negli Usa, a Washington, e privati della cittadinanza nicaraguense.
Il vescovo ha rifiutato di imbarcarsi sull’aereo in partenza da Managua. “Lasciateli liberi”, ha detto agli agenti, “pago la loro pena”. Daniel Ortega si è infuriato. Ha ordinato di trasferirlo nel carcere La Modelo, un famigerato centro di detenzione e di tortura a 20 chilometri dalla capitale. “Si rifiuta di essere messo nella stessa cella dove ci sono centinaia di prigionieri”, aveva tuonato alla tv pubblica. “Quanta arroganza, chi si crede di essere? È solo un uomo comune”. Il satrapo del Nicaragua sapeva che non era così. Lo considerava una bestia nera, il sacerdote che gli aveva fatto naufragare il subdolo tentativo di riavvicinarsi alla Chiesa. Ortega ci aveva provato, spinto da un perfido calcolo politico, con il cardinale Miguel Obando y Bravo. Era stato il suo acerrimo nemico negli Anni 80. Ma dopo che era stato deposto da Giovanni Paolo II dall’arcidiocesi di Managua, lo aveva accolto sotto la sua ala e trasformato in consigliere spirituale. Fu proprio il cardinale a celebrare le nozze tra l’ex guerrigliero e la sua storica compagna Rosario Murillo. Ma quando il leader sandinista tornò al potere e scatenò la sua ondata repressiva, Obando si schierò con la popolazione. Una volta morto l’alto prelato i rapporti con la Chiesa si sono incrinati in modo irreparabile.
La Chiesa come primo nemico
Viene espulso il vescovo Pablo Vega, altri sacerdoti e preti mandati in esilio. Il mondo cattolico diventa il principale nemico della coppia presidenziale. “La Chiesa si è allontanata dal popolo, ha perso il suo gregge”, denunciava in continuazione Ortega. Quindi prende di mira Rolando Álvarez: il responsabile della curia di Matagalpa aveva avuto il coraggio di accogliere centinaia di studenti e madri presi a fucilate durante la protesta sociale del 2018. Erano scampati alla strage: nelle strade si contavano oltre 300 morti. Il vescovo denunciò quanto accadeva. Lo faceva nei sermoni, nei suoi post sui social, nelle preghiere che ogni sera lanciava dalle radio ecclesiastiche.
Ortega gli ha fatto terra bruciata. Ha arrestato decine di sacerdoti, chiuso ogni emittente legata alla Chiesa, cacciato dal Paese perfino le suore di Madre Teresa di Calcutta. Ha sbarrato le università cattoliche e gli istituti dei gesuiti. Ha definito il Vaticano “covo di mafiosi amici di Mussolini e Hitler”. Ma non è risuscito a far tacere il vescovo di Matagalpa. Lo ha assediato per mesi, preso per fame, senza corrente elettrica, con l’acqua potabile tagliata. Il vescovo ha resistito. Era un esempio da piegare. Lo ha arrestato, processato, condannato per “cospirazione per minare l’integrità nazionale e diffusione di false notizie”. Il Vaticano ha taciuto. Voleva evitare altri contraccolpi. Ma domenica scorsa, di fronte, a questa schiera vendetta, Papa Francesco ha reagito. “Le notizie che mi arrivano dal Nicaragua”, ha detto all’Angelus, “mi hanno rattristato molto. Non posso fare a meno di ricordare con preoccupazione monsignor Rolando Àlvarez, a cui tengo molto, condannato a 26 anni di carcere. Prego per lui e tutti le altre persone deportate negli Usa”. Ortega ha risposto chiudendo la Curia di Managua. Sul vescovo è calato il silenzio assoluto. È inghiottito nel buco nero della sua cella. Secondo il regime, ci dovrebbe restare fino al 2049.