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Brasile, sventato un piano dei Cartelli per rapire Sergio Moro, il giudice dell'inchiesta che portò in carcere Lula

L'ex giudice e ora senatore brasiliano Sergio Moro (reuters)
Il clan Primeiro Comando voleva usarlo come merce di scambio con il leader in carcere "Marcola". Da Bolsonaro attacchi al governo perché l'attuale presidente pochi giorni fa aveva evocato vendette verso chi lo aveva messo in prigione ingiustamente. Ma l'esecutivo respinge l'accostamento: "L'inchiesta contro il piano di sequestro va avanti da tempo"
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L’ex giudice Sergio Moro, oggi senatore, era nel mirino della criminalità. Il più grande e potente Cartello del Brasile, il Primeiro Comando da Capital (Pcc), voleva rapirlo. Sarebbe servito come ostaggio da liberare in cambio del capo del gruppo Marcos Willians Herbas Camacho, detto Marcola, 55 anni, in carcere dal 1999. Avviata con un’indagine alla fine di gennaio, l’operazione Sequaz ha portato all’arresto di 24 mandati di perquisizione, 7 ordini di cattura preventivo, 4 di arresto temporaneo; tutti eseguiti nel Mato Grosso do Sul, Rondônia, San Paolo e Paraná. Nove sono finiti in manette, sei uomini e tre donne. Due restano latitanti. La Polizia Federale ha fatto irruzione in uno stabile del Paraná dove ha scoperto un vero bunker fatto di gallerie e stanze già attrezzate per stoccare armi e munizioni, in parte sequestrate, e rinchiudere gli ostaggi. 

Il progetto del vertice del Pcc era giunt…

L’ex giudice Sergio Moro, oggi senatore, era nel mirino della criminalità. Il più grande e potente Cartello del Brasile, il Primeiro Comando da Capital (Pcc), voleva rapirlo. Sarebbe servito come ostaggio da liberare in cambio del capo del gruppo Marcos Willians Herbas Camacho, detto Marcola, 55 anni, in carcere dal 1999. Avviata con un’indagine alla fine di gennaio, l’operazione Sequaz ha portato all’arresto di 24 mandati di perquisizione, 7 ordini di cattura preventivo, 4 di arresto temporaneo; tutti eseguiti nel Mato Grosso do Sul, Rondônia, San Paolo e Paraná. Nove sono finiti in manette, sei uomini e tre donne. Due restano latitanti. La Polizia Federale ha fatto irruzione in uno stabile del Paraná dove ha scoperto un vero bunker fatto di gallerie e stanze già attrezzate per stoccare armi e munizioni, in parte sequestrate, e rinchiudere gli ostaggi. 

Il progetto del vertice del Pcc era giunto nella fase operativa. Doveva scattare a giorni. Il blitz degli agenti ha sventato il rapimento dell’allora giudice di Lava Jato, la nostra Mani Pulite, il simbolo della lotta alla corruzione che dilagava in Brasile, l’uomo che aveva incriminato e poi arrestato Luiz Inácio Lula da Silva, tenendolo in carcere per 580 giorni. Una detenzione ingiusta. La Corte Suprema, nel marzo del 2021, annullò la sentenza che aveva inflitto 17 anni di prigione al due volte presidente del Brasile, sostenendo che Sergio Moro era stato parziale guidando nei fatti i pubblici ministeri su dove e come trovare le prove che potevano incastrare Lula. Per l’eroe della destra fu l’inizio della fine. Era stato nominato ministro della Sicurezza Pubblica e poi della Giustizia da Jair Bolsonaro che di fronte ai primi contrasti non si fece scrupolo a mollarlo: lo costrinse alle dimissioni. Moro tornò a fare l’avvocato spesso anche per conto dei grandi gruppi industriali che aveva messo sotto inchiesta, ma alla fine ha ceduto alla politica e si è candidato per un partito di centro destra conquistando il seggio di senatore. 

L’azione del Cartello che domina San Paolo puntava ad una serie di agguati, attentati e rapimenti da portare a termine in contemporanea. Un’azione a largo raggio che doveva colpire uomini politici, alti funzionari dell’amministrazione penitenziaria, avvocati, il procuratore Lincoln Gakiya, da anni titolare delle indagini sul Pcc. Era stato proprio questo giudice a chiedere all’allora ministro Moro, titolare anche dei penitenziari, il trasferimento di 21 membri della banda in un carcere speciale e tra questi anche il loro leader Marcola, soprannome che gli avevano affibbiato sin da ragazzino per la sua abitudine a sniffare colla.

Il blitz, gli arresti, la scoperta del bunker hanno fatto impressione e subito sollevato un vespaio di polemiche. I deputati della destra hanno associato il piano del Primeiro Comando da Capital al discorso che lunedì scorso, il giorno prima dell’intervento della Polizia Federale, Lula aveva fatto nel corso di un incontro pubblico. Aveva ricordato i giorni di prigionia a Curitiba e non aveva negato i suoi propositi di vendetta nei confronti di chi lo aveva perseguitato, condannato e poi sbattuto in carcere senza prove concrete. Il fronte conservatore ha colto la palla al balzo e ha stigmatizzato le parole del presidente. “Il Pcc aveva bisogno dell’autorizzazione per eseguire il piano", ha rincarato il deputato di estrema destra Filipe Barros. Dal suo rifugio negli Usa, Jair Bolsonaro è stato ancora più diretto. Ha solidarizzato con Moro e ha cercato di legare il progetto sventato del Pcc alla coltellata che aveva ricevuto durante un comizio elettorale nel 2018 e l’omicidio di un suo sostenitore nel 2002. "Tutto questo" - ha postato su Twitter - non può essere solo un caso. Il potere assoluto a tutti i costi è sempre stato l’obiettivo della sinistra". 

Anche Sergio Moro ha voluto commentare la scoperta del piano senza però strumentalizzarlo. Ha solo ribadito, riferendosi alle parole di Lula, che "certi tipi di discorsi incoraggiano comportamenti di menti influenti che possono metterci in una situazione di vulnerabilità". Le polemiche si sono spente da sole. Il ministro della Giustizia Flávio Dino, che aveva annunciato l’operazione e gli arresti, si è stupito degli accostamenti proposti dalla destra quasi che Lula avesse incitato a colpire il suo storico avversario. "È vile -  ha sostenuto - Qualsiasi accostamento tra questi eventi e la politica brasiliana è inappropriato. Un’inchiesta così grave è stata condotta a difesa della vita e dell’integrità di un senatore contrario al nostro governo. Non si può prendere una dichiarazione fatta ieri, letteralmente ieri, e collegarla a un’indagine che va avanti da mesi. Chi lo fa è in mala fede, pesca nel torbido o non si rende conto del livello di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni criminali. Questo deve allarmare".