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Netanyahu assediato costretto dalla piazza a rinviare la riforma

(reuters)
A migliaia protestano davanti alla Knesset. Il premier: "Prendiamo tempo per il dialogo"
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GERUSALEMME - La linea che divide Israele è una ringhiera di metallo che corre lungo Sderot Hanassi Hashishi, nel cuore di Gerusalemme, a poca distanza dall'edificio della Corte Suprema e, poco più in là, della Knesset, il Parlamento. Lungo di essa si confrontano i due volti della crisi interna che da 12 settimane spacca il Paese e nelle ultime 72 ore si è trasformata nella peggiore della sua Storia: favorevoli e contrari alla riforma costituzionale del governo Netanyahu che punta a dare al Parlamento la possibilità di annullare le decisioni della Corte suprema, mettendo di fatto il potere giudiziario sotto il controllo di quello legislativo.

Sul lato sinistro, ci sono Yoseph e sua moglie, che vivono a Tel Aviv e oggi non sono andati al lavoro per scendere in piazza: "Chiediamo solo di parlare. Sediamoci intorno al tavolo e discutiamo: non si può cambiare tutta l'organizzazione politica della nazione in questa maniera: da soli&qu…

GERUSALEMME - La linea che divide Israele è una ringhiera di metallo che corre lungo Sderot Hanassi Hashishi, nel cuore di Gerusalemme, a poca distanza dall'edificio della Corte Suprema e, poco più in là, della Knesset, il Parlamento. Lungo di essa si confrontano i due volti della crisi interna che da 12 settimane spacca il Paese e nelle ultime 72 ore si è trasformata nella peggiore della sua Storia: favorevoli e contrari alla riforma costituzionale del governo Netanyahu che punta a dare al Parlamento la possibilità di annullare le decisioni della Corte suprema, mettendo di fatto il potere giudiziario sotto il controllo di quello legislativo.

Sul lato sinistro, ci sono Yoseph e sua moglie, che vivono a Tel Aviv e oggi non sono andati al lavoro per scendere in piazza: "Chiediamo solo di parlare. Sediamoci intorno al tavolo e discutiamo: non si può cambiare tutta l'organizzazione politica della nazione in questa maniera: da soli", sostengono. Di fronte a loro Levi, studente di una Yeshiva (scuola religiosa) di Gerusalemme: "La Corte suprema non è un organo eletto.

Il Parlamento sì: abbiamo eletto un Parlamento e formato un governo. Ora voi pretendete di cambiare quello che ha deciso. Chiedete democrazia: ma la democrazia siamo noi". In mano gli uni, sulle spalle l'altro, portano la stessa bandiera: la stella di David azzurra su fondo bianco. Ma le loro visioni di ciò che dovrebbe essere Israele sono inconciliabili. Mentre il dibattito prosegue duro ma civile, intorno la tensione sale. "Puttana, tornatene a Tel Aviv", urla uno dei compagni di Levi all'indirizzo della donna. "Siete dei primitivi", ribattono dal campo opposto. Dopo mezz'ora il capannello si scioglie, senza aver raggiunto nessun compromesso.

È un Paese spaccato come non mai quello che Benjamin Netanyahu ha provato a placare questa sera, annunciando alle 20 in diretta tv il rinvio della riforma che fino a 48 ore prima aveva giurato di portare a compimento: "C'è una minoranza che vuole spaccare il Paese, che invita i soldati a non combattere, che appicca incendi, che blocca le strade: non possiamo avere una guerra civile. Siamo sulla strada verso scontri pericolosi. Io non sono pronto a spaccare il Paese", ha detto il premier. E poi: "Ho deciso di postporre la seconda e terza tornata di voti alla Knesset in modo che il dibattito possa essere più articolato e le parti contrapposte possano confrontarsi: sto prendendo tempo per il dialogo". Per Netanyahu il mago, l'uomo dalle sette vite, quello di oggi è stato un momento difficile, da cui è uscito però senza arrendersi: tutto è rimandato al 30 aprile, quando si aprirà la sessione estiva del Parlamento.

Il discorso del premier è arrivato al culmine di una giornata difficilissima per Israele. Domenica notte, dopo la notizia del licenziamento del ministro della Difesa Yoav Galant che si era espresso a favore dello stop alla riforma, centinaia di migliaia di persone erano scese in strada in tutto il Paese: dai boulevard di Tel Aviv ai kibbutz ai confini con Gaza, la scelta di mandare via l'uomo incaricato di proteggere un Paese che sulla sicurezza basa la sua esistenza, era stata la goccia che aveva fatto traboccare un vaso già pieno.

La mobilitazione si era diffusa via whatsapp, straripando dalle chat dei riservisti (colonna portante dell'infrastruttura della difesa israeliana) a quelle dei diplomatici, fino ai gruppi dei vicini di casa e dei colleghi di lavoro. Il risultato è che questa mattina Israele si è svegliato paralizzato: i principali sindacati hanno dichiarato lo sciopero nazionale. Banche, ristoranti, uffici, scuole: tutto si è fermato. Nel giro di un'ora, i voli in partenza dall'aeroporto Ben Gurion sono stati bloccati: a quelli in arrivo è stato consentito di atterrare se erano già in volo, prima di arrivare a uno stop totale dello scalo.

Nel frattempo, il presidente della Repubblica Isaac Herzog era intervenuto per chiedere ancora una volta il ritorno al dialogo: "Faccio appello al primo ministro, ai membri del governo e ai membri della coalizione per il bene dell'unità del popolo di Israele a interrompere immediatamente il processo legislativo". Non aveva neanche finito di parlare che le strade erano tornate a riempirsi: il centro della protesta si era spostato per la prima volta a Gerusalemme, dove la Knesset era chiamata a votare alcuni passaggi della legge: con treni e autobus decine di migliaia di persone erano arrivate in città, al grido di "democrazia, democrazia".

Poco dopo, l'annuncio della contro-manifestazione della destra: alle 18, quando le strade cominciavano a svuotarsi di ragazzi e ragazze in jeans stretti e occhiali da sole, lavoratori del settore hi-tech e militanti di quello che un tempo era stato il glorioso partito laburista, sono cominciati ad arrivare gli ultrareligiosi e i sostenitori dei partiti di destra estrema: studenti delle scuole religiose e famiglie con i passeggini, ma anche giovani a volto coperto appartenenti a La Familia, gli ultrà della squadra Beitar Jerusalem, noti per le loro azioni violente. Troppo forte la tensione, troppo alti i rischi. Così Netanyahu ha dovuto trattare: una parte dei partiti religiosi e del suo stesso Likud si è mostrata subito favorevole allo stop, ma ottenere l'assenso dei rappresentanti dell'estrema destra è stato più difficile del previsto: per questo il discorso annunciato per la mattina è slittato fino alla sera.

Cosa accadrà ora è difficile dirlo. I sindacati hanno fermato lo sciopero, i due principali leader dell'opposizione, Benny Gantz e Yair Lapid si sono detti pronti al dialogo. Ma i gruppi spontanei che hanno dato vita alla protesta non ci stanno: "Le parole del premier e dei suoi partner estremisti dimostrano che vogliono andare avanti con una legge dittatoriale che danneggia l'economia e la sicurezza del Paese. Questo è un tentativo di indebolire la protesta, ma noi resteremo nelle strade fino a quando questa legge non sarà accantonata del tutto", fanno sapere. In cambio del rinvio i partiti religiosi di estrema destra hanno imposto a Netanyahu condizioni che promettono solo di allargare la spaccatura: la prima è la richiesta di Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, del partito di estrema destra Otza Yehudith, di creare una "guardia nazionale" e di metterla sotto il suo controllo.

Quando cala la sera, le proteste non sembrano destinate a fermarsi: i progressisti sono tornati a Tel Aviv, e lì occupano quelle strade da cui settimane fa è partito tutto. I sostenitori dei partiti religiosi di ultradestra assediano il cuore politico di Gerusalemme. Due città, due modi di vivere e pensare opposti, due visioni politiche: una stessa bandiera. Un puzzle da cui è davvero difficile uscire.