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Bakhmut, la famiglia in fuga dai ceceni e dalla Wagner: "I russi volevano nostra figlia Sofia. Poi uno di loro ci ha fatto scappare"

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Il racconto di tre civili sopravvissuti ai bombardamenti. Un viaggio lungo venti chilometri, tra case sventrate e nascondigli: "Le nostre mucche invece abbiamo dovuto abbandonarle, che dolore". E la ragazza dice: "Ci ha salvate il nonno, che conosce tutti i sentieri"
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KRAMATORSK - Per salvare una figlia si possono anche attraversare le linee, lottare con i rovi, farsi sparare, "ci hanno sparato sia i russi che gli ucraini, ma solo così, per farci andare via". I soldati che combattono a Bakhmut hanno visto quei tre passare nei loro visori notturni, era qualche notte fa, e poi anche di giorno, capendo che non erano il nemico ma tre disgraziati civili con il cuore impazzito, i vestiti stracciati dalle spine.

Un viaggio di tre giorni

Si spara a un metro di distanza dai piedi, così uno capisce che deve andare, correre nel bosco, togliersi da lì. Se ti fermi, misurano la mira per avere il campo libero, nessuno deve stare in mezzo al tiro, che sia un cane, un uomo, un cinghiale. E loro hanno imparato, nel viaggio di tre giorni dalla frazione Opytne di Bakhmut, fino a Chasiv Jar e da qui a Kramatorsk, sempre sotto i colpi di mortaio, le esplosioni che illuminavano i sentieri, perciò quando li hanno ra…

KRAMATORSK - Per salvare una figlia si possono anche attraversare le linee, lottare con i rovi, farsi sparare, "ci hanno sparato sia i russi che gli ucraini, ma solo così, per farci andare via". I soldati che combattono a Bakhmut hanno visto quei tre passare nei loro visori notturni, era qualche notte fa, e poi anche di giorno, capendo che non erano il nemico ma tre disgraziati civili con il cuore impazzito, i vestiti stracciati dalle spine.

Un viaggio di tre giorni

Si spara a un metro di distanza dai piedi, così uno capisce che deve andare, correre nel bosco, togliersi da lì. Se ti fermi, misurano la mira per avere il campo libero, nessuno deve stare in mezzo al tiro, che sia un cane, un uomo, un cinghiale. E loro hanno imparato, nel viaggio di tre giorni dalla frazione Opytne di Bakhmut, fino a Chasiv Jar e da qui a Kramatorsk, sempre sotto i colpi di mortaio, le esplosioni che illuminavano i sentieri, perciò quando li hanno raccolti sembravano morti, così abbandonati su una strada polverosa, sul lato ucraino del fronte. Invece erano vivi. 

Quanti chilometri ha fatto, questo Oleksander Kostantinovic Venceslavski, che ha 66 anni e pensa solo alle mucche abbandonate a casa. "Sono pieno di dolore, le ho dovute lasciare lì, quattro vacche e due vitellini. Mi hanno guardato l'ultima volta, poi siamo andati". La figlia Natalia racconta che "è stato terribile, sono i nostri animali, a quest'ora saranno tutti morti". E la figlia di Natalia, una ragazza di 19 anni con le gambe gonfie per quei 20 chilometri a piedi, sa di essere una sopravvissuta due volte.

"I russi volevano prendere Sofia, la guardavano, se la mangiavano con gli occhi...". Perciò hanno deciso di partire, attraversando la loro città in fiamme, "noi abitiamo nella via Karl Marx, che è in periferia. A Bakhmut non andavamo da tempo perché è troppo pericoloso. Da una parte ci sono i russi, dall'altra gli ucraini. Noi siamo ucraini di lingua russa, l'invasione ci ha spaventati ma da noi non era mai venuto nessuno. Sentivamo le esplosioni, gli spari continui. Stavamo chiusi in casa, e nella stalla". 

I cellulari nascosti nel letame

Ma sono arrivati "gli uomini di Kadyrov. Cercavano i cellulari, gliene abbiamo dato uno, gli altri due avvolti nella plastica li abbiamo nascosti nel letame". E sono arrivati anche i "wagneriti, che volevano i telefoni. Hanno cominciato a molestare me, e io pensavo che Sofia non la dovevano toccare, ma cosa potevo fare. Il loro comandante ci ha detto che dovevamo andarcene, o a Donetsk o a Lugansk. E che non poteva garantire per i suoi uomini. Di nascosto, uno di loro, un giovane, ci ha implorato di scappare, di portare via la ragazza". E così hanno fatto, era la mattina presto, davanti a loro c'era la strada principale, la Nezalegnist, deserta. "Si vedevano degli incendi, ma nessuno sparava. La nebbia ci copriva, lungo il sentiero che porta alla diga distrutta". 

Il vicino con la faccia nell'erba

Lì il fiume è stretto, e c'è un passaggio fatto di assi "dove abbiamo trovato il nostro vicino di casa. Morto, con la faccia nell'erba". Ed entrando in centro è stato grande lo stupore nel vedere "che le case erano tutte sventrate, gli oggetti sparsi in strada, e tutto era mezzo bruciato. Le finestre esplose, ed è cominciato il rumore delle mitragliate. Lì abbiamo avuto il terrore". C'erano case quasi intere, altre nere di incendi, le macerie di quelle crollate, e gente di corsa, ordini urlati, "siamo entrati in più case per nasconderci, poi abbiamo preso coraggio e deciso di andare verso il quartiere Olimpiska, ma in quel momento abbiamo visto un morto in mezzo alla strada". Chi era, non lo sanno, "perché era carbonizzato, forse un militare, forse un civile. Ma era un uomo". 

A Olimpiska non sono mai arrivati, perché costretti di nuovo a nascondersi tra le rovine, Natalia dice che la loro idea era "andare verso la stazione e trovare un autobus, o una macchina che ci portasse a Chasiv Jar". Allora "siamo andati sulla via Iuvileina, che era abbastanza integra, e non c'era nessuno. E siamo saliti verso Kromove, ma neanche lì siamo riusciti a passare, il fuoco era incrociato. Allora abbiamo attraversato i campi". Verso la periferia sud, si capisce, in quel punto racconta Oleksander che non ci sono trincee russe, né fortificazioni. "Siamo stati sotto gli alberi, ma non abbiamo potuto riposare perché c'erano i mortai. Alle nostre spalle, i russi sparavano. Ma noi dovevamo comunque andare, e pioveva, c'era un fango tremendo, le nostre due valigie pesavano così tanto che volevamo lasciarle lì". 

Poi hanno passato la prima linea ucraina, lì sono partiti gli spari di avvertimento e loro via via, verso la seconda linea, "dove i nostri soldati ci guardavano senza parlare, gli siamo passati in mezzo e nessuno ha detto niente", probabilmente domandandosi chi erano quei tre che arrancavano nel fango, e perché si trovavano lì. "Siamo scesi verso Chasiv Jar, trascinandoci. Bombardavano a lungo, da tutte e due le parti, ma almeno eravamo in Ucraina. Ci siamo accampati alla meglio, abbiamo mangiato un po' di pane e formaggio che avevamo portato, bevuto l'acqua. E siamo ripartiti verso Kramatorsk, ma eravamo troppo stanchi e spaventati". 

I volontari polacchi

Sofia dice "ci ha salvate il nonno, che conosce tutti i sentieri. Sennò saremmo morte come sono morte le nostre mucche". Quando hanno ripreso il cammino, attraversando Chasiv Jar che è quasi del tutto distrutta, hanno pensato che forse era quasi finita. Ma loro erano ormai del tutto sfiniti, e "passavano delle macchine militari, e i tank. Nessuno si fermava, tutti di corsa, nessuno ci vedeva", sporchi di fango "e così stanchi" che si sono fermati sulla strada, e lì li ha trovati una macchina scassata con targa polacca. Era un gruppo di volontari polacchi che battono questi posti recuperando gente sfollata e disperata, i naufraghi della guerra come sono Natalia, Sofia e Oleksandr. "Uno si chiama Marek, ci ha molto aiutato, ci ha dato subito da mangiare e da bere", e Marek li ha portati a Kramatorsk all'Arca di Noè, il centro parrocchiale cristiano evangelico che organizza le evacuazioni dei civili verso ovest. E ovest qui significa la pace, o quasi.