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Tra i resistenti ucraini di N’ju-Jork , la città-trofeo con il nome americano che è una sfida per i russi

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Il realtà era stata chiamata così in onore di una città della Bassa Sassonia, ma sotto Stalin quel richiamo agli States parve inopportuno. Nel 2021 il ritorno ufficiale alla dicitura originale. E oggi in guerra si combatte per scongiurare il selfie dei nemici vicino alla scritta
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N'JU-JORK - Per i russi sarebbe un bel trofeo, ragiona Oleksij, che ha 9 anni e una bici Azimut quasi nuova. Sa tutto della guerra, dove sono i nemici e gli amici, chi vince e chi perde nei boschi che circondano la città di N’ju-Jork, che sta nel distretto di Bakhmut ed è qui che passa un bel pezzo di fronte del Donbass. I russi? “Sono là, e a Est, e anche laggiù. Diciamo 4 chilometri, o sei, dipende da che parte prendi”, spiega un militare con un filone di pane sottobraccio. La domanda è sempre la stessa, è un obbligo farla e i soldati sono contenti di rispondere, perché la distanza dal nemico misura il loro coraggio, e 4 chilometri sono niente. All’ultimo posto di blocco due soldati con la barba bianca augurano la buona fortuna. Tuona, intanto.

Chi difende N’ju-Jork? Gli incursori della 79esima brigata d’assalto, e ad ogni cambio turno i nuovi arrivati si fanno un selfie davanti alla scri…

N'JU-JORK - Per i russi sarebbe un bel trofeo, ragiona Oleksij, che ha 9 anni e una bici Azimut quasi nuova. Sa tutto della guerra, dove sono i nemici e gli amici, chi vince e chi perde nei boschi che circondano la città di N’ju-Jork, che sta nel distretto di Bakhmut ed è qui che passa un bel pezzo di fronte del Donbass. I russi? “Sono là, e a Est, e anche laggiù. Diciamo 4 chilometri, o sei, dipende da che parte prendi”, spiega un militare con un filone di pane sottobraccio. La domanda è sempre la stessa, è un obbligo farla e i soldati sono contenti di rispondere, perché la distanza dal nemico misura il loro coraggio, e 4 chilometri sono niente. All’ultimo posto di blocco due soldati con la barba bianca augurano la buona fortuna. Tuona, intanto.

Chi difende N’ju-Jork? Gli incursori della 79esima brigata d’assalto, e ad ogni cambio turno i nuovi arrivati si fanno un selfie davanti alla scritta che identifica la città. “Mamma, guarda dove sono. In America!”. Il cartello stradale è scomparso, resta l’insegna del distributore di benzina abbandonato, e molto arrugginito, ma va bene lo stesso. Se i russi arrivassero fin qui, farebbero la stessa foto. Con più soddisfazione, perché il nome gli suona come uno sberleffo. Questi ucraini testardi hanno proprio deciso di dirsi newyorchesi, prenderli sarebbe un bel colpo mediatico.

E questo posto si chiama così perché la città è stata fondata da alcuni tedeschi di religione mennonita alla fine dell’Ottocento, e arrivavano da Jork, nella Bassa Sassonia. Uno di loro aveva una moglie americana, dunque battezzarono la colonia in suo onore. Ma nel 1946 il Soviet deportò i tedeschi, importò dei russi e nel 1951 decise che quel nome non era opportuno, data la guerra fredda e il riferimento sfacciato all’America, e ordinò il cambio: Novhorodske, così è stato fino all’aprile 2014, inizio della guerra del Donbass. Allora la gente chiese di tornare all’antico, per non aver più niente a che fare con l’invasore. Il Parlamento ucraino ha approvato il ritorno al nome americano, seppure in cirillico, il 1° luglio 2021. Però il fronte si è avvicinato così tanto che dei 10mila iniziali si è arrivati a un migliaio, sparsi tra molte frazioni, “ci ritroviamo quando arriva il camion degli aiuti umanitari”, dice Lilya, in un elegante cappottino solo un po’ consumato. “E devi vedere quanti arrivano, anche dai paesi vicini”.

Da Nelipivka, da Zalizne e anche da Toretsk, che era il bersaglio dei tuoni sentiti a metà pomeriggio, i russi hanno cannoneggiato, e ucciso. Qui invece hanno colpito a luglio, ad agosto e tre giorni fa, “c’erano dei bei condomini sulla collina, ma li hanno distrutti un pezzo dopo l’altro”, spiega Oleksij. Quanti bambini siete rimasti qui? “Abbastanza per giocare. Andiamo in bici nei boschi”, lungo gli stessi percorsi battuti dai militari, solo che a un certo punto bisogna tornare indietro. “Ogni tanto passano gli aerei qui sopra”. Ah sì? E tu li sai distinguere? “Sì, è facile. Se sganciano le bombe sono russi”, in effetti la domanda era stupida. E come sono questi soldati che vanno nel bosco? “Bravi. Combattono contro il nemico, ci difendono”, dal suo punto di vista è una specie di una guerra cowboy-indiani e dato il posto ci sta, le radure che si intravvedono, gli altissimi abeti e i cespugli, qui si gioca dove si può, e i sentieri sono di guerra.

Ma qui non è guerra di tank e mortai, non ci sono i convogli che vanno a difendere Bakhmut, che sta 40 chilometri più in là. Qui sono tutte colline, il combattimento è diverso, persino invisibile. E il bosco è assolutamente silenzioso, umido, profumato. Sul bordo bisogna fermarsi, chi ci è entrato l’altra notte non sta certo giocando a softair, e la città aspetta che tornino tutti e sette, sani, interi. Intanto si può percorrere la via principale, dove c’è una banca con il bancomat, ma una è chiusa dall’inizio della guerra e l’altro non funziona. C’è un bar da soldati, ma vuoto. C’è il negozio di Lena, con una figlia magra di 11 anni, seduta vicino al bidone dell’acqua potabile. Entrano militari in riposo, comprano il salame e i biscotti e se ne vanno. Lena non ha neanche voglia di parlare, “eravamo una bella città…”. Con quel nome importante, poi. C’era una fabbrica di meccanica, e anche una miniera di carbone, ma è tutto finito da tempo.

A un certo punto arrivano. A bordo di un Mitsubishi Outlander mimetizzato più o meno, i sette che erano partiti, tutti molto giovani, scendono elastici, eppure hanno passato quasi due giorni nel bosco. Ma il commando è stanco, non ha molto da dire se non che “agli altri è andata male”, si immagina uno scontro di cui però non si è sentito niente. Uno va a comprare Coca Cola, frutta secca, il pane fresco, le cose che compra chi vive accampato. Se ne vanno a dormire da qualche parte, nelle case abbandonate con le tende di pizzo che sbattono al vento, e così tutto torna in silenzio sulla via Horlivska, a parte i bambini in bici delusi, stavolta gli eroi non avevano neanche voglia di scherzare quei dieci minuti.