✕

Torna in Argentina "l'aereo della morte", il velivolo da cui vennero gettati almeno 12 desaparecidos

 L'areo che ha effettuato il volo della morte del 14 dicembre 1977 
Il fotografo italiano Giancarlo Ceraudo ha cercato per anni di rintracciare uno degli aerei utilizzati per i "voli della morte" dalla dittatura di Videla. C'è riuscito nel 2009 lavorando insieme alla giornalista investigativa Miriam Lewin. Ora il PA-51 Skyvan tornerà a Buenos Aires dagli Usa
4 minuti di lettura

La notizia è questa: tornerà in Argentina l’aereo dei “voli della morte”, uno dei cinque usati dagli sgherri della giunta militare per gettare vivi, nel vuoto, da duemila metri di altezza, sull’Atlantico, centinaia di prigionieri politici. L'unico ad essere individuato intatto nel 2009 in Florida.  Ma è il retroscena, l’incredibile lavoro d’inchiesta svolto dal fotografo italiano Giancarlo Ceraudo e la giornalista investigativa Miriam Lewin, a rendere questa storia un vero tributo alla giustizia. È stato grazie alla coppia di reporter se l’orrore da leggenda si è trasformato in realtà. 

Ceraudo e Lewin hanno messo insieme tutti i pezzi del mosaico, li hanno collegati tra loro, uniti in un solo filo. Hanno fornito al tribunale, che ha già giudicato e condannato 1.000 ufficiali e agenti al servizio della giunta militare di Videla, la prova principe di questa barbara esecuzione.…

La notizia è questa: tornerà in Argentina l’aereo dei “voli della morte”, uno dei cinque usati dagli sgherri della giunta militare per gettare vivi, nel vuoto, da duemila metri di altezza, sull’Atlantico, centinaia di prigionieri politici. L'unico ad essere individuato intatto nel 2009 in Florida.  Ma è il retroscena, l’incredibile lavoro d’inchiesta svolto dal fotografo italiano Giancarlo Ceraudo e la giornalista investigativa Miriam Lewin, a rendere questa storia un vero tributo alla giustizia. È stato grazie alla coppia di reporter se l’orrore da leggenda si è trasformato in realtà. 

Ceraudo e Lewin hanno messo insieme tutti i pezzi del mosaico, li hanno collegati tra loro, uniti in un solo filo. Hanno fornito al tribunale, che ha già giudicato e condannato 1.000 ufficiali e agenti al servizio della giunta militare di Videla, la prova principe di questa barbara esecuzione. La “pistola fumante”, l’arma del delitto: chi l’ha impugnata, quando, per fare fuori chi. Abbiamo parlato con Giancarlo Ceraudo. Lui stesso ci racconta come si è svolta questa storia eccezionale. La considera “un segno del destino”.

Perché?

“Per la serie di eventi, circostanze, di tempi e luoghi che si sono intrecciati tra loro. La scoperta dell’aereo, del piano di volo di quella notte, dei corpi trascinati sulla spiaggia dal vento forte che soffia dall’Antartide, evento raro avvenuto proprio in quel periodo; il lavoro svolto dai periti forensi che hanno collegato i resti al Dna dei familiari; la presenza a bordo, tra le vittime, di due suore francesi che hanno costretto i militari a inscenare un depistaggio dicendo a Parigi che non erano scomparse ma prese in ostaggio dai guerriglieri montoneros, con tanto di foto e drappo del gruppo alle spalle”.

 

Partiamo dall’inizio. Come sei finito in Argentina.

“Mi ero appassionato di America Latina. Ci sono andato vent’anni fa. Mio padre mi aveva trasmesso la mania degli aerei, mi portava sempre a vederli decollare e atterrare all’aeroporto dell’Urbe. Quando ero a Buenos Aires si parlava in continuazione di questi voli della morte. Era uscito da poco il libro di Horacio Verbitsky con le confessioni di Adolfo Scilingo, il capitano di corvetta che ammise per la prima volta l’esistenza di questo orrore”.

Non erano più una leggenda.

“Era un racconto per sentito dire. Mancavano le prove. Mi chiedevo dove fossero finiti questi aerei. Era diventata un’ossessione. Sapevo che ne usavano cinque, che volavano di solito il mercoledì e a volte il sabato. Ma nessuno sapeva dove stessero. Grazie a colleghi e amici conosco Miriam Lewin”.

La giornalista argentina. Anche lei tenuta segregata e torturata nel famigerato centro dell’Esma.

“Non ne voleva parlare. Era stordita, schiacciata da un senso di colpa per essersi salvata. Conosceva quelli che la notte del 14 dicembre del 1977 furono lanciati vivi nelle acque dell’Atlantico. Era afflitta dalla sindrome che insegue ogni sopravvissuto.”

Lo capisco bene.

“Ma la mia insistenza l’ha scossa e insieme abbiamo iniziato a cercare. Siamo andati fino a Fort Lauderdale, in Florida, e lì abbiamo trovato lo Short Sc.7 Skyvan, un turboelica costruito a Belfast che all’epoca faceva il servizio postale per conto di una compagnia alle Bahamas. Il proprietario ce lo ha fatto visitare, l’ho fotografato, ci ha consegnato persino lo storico dei piani di volo. C’era anche quello della notte del 14 dicembre 1977. Tre ore di viaggio, andata e ritorno da Buenos Aires, dalla pista usata per i voli della morte”.

Bisognava stabilire chi ci fosse a bordo quella notte.

“Sui piani di volo erano indicati i nomi dei tre piloti. Due, passati alle compagnie commerciali, sono stati condannati; il terzo è morto senza subire un processo. I nomi delle vittime sono stati ricostruiti grazie al dna. I loro resti erano stati trascinati a riva dallo Zonda, il vento tipico che soffia dall’Antartide e che spinge l’acqua dell’Atlantico dentro il Rio de la Plata. A bordo erano in 12: 8 donne e 4 uomini. C’erano tre fondatrici delle madri di Plaza de Mayo Azucena Villaflor, Mary Ponce de Bianco ed Esther Ballestrino de Careaga. Ma anche due suore francesi, Alice Doron e Leonie Duquet. C’era persino la professoressa di Chimica di padre Bergoglio che è diventato Papa. La conosceva bene”.

Tutte arrestate?

“Tutte sequestrate. Davano fastidio con le loro passeggiate in circolo a Plaza de Mayo e i militari pensano bene di rapirle. Commettono l’errore di prendere anche le suore francesi. Non potevano dire che erano terroriste. Inventarono il sequestro da parte della guerriglia. Ma il medico che aveva sepolto i resti di cinque della dodici vittime in una fossa comune ebbe il coraggio di scrivere nel referto che “erano cadute da un’altezza rilevante”. Non erano morte così, sulla spiaggia”.

Come le avete collocate su quell’aereo, quella notte?

“Grazie ai periti forensi. I resti sono stati riesumati, messi a confronto con il dna dei familiari. Coincidevano date, orari, luoghi di detenzione. Bisogna considerare che solo il 2 per cento degli scomparsi viene rinvenuto; di questo solo l’1 per cento collegato a un posto e l’1 per cento di questo fornito di nome e cognome”.

Un segno del destino?

“Lo considero un miracolo. Quella serie di eventi e circostanze che convergono e creano la tempesta perfetta. Non è stata premiata solo la nostra costanza. E’ stato un lampo di luce nelle tenebre di quegli anni. Ho sempre voluto dare un senso alle cose che trovavo e fotografavo. Un sasso raccolto al Colosseo non ha nessun valore se non cerchi di dargli un’anima, una storia, un significato”. Il PA-51 Skyvan della flotta della morte (due sono stati distrutti nella guerra della Falkland/Malvinas, tre sono stati venduti, di questi solo uno è sopravvissuto), attualmente parcheggiato all’aeroporto di Marana, vicino a Tucson, in Arizona, è stato riacquistato dal governo argentino. Arriverà a Buenos Aires entro il 12 maggio. Il 30 aprile si svolgeranno le commemorazioni per l’avvio della protesta delle madri di Plaza de Mayo. Ci sarà anche Giancarlo Ceraudo con la sua mostra fotografica su questo importante atto di giustizia. “Un omaggio a quelle donne che sfidavano la dittatura con il loro fazzoletto bianco in testa. Sono ormai nonne, sanno che questo governo sarà l’ultimo della loro vita. Soffia un vento forte di destra in Argentina. Ci sono spinte verso la rimozione, il negazionismo”. Lo stesso ex presidente Mauricio Macri, che si ricandida, lo cavalca. “Troppe speculazioni”, ha detto recentemente. “Basta con questi 40 anni di diritti umani negati”.