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Stupri e stragi di civili: ecco le carte italiane per i giudici dell’Aia

Le testimonianze raccolte dai nostri inquirenti mostrano gli altri filoni dell'inchiesta della Cpi dopo quella sui bimbi rapiti: da Bucha a Mariupol fino ai bombardamenti sui civili e le reti infrastrutturali
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Nel fascicolo d'inchiesta che ha spinto la Corte penale internazionale a emettere un mandato di cattura per Vladimir Putin ci sono migliaia di testimonianze di profughi ucraini che, nel corso di quest'ultimo anno, hanno consegnato agli inquirenti filmati, fotografie, file audio. Costituiscono parte integrante dell'impianto accusatorio ipotizzato dal procuratore Karim Ahmad Khan. Repubblica ha avuto accesso ai verbali raccolti dai poliziotti italiani che, coordinati dalla Direzione nazionale antimafia e da Eurojust, hanno lavorato in gran silenzio alla ricerca di fonti di prova dei crimini di guerra commessi in Ucraina, come da disposizione impartita da Khan.

"Fonti di prova e di…

Nel fascicolo d'inchiesta che ha spinto la Corte penale internazionale a emettere un mandato di cattura per Vladimir Putin ci sono migliaia di testimonianze di profughi ucraini che, nel corso di quest'ultimo anno, hanno consegnato agli inquirenti filmati, fotografie, file audio. Costituiscono parte integrante dell'impianto accusatorio ipotizzato dal procuratore Karim Ahmad Khan. Repubblica ha avuto accesso ai verbali raccolti dai poliziotti italiani che, coordinati dalla Direzione nazionale antimafia e da Eurojust, hanno lavorato in gran silenzio alla ricerca di fonti di prova dei crimini di guerra commessi in Ucraina, come da disposizione impartita da Khan.

"Fonti di prova e di informazione - si legge nel resoconto di una cruciale riunione tenutasi all'Aia a marzo 2022 - individuabili nel racconto di quanti hanno assistito personalmente ad accadimenti integranti violazioni del diritto internazionale umanitario". Violazioni, plurale: a conferma che il "rapimento e la deportazione illegale di bambini ucraini" è probabilmente solo la prima delle accuse che saranno mosse al presidente russo.

Il suo esercito dovrà rispondere anche di ciò che è accaduto a Bucha e a Mariupol. E che i poliziotti italiani, dopo aver ascoltato decine di testimonianze, così riassumono: "Assassinii di civili, distruzione degli obiettivi militari, delle civili abitazioni e degli ospedali, dei centri commerciali e delle farmacie, attraverso missili e bombe sganciate dagli aerei militari russi". Reati che sono stati documentati da inchieste giornalistiche ma che hanno bisogno di appoggi legali per essere portati alla Corte dell'Aia. Lo stesso dicasi per il trasferimento nei territori della Federazione dei 2,9 milioni di ucraini (la stima è dell'Onu) che, se ne venisse provato l'intento della disgregazione etnica, potrebbe configurare l'accusa di genocidio.

Le violenze sessuali

Leggendo i verbali inviati dall'Italia al procuratore Khan ed entrati nel fascicolo della maxi-inchiesta, si nota come centrale dei racconti dei profughi siano gli stupri di cui sarebbero macchiati i militari russi nel corso dell'occupazione. O.T. è una sindacalista e racconta quanto avvenuto a una sua amica. "I russi - dice - sono entrati nel suo villaggio attraversando il fiume. Sono entrati nella sua casa, hanno fatto uscire la madre e la nonna, con la nipotina, e le hanno chiuse nello sgabuzzino. Poi cinque soldati russi l'hanno violentata e ogni giorno sono tornati reiterando le violenze sessuali e costringendo i parenti della ragazza a cucinare".

Una circostanza, quella delle violenze sessuali, che torna spesso. M.M., psicologa, riferisce di aver aiutato diverse donne che erano riuscite a scappare da Bucha. "Mi hanno raccontato di essere state violentate e che spesso questo è avvenuto davanti ai loro bambini. I soldati russi utilizzano il viagra, per far soffrire le vittime più a lungo". C'è U.A., poi, che ricorda davanti ai poliziotti italiani di quando lavorava nell'ospedale di Kherson. "Ero infermiera, sono stati ricoverati bambini di 2-4 anni che mostravano segni evidenti di violenze e sono morti" dice, prima di entrare nel dettaglio delle lesioni rilevate sui corpi dei piccoli.

L'autobus sparito nel nulla

Scorriamo altri verbali. V.U. è una studentessa universitaria di giurisprudenza. E' scappata dalla sua città, Kharkiv, con un corridoio umanitario. Alina, una sua amica, ha provato ad evacuare in autobus. "Ma nessuno è arrivato a destinazione. Mentre percorrevano il tragitto stabilito - spiega la studentessa agli investigatori italiani - l'autobus è stato fermato dai militari russi ed i passeggeri sono stati uccisi, tutti. Abbiamo cercato Alina per tre giorni fin quando il preside della facoltà presso l'Università nazionale di Giurisprudenza "Jaroslava Mudrogo", Anatoly Getman, ci ha comunicato la morte di Alina e delle sue compagne. La strage è avvenuta il 24 febbraio 2022, sulla strada che da Kharkiv porta a Toretsk".

Obbligati a parlare russo

S.K., ingegnere, porta la parola di suo figlio D., rimasto bloccato a Izium. "Non poteva spostarsi a causa dei bombardamenti e del fatto che la città fosse ormai occupata dai russi. Quando l'intensità dei bombardamenti è diminuita è uscito dal bunker ed ha verificato che l'edificio adiacente non c'era più. Ha visto cadaveri disseminati lungo le strade, che venivano sepolti nelle fosse comuni. A Izium era cambiato tutto, vi era un nuovo sindaco, russo, che aveva imposto delle regole nuove. Tutti venivano controllati, sequestravano tutto ciò che gli piaceva (sigarette, cellulari, auto etc.) e cacciavano i cittadini dalle proprie abitazioni, dicendo: 'noi abiteremo qua'. Nel frattempo avevano imposto anche la loro moneta, il rublo, e distribuivano solo gli aiuti umanitari che provenivano dalla Russia". Questa lunga testimonianza dell'ingegnere è ritenuta di grande interesse investigativo. "Chi voleva poteva emigrare, ma esclusivamente verso la Russia, e chi sceglieva mete diverse, doveva superare i campi minati ed il 'fuoco' russo. Chi si muoveva in città senza rispettare il "coprifuoco" ed era beccato, lo costringevano a raccogliere i cadaveri per strada o a fare lavori pesanti. Insomma, i russi non tolleravano più la presenza dei cittadini ucraini nei territori da loro occupati. Chi parlava in ucraino veniva fatto prigioniero. L'unico modo per restare in quei territori era esplicitare l'appartenenza alla Federazione Russa e parlare in russo".