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Il premier libanese Najib Mikati: "Barconi di migranti anche dal Libano, l'Europa combatta i trafficanti"

Il premier libanese Najib Mikati: "Barconi di migranti anche dal Libano, l'Europa combatta i trafficanti"
(fotogramma)
Il capo del governo ha avuto incontri a Roma con papa Francesco e Giorgia Meloni
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Migranti, gas, situazione dei cristiani in Medio Oriente: e naturalmente quella del suo Paese da mesi sull’orlo del collasso economico e istituzionale. E’ un’agenda ricca di punti da discutere quella che il premier ad interim libanese Najib Mikati ha portato a Roma per i suoi incontri con papa Francesco e con la premier Giorgia Meloni. La sottolineatura sulla sua carica è importante: da nove mesi Mikati guida un governo in carica solo per le funzioni correnti, non essendo il Parlamento riuscito a trovare un accordo dopo le elezioni di maggio.

Nel frattempo nel Paese è successo di tutto: rapine in banca di risparmiatori che tentano di avere accesso ai loro risparmi congelati dalla Banca centrale. Più dell’80 per cento della popolazione (fonte Onu) che vive sotto la soglia di povertà. Le partenze via mare di migranti dal Nord del Paese alla volta dell’Europa si sono moltiplicate. E il Libano ha firmato un accordo con Israele per la spartizione del giacimento di gas al largo delle rispettive coste, in quello che è la prima interlocuzione diplomatica fra i due Paesi (ufficialmente ancora in guerra) dalla nascita dello Stato ebraico. Infine, è scaduto il mandato del presidente della Repubblica e da ottobre la poltrona è vuota. Facile capire dunque perché il ruolo di Mikati sia più pesante di quello che gli conferisce il titolo ufficiale.

Signor primo ministro, negli ultimi mesi il numero di barconi carichi di migranti in partenza dal Libano è in aumento: il suo Paese sta diventando una nuova Tunisia, intesa come punto di partenza per l’immigrazione illegale verso l’Europa?
“La questione delle migrazioni è un problema per il Libano e come per l’Italia: ho chiesto alla premier Meloni di creare un tavolo di discussione in cui tutti i Paesi coinvolti possano presentare idee e arrivare a risolvere il problema. C’è un incontro europeo a Bruxelles il 15 giugno per discutere di rifugiati: spero sia un momento di confronto sull’immigrazione illegale. Voglio sottolineare che sono stato molto colpito dalla conoscenza della regione che ha dimostrato la premier. E che l’ho ringraziata per il ruolo di primo piano che l’Italia svolge all’interno della missione Unifil”.

A bordo delle barche che partono dal suo Paese ci sono siriani e iracheni, ma anche libanesi, una cosa inimmaginabile pochi anni fa. Questo come lo spiega?
“I libanesi vogliono partire a causa della crisi nel Paese: e poi ci sono un gran numero di siriani, iracheni e palestinesi che cercano migliori condizioni di vita. Loro non possono chiedere visti perché vivono in Libano senza permesso: e dunque si affidano ai trafficanti. Far partire le persone senza permesso è diventato un business e spetta a noi Paesi coinvolti fermarlo per proteggere la nostra gente e i nostri vicini”.

L’altro argomento importante nel colloquio con Meloni è stato il gas e lo sfruttamento del giacimento che si trova nelle acque tra Israele e Libano.
“L’accordo sul confine marittimo è fonte di pace per il Sud del Libano (la parte del Paese che confina con Israele ndr). Senza quello non avremmo potuto permettere a Qatar Energy, Total e Eni di esplorare il giacimento: stanno facendo le ricerche preliminari, che non sono semplici. Non c’è ancora un piano per esportare il gas né ci sono impegni ufficiali: è presto. Ma è chiaro che sarà esportato verso l’Europa, verso i Paesi che ci sono più vicini”.

La scorsa settimana a Pechino l’Arabia Saudita e l’Iran hanno firmato un accordo che potrebbe avere ripercussioni importanti nel suo Paese: i due blocchi che si contrappongono in Libano infatti rispondono a Riad e Teheran.
“Questo accordo è un passo importante, ma credo che ora la priorità sia la pace in Yemen: potrà portare al miglioramento della situazione regionale e quindi avere conseguenze positive anche in Libano. Ma per quanto riguarda noi, il dialogo andrà fatto all’interno del Libano, senza influenze esterne”.

Parliamo dell’inchiesta per l’esplosione al porto di Beirut: sono morte 244 persone, mezza città è stata distrutta. Da mesi c’è un giudice, Tarek Bitar, che cerca di interrogare gli indiziati: ex ministri e parlamentari prima di tutto. Non ci riesce. I familiari accusano la politica e il suo governo di voler insabbiare le indagini: cosa risponde?
“L’inchiesta sta andando avanti. Aspettiamo che si concluda per conoscere la verità. Ci sono leggi che prevedono tribunali speciali per i parlamentari e i membri del governo, il governo non può interferire con queste leggi. Il governo appoggia un’inchiesta trasparente e portata avanti nel rispetto della legge".

Qualche giorno fa l’inchiesta di un giornale libanese indicava che il numero di suicidi è in aumento, soprattutto fra i giovani. Le persone che si sono tolte la vita sui social media sono diventati simboli di un Paese senza speranza.
“La situazione in Libano non è semplice e i problemi sono un problema serio e molto triste. Speriamo di arrivare presto all’elezione di un nuovo presidente: sarebbe la chiave per iniziare ad affrontare tutti gli altri problemi”.