✕

La sfida del Kazakistan, gigante del petrolio in bilico tra i potenti

Ascolta l'audio

Quasi tutto il greggio arriva in Europa attraverso la Russia. Il governo cerca di preservare l'equilibrio
3 minuti di lettura

ASTANA  - C'era pure la disco music ai seggi e invece niente, non li hanno convinti. Il governo lì a ripetere che queste elezioni parlamentari sarebbero state quelle "della svolta" e "delle riforme" per "un presidenzialismo democratico di stampo occidentale", il de profundis dei super poteri e del culto della personalità del leader; ma gli elettori - i cittadini kazaki che dopo la caduta dell'Urss e i trent'anni di governo del "padre della patria" Nazarbaev il 20 novembre hanno rieletto per la seconda volta il suo ex delfino Tokayev - se ne sono rimasti a casa.

Dovevano eleggere il Majilis, cioè la Camera bassa del Parlamento che scriverà le leggi, e le amministrazioni locali. Tutti sanno che a vincere sarà il partito di maggioranza, ma per la prima volta potevano scegliere loro stessi i candidati nei seggi uninominali. "Ma a cosa servirebbe? Non cambierà niente, penseranno a s&eac…

ASTANA  - C'era pure la disco music ai seggi e invece niente, non li hanno convinti. Il governo lì a ripetere che queste elezioni parlamentari sarebbero state quelle "della svolta" e "delle riforme" per "un presidenzialismo democratico di stampo occidentale", il de profundis dei super poteri e del culto della personalità del leader; ma gli elettori - i cittadini kazaki che dopo la caduta dell'Urss e i trent'anni di governo del "padre della patria" Nazarbaev il 20 novembre hanno rieletto per la seconda volta il suo ex delfino Tokayev - se ne sono rimasti a casa.

Dovevano eleggere il Majilis, cioè la Camera bassa del Parlamento che scriverà le leggi, e le amministrazioni locali. Tutti sanno che a vincere sarà il partito di maggioranza, ma per la prima volta potevano scegliere loro stessi i candidati nei seggi uninominali. "Ma a cosa servirebbe? Non cambierà niente, penseranno a sé stessi e ai loro figli come sempre", dice la 71enne Sveta.

L'affluenza ai minimi

L'affluenza è stata del 54%, precipitando al 43% nella capitale Astana e al 26% nella scettica e popolosa Almaty. È la città in cui a gennaio dell'anno scorso una protesta popolare diventata tentativo di golpe fu repressa nel sangue, con l'aiuto dei soldati russi chiamati a puntellare il governo grazie al Trattato di sicurezza collettiva. Un trauma, ma anche un pericoloso debito di gratitudine con Putin. Da allora il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha cambiato molto, varando una nuova Costituzione in cui limita i suoi stessi poteri.

La sua scommessa per sopravvivere alla furia sociale e alle tensioni con il vicino ingombrante sono le riforme e una democrazia compiuta, la prima in questo spicchio di mondo circondato da superpotenze sovraniste. "Siamo il più grande Paese al mondo senza sbocco sul mare - dice il viceministro Roman Vassilenko - e confiniamo con la nazione più grande per dimensioni e con quella più popolosa, cioè la Russia e la Cina. Il presidente ha annunciato la linea: coesistenza pacifica, dominio della legge e aderenza ai valori della carta dell'Onu; ma abbiamo davanti sfide come l'Afghanistan e l'Iran a Sud, siamo circondati da Paesi sotto sanzioni e abbiamo 7.500 chilometri di confine con la Russia che resta il nostro primo partner commerciale". Anche se, cumulativamente, "la Ue pesa di più".

Il boom economico

Questo immenso Paese un tempo nomade, grande come l'Europa occidentale e con meno abitanti del Nord Italia, oggi è in pieno boom economico navigando a vista al centro geografico della crisi internazionale. La Cina lo ha eletto a crocevia fondamentale della sua Via della Seta, l'Occidente bussa per l'energia, le terre rare e l'uranio di cui è primo estrattore al mondo. La Russia? È il primo partner, ma al forum di San Pietroburgo dello scorso giugno l'ospite Tokayev gelò il presidente Putin che gli sedeva accanto: "Se il diritto alla autodeterminazione sarà implementato a livello mondiale, ci saranno più di 600 nazioni invece delle 193 nell'Onu. Sarebbe il caos.

Per questo non riconosceremo Taiwan e il Kosovo, né l'Ossezia e l'Abkhazia, e lo stesso vale per Lugansk e Donetsk". Con 3,5 milioni di russi in Kazakistan e un milione di kazaki etnici di nazionalità russa, le parole di Tokayev avevano anche un altro significato. "Ad Almaty - dice la 35enne project manager Nazira Takiptayeva camminando intabarrata nel gelo di Astana, che d'estate è torrida ma d'inverno scende decine di gradi sotto zero - pensano che se l'Ucraina perderà la guerra toccherà al Kazakistan. Le città in cui vivono in maggioranza russi, come Petropavl, vorrebbero diventare Russia: è la situazione che c'era nel Donbass".

Il doppio gioco

Ma il Kazakistan è anche uno dei Paesi che si sono astenuti nei voti all'Onu di condanna dell'invasione ucraina. Mantiene rapporti civili e collaborativi con Kiev come con Mosca, e camminando sul filo prospera. "In termini di riforme, dritti e società civile - dice il ministro dell'Economia, Alibek Kuantyrov - ci stiamo dirigendo in direzione occidentale. Ma sulle sanzioni dobbiamo agire a beneficio del nostro popolo, della nostra nazione e della nostra integrità territoriale". Niente sanzioni kazake alla Russia, ma la promessa ribadita ai ministri degli esteri di Gb e Usa - venuti ad Astana negli ultimi giorni - di non permettere di usare il Kazakistan per aggirare le sanzioni occidentali. "Siamo contrari come metodo, ma siamo impegnati a farle rispettare", dice il viceministro degli Esteri.

Funambolismi geopolitici come quello del Kebco (Kazakh Export Blend Crude Oil), il petrolio "certificato" kazako che finisce nella pipeline russa e viene venduto senza sanzioni in Occidente facendo alzare il bavero del sospetto ai polacchi. "C'è molto, moltissimo interesse in Europa per il Kebco", dice il Ceo del gigante petrolifero KazMunayGas, Magzum Mirzagaliyev.
Ma è possibile diventare la Svizzera d'Asia? "Quando un Paese è posto in condizione difficile - dice a Repubblica il ministro Kuantyrov - non può fare altro che adattarsi. Non essendo coinvolti in alcun conflitto la nostra economia è in pieno boom, il Pil cresce, c'è un clima favorevole per gli investimenti come provano i rating internazionali, abbiamo una crescita sostenibile e siamo una fonte di energia affidabile per tutti". Il 97% del suo export petroliero viaggia verso la Ue passando dalla Russia.