Lyman: la missione di Valentyn Verpovsky, cappellano militare con il kalashnikov
dalla nostra inviata Brunella Giovara , dalla nostra inviata Brunella GiovaraLYMAN - Un giorno ha deciso. Stava celebrando il funerale di un soldato ucciso, un missile colpì il corteo funebre. "È stato un grande shock, in quel momento ho deciso di arruolarmi”. Non sembra affatto contento, la sua vita serena è virata al nero, basta vedere la pistola Makarov che porta al fianco, “mai avrei detto che sarei arrivato a tanto, ma è andata così”. Del resto la vita di tutto un Paese è cambiata nel momento della prima bomba o missile, in una metamorfosi che ha generato soldati, volontari, profughi, morti, a migliaia in tutte le categorie. Padre Valentyn Verpovsky si occupa dei vivi e anche dei morti, nella sua veste mimetica di cappellano militare di due brigate, la 115esima e la 127esima, schierate dalle parti di Lyman. “I soldati hanno bisogno di conforto, più che altro psicologico”, ma sotto i bombardamenti pregano pure gli atei. E i morti, “sto organizzando lo scambio dei cadu…
LYMAN - Un giorno ha deciso. Stava celebrando il funerale di un soldato ucciso, un missile colpì il corteo funebre. "È stato un grande shock, in quel momento ho deciso di arruolarmi”. Non sembra affatto contento, la sua vita serena è virata al nero, basta vedere la pistola Makarov che porta al fianco, “mai avrei detto che sarei arrivato a tanto, ma è andata così”. Del resto la vita di tutto un Paese è cambiata nel momento della prima bomba o missile, in una metamorfosi che ha generato soldati, volontari, profughi, morti, a migliaia in tutte le categorie. Padre Valentyn Verpovsky si occupa dei vivi e anche dei morti, nella sua veste mimetica di cappellano militare di due brigate, la 115esima e la 127esima, schierate dalle parti di Lyman. “I soldati hanno bisogno di conforto, più che altro psicologico”, ma sotto i bombardamenti pregano pure gli atei. E i morti, “sto organizzando lo scambio dei caduti, attraverso alcuni contatti con la Chiesa ortodossa russa”, che sostiene fermamente Putin. Nemica, quindi, appartenendo lui a quella ucraina.
Il lavoro consiste nel trasportare i sacchi neri con le salme russe fino a un punto prestabilito, scaricarle nella terra di nessuno, per poi raccogliere quelle ucraine e tornare con il camion a Lyman, e poi lì cominciano le pratiche di identificazione e restituzione alle famiglie. Lui benedice tutti, la morte livella le distinzioni, e poi bisogna fare in fretta perché ormai la neve si è sciolta, i cadaveri vanno seppelliti il prima possibile. Non a Lyman, che è una città in ginocchio, con l’80 per cento delle case distrutte. Occupata dai russi il 24 maggio 2022, liberata il 1° ottobre, il fronte troppo vicino per pensare a ricostruire alcunché. E come, e dove, nessuno ha la forza di portare via le tonnellate di macerie, e soprattutto non si può lavorare sotto i colpi di artiglieria, e con quali operai, tra l’altro.
Nel suo ufficio il sindaco Oleksandr Zhuravlyov riceve di fretta, fuori ha la fila di gente che gli deve chiedere cose, e lui non ha quasi risposte da dare. I vigili del fuoco, ad esempio, il capo Ihor dice “non abbiamo più mezzi di soccorso. Se scoppia un altro incendio che facciamo? E poi la provincia è grande, manca la benzina…”. Zhuravlyov spiega che la sua regione era soprattutto turistica, “avevamo 280 centri di villeggiatura, con agriturismi, hotel, ristoranti, percorsi natura”. È il grande parco nazionale Swiaty Hory, le Montagne Sante, nel cui territorio ci sono anche Slovjansk e Bakhmut. Era il pezzo più bello del Donbass, tra colline e monasteri, il fiume Donets e foreste grandiose, ora militarmente occupate.
“Intanto ho fatto preparare questo depliant per spiegare la futura ricostruzione. Ma per ora non se ne parla. Quando il fronte si allontanerà di 50-60 chilometri, allora potremo pensare a fare qualcosa di concreto”. Ad esempio, le scuole. “Purtroppo sono tutte distrutte, dalle materne al liceo”. C’era una nuovissima scuola di informatica per bambini, un progetto sponsorizzato dal Giappone. Centrato da un missile, il calore ha fuso persino i termosifoni, che restano attaccati al muro, ma sciolti come la cera.
D’altra parte sono anche distrutti i ponti per arrivare a Lyman, e si attraversa il fiume solo grazie a un ponte di barche fatto dai genieri. E le strade, sconnesse, a voragini piene di pioggia. I boschi, ancora pieni di carcasse di carri armati russi, o di quelli ucraini, ben nascosti nelle loro fosse protettive. E tutto il parco è stato minato, squadre di sminatori camminano lentamente sui sentieri, piantano le bandierine rosse con il teschio, ma il territorio è immenso. C’era un business del turismo, ora manca la materia prima, e chissà per quanti anni ancora. Dice il sindaco di aver fatto almeno una cosa importante, cioè rimettere in funzione alcuni ambulatori medici, “e formato un gruppo di psicologi, che vadano a parlare con la popolazione. Quello che ne è rimasto, visto che sette su dieci non sono più qui, e molti sono morti”. Ma tornerà qualcuno, a Lyman, a parte qualche centinaio di persone rimaste accanto alle proprie rovine? Lui non lo sa.
“Questa è una guerra in cui bisogna saper sperare”, dice il prete armato. Mostra le foto dei giorni felici. A un battesimo, nessuno dei presenti sapeva cosa stava arrivando. La seconda, in mezzo a un gruppo di volontari, lui impugna nella destra un kalashnikov, nell’altra l’aspersorio con cui l’ha appena benedetto. La terza nel bosco, ormai è nell’esercito e ha un suo kalashnikov. “Quando abbiamo riconquistato Lyman, abbiamo trovato una fossa comune con 180 corpi. Molti erano di mamme con i loro figli, uccisi a mitragliate senza motivo. Io ho visto queste cose”. Tutto è cambiato. È un soldato tra i soldati, quindi vorrebbe solo tornare a Berdyciv “dove ho lasciato una moglie e 5 bambini”, non solo la tonaca e la croce d’oro.