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Felipe Finger a capo di una delle unità delle forze speciali ambientali brucia una pompa in un punto di estrazione illegale di oro nel territorio degli Yanomami 

Nell'Amazzonia degli Yanomami, sul fronte della guerra ai minatori illegali che uccidono un popolo

In missione con le unità delle forze speciali ambientali che su ordine del presidente Lula distruggono le postazioni estrattive clandestine nella foresta. L'allarme per i bambini della tribù che malattie e malnutrizione continuano a sterminare. Le responsabilità di Bolsonaro
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TERRITORIO INDIGENO YANOMAMI, Brasile — La miniera di stagno clandestina era così remota che l’enorme appezzamento disboscato nella foresta pluviale amazzonica è passato in buona parte inosservato per tre anni. Così, quando degli elicotteri sconosciuti hanno volteggiato senza preavviso sulle loro teste, i minatori al lavoro si sono subito dileguati nella foresta.

Quando la squadra delle forze speciali ambientali brasiliane è giunta sul posto, i minatori ormai erano fuori dalla vista, ma nel fango le due pompe più grandi della miniera erano ancora in funzione. Gli agenti federali hanno iniziato a irrorarle di nafta. Mentre si apprestavano ad appiccare il fuoco, una ventina di indigeni è arrivata di corsa dalla foresta, reggendo archi e frecce più grandi di loro. Erano indigeni della tribù degli Yanomami, la cui terra – e la cui vita – è stata annientata dai minatori per anni.

Sul posto, però…

TERRITORIO INDIGENO YANOMAMI, Brasile — La miniera di stagno clandestina era così remota che l’enorme appezzamento disboscato nella foresta pluviale amazzonica è passato in buona parte inosservato per tre anni. Così, quando degli elicotteri sconosciuti hanno volteggiato senza preavviso sulle loro teste, i minatori al lavoro si sono subito dileguati nella foresta.

Quando la squadra delle forze speciali ambientali brasiliane è giunta sul posto, i minatori ormai erano fuori dalla vista, ma nel fango le due pompe più grandi della miniera erano ancora in funzione. Gli agenti federali hanno iniziato a irrorarle di nafta. Mentre si apprestavano ad appiccare il fuoco, una ventina di indigeni è arrivata di corsa dalla foresta, reggendo archi e frecce più grandi di loro. Erano indigeni della tribù degli Yanomami, la cui terra – e la cui vita – è stata annientata dai minatori per anni.

Sul posto, però, gli Yanomami si sono resi conto che i nuovi arrivati erano lì per aiutarli. Gli agenti stavano smantellando la miniera e hanno promesso di dare loro tutte le provviste dei minatori. “Gli amici non sono minatori” ha detto agli altri uomini della tribù l’unico indigeno che parla un po’ di portoghese.

Secondo funzionari del governo e alcuni studiosi, il moltiplicarsi delle miniere clandestine in questa vasta area dell’Amazzonia ha provocato una crisi umanitaria senza precedenti per il popolo Yanomami, decurtando le sue scorte di cibo, diffondendo la malaria e, in alcuni casi, minacciandolo direttamente di violenza.

Per separare l’oro dal fango i minatori usano il mercurio e alcune analisi condotte di recente dimostrano che i fiumi degli Yanomami ne contengono un livello superiore di 8600 volte a quello considerato sicuro. L’avvelenamento da mercurio provoca malformazioni nei nascituri e danni neurologici.

Tra i circa 31mila Yanomami brasiliani, la mortalità infantile supera oggi quella dei Paesi lacerati dalle guerre e colpiti dalle carestie: dai dati governativi risulta che qui un neonato su dieci muore, rispetto a uno su cento nel resto del Paese. Molte di queste morti sarebbero evitabili, in quanto provocate da denutrizione, malaria, polmonite e altre malattie. L’indigeno alla miniera, che ha voluto restare anonimo, ha parlato di “molti casi di diarrea e vomito, niente salute, niente aiuti, niente”.

Adesso, però, il nuovo presidente brasiliano di sinistra, Luiz Inácio Lula da Silva, ha fatto della difesa di questa tribù indigena una priorità della sua azione politica finalizzata a fermare la devastazione della foresta amazzonica. A gennaio il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha trasferito in elicottero varie persone gravemente denutrite dai villaggi, ha predisposto posti di blocco vicino ai più importanti corsi d’acqua del territorio e ha cercato e messo fuori uso le miniere in funzione.

È dal 2016 che i minatori hanno iniziato ad affluire in questa zona, ma la crisi vera e propria è scoppiata sotto la presidenza dell’ex presidente di destra Jair Bolsonaro che, dopo essere stato eletto nel 2018, ha ridotto l’organico e i finanziamenti destinati alle agenzie incaricate di tutelare la foresta.

Durante il suo mandato, l’area del lussureggiante territorio Yanomami dove è andata avanti l’attività mineraria si è quadruplicata, arrivando – secondo le osservazioni dei satelliti – a coprire quasi 5172 ettari, una superficie grande più o meno come uno dei cinque distretti di Manhattan a New York.

“Da un lato c’è soddisfazione perché si contrastano di nuovo i crimini contro l’ambiente” ha detto Felipe Finger, il responsabile dell’unità delle forze speciali ambientali brasiliane che ha guidato le operazioni alla miniera di stagno. “Dall’altro, però, c’è profondo sconforto, perché l’emorragia della foresta è iniziata quattro anni fa. E ha perso molto sangue” ha aggiunto.

Il governo sta lottando contro una vera e propria corsa all’oro. Migliaia di cercatori hanno invaso il territorio per cercare oro e altri metalli preziosi: un sito di scavo produttivo può assicurare fino a cinque chilogrammi d’oro a settimana, corrispondenti a circa 300mila dollari sul mercato nero locale. Dai calcoli dei ricercatori, nella terra degli Yanomami ci sarebbero centinaia di miniere in funzione.

Dal canto loro, gli indigeni arrivati alla miniera non hanno mai sentito parlare di Lula o di Bolsonaro, ma sono stati chiari sul fatto che i minatori hanno portato gravi disagi. “Il popolo soffre la fame” ha detto lo Yanomami mentre Finger appiccava il fuoco alle rumorose pompe.

Lì accanto, altri agenti perquisivano l’alloggio dei minatori, una baracca di assi di legno con un frigorifero, una stufa e due parabole satellitari di una società statale brasiliana di telecomunicazioni. (Pochi giorni fa gli agenti hanno scoperto altri minatori che si servivano di Starlink, una società di servizi internet diretta da Elon Musk).

Nella baracca gli agenti hanno trovato un minatore che aveva atteso troppo prima di allontanarsi. Edmilson Dias ha detto che lavorava alla miniera da due mesi, vi era arrivato in elicottero e guadagnava mille dollari a settimana. L’uomo è stato fatto sedere su un ceppo con le mani legate dietro la schiena, guardato a vista ai lati da due agenti armati e in mimetica. Nonostante ciò, l’uomo è rimasto sprezzante. “A dire la verità, vado via da qui e andrò in un’altra miniera” ha detto, aggiungendo che i soldi che guadagna sono troppi per lasciar perdere.

“Peggiore che mai”

Invece dei mesi, gli Yanomami contano le lune e, invece degli anni, i raccolti della pupunha. Dai loro calcoli risulta che vivono in Amazzonia da migliaia di raccolti di quei frutti e, a differenza di altri gruppi indigeni, conducono una vita ancora molto simile a quella dei loro antenati.

Nei circa 370 villaggi disseminati nella foresta, varie famiglie condividono grandi capanne a cupola, ma negli appezzamenti di terreno ogni famiglia coltiva per conto proprio cassava, banane e papaya. Gli uomini cacciano, le donne si occupano della terra e non interagiscono molto con il mondo esterno.

Il loro primo contatto prolungato con i bianchi, missionari americani, avvenne negli anni Sessanta. Poco dopo arrivarono altri brasiliani, e costruirono strade che si addentravano sempre più nell’Amazzonia, spinti dal desiderio di trovare l’oro. Con quei contatti arrivarono nuove malattie e migliaia di Yanomami persero la vita.

La situazione peggiorò negli anni Ottanta, quando la corsa all’oro portò altre malattie ancora e violenza. Nel 1992 il governo brasiliano decise di intervenire decretando protetti circa 9,5 milioni di ettari di foresta lungo il confine con il Venezuela, destinandoli interamente agli Yanomami e creando così il più grande territorio indigeno del Brasile, un’area più vasta del Portogallo.

Nel 2018, però, quando Bolsonaro si candidò alla presidenza, i cercatori d’oro stavano già tornando in massa, spinti dai prezzi in forte aumento del prezioso metallo. Le miniere clandestine si moltiplicarono e, in buona parte, l’Amministrazione di Bolsonaro rimase a guardare.

“Negli ultimi quattro anni abbiamo visto regnare l’apatia, forse di proposito” ha detto Alisson Marugal, procuratore federale che sta conducendo indagini sulla gestione del territorio Yanomami da parte dell’Amministrazione Bolsonaro. “Non sono intervenuti, pur essendo consapevoli che così facendo permettevano che si verificasse una crisi umanitaria”.

L’ufficio diretto da Marugal accusa il governo dell’ex presidente di aver indebolito il sistema sanitario degli indigeni, intensificando la crisi. Talvolta gli operatori sanitari non potevano acquistare cibo per gli Yanomami, si legge in un suo reclamo del novembre 2021. Il governo, in precedenza, aveva deciso di mettere a disposizione degli indigeni 23 medici, poi ridotti a 12 alla fine del 2021.

Bolsonaro ha affermato che il suo governo ha portato a termine 20 operazioni per aiutare i gruppi indigeni, nel complesso 449mila persone. “Nessun governo ha dato attenzione e mezzi al popolo indigeno come Jair Bolsonaro” ha scritto su Twitter a gennaio.

Oggi le sofferenze di molti bambini Yanomami sono innegabili. Stanno morendo di fame: gli si vedono le ossa, hanno il viso emaciato e il ventre gonfio, segno eloquente di denutrizione. Da un recente studio del governo risulta che il 50 per cento dei bambini Yanomami è sottopeso e l’80 per cento è di altezza inferiore alla media.

Paulo Basta, un medico del governo che studia gli Yanomami da 25 anni, dice che la denutrizione tra i bambini indigeni è “peggiore che mai”. Durante l’Amministrazione Bolsonaro, 570 bambini sono morti per cause evitabili come denutrizione, diarrea, polmonite e malaria rispetto ai 441 dei quattro anni precedenti: lo dicono i dati del sito di informazione ambientale del Brasile. (Il governo non ha registrato queste informazioni in modo continuo e affidabile).

Secondo scienziati e ricercatori, la crisi sanitaria ha una causa evidente: le attività estrattive portano a disboscare, deviare i corsi d’acqua, alterare il paesaggio, allontanare la selvaggina e danneggiare le coltivazioni. L’acqua stagnante delle miniere facilita la riproduzione delle zanzare che contribuiscono a diffondere la malaria che i minatori portano nella foresta dalle città. Un tempo tra gli Yanomami la malaria era stata in gran parte debellata, mentre negli ultimi anni quasi ogni indigeno delle tribù se ne è ammalato. Nel terreno e nei fiumi, inoltre, il mercurio penetra sempre più a fondo.

In un ospedale pediatrico di Boa Vista, una città brasiliana fuori dal loro territorio, le famiglie Yanomami si accalcano in una stanza dal cui soffitto pendono 12 amache. Alcuni bambini ricoverati sono curati contro la grave denutrizione, altri lottano con la malaria.

In un’amaca, una giovane madre allatta la sua bambina di otto mesi, che pesa poco meno di tre chilogrammi. La piccola ha appena ricevuto una trasfusione di sangue e ha un sondino di alimentazione. Il padre dice che i raccolti nel villaggio sono stati scarsi, ha tradotto l’interprete, ed “era difficile che qualcosa germogliasse, non so perché”.

“Lo vendo a chiunque” 

In un ristorante in zona, Eric Silva allunga sul tavolo circa due etti e mezzo di oro. Silva è un commerciante d’oro e dice di averlo comprato quel giorno stesso per diecimila dollari. Secondo lui, il governo non riuscirà mai a fermare la caccia al metallo prezioso. “È un fatto culturale: da quando esiste il Brasile, vi si estrae oro” dice.

Silva è stato minatore per 22 anni, fino a quando gli agenti del governo non gli hanno bruciato i macchinari, causandogli una perdita di 115mila dollari. Adesso, però, si è reinventato: compra e vende circa quattro chilogrammi d’oro al mese, per un valore di 230mila dollari al mercato nero.

“Lo vendo a chiunque capita ed è disposto a pagare il prezzo più alto. L’ho venduto agli americani e ai francesi. Non so dove lo portano, ma so che gliel’ho venduto io” ha detto.

Mentre gli Yanomami muoiono, il settore dell’oro prospera. A Roraima, lo Stato di cui fa parte buona parte del territorio degli Yanomami, è illegale qualsiasi attività estrattiva, ma le strade di Boa Vista sono fiancheggiate da negozi di oro.

 A gennaio, all’inizio delle operazioni del governo contro i minatori, le autorità avevano stimato in 20mila le persone collegate all’estrazione clandestina presenti nel territorio degli Yanomami, tra cui minatori, cuochi, piloti e prostitute. Trent’anni fa, durante la corsa all’oro in quello stesso territorio, al governo occorsero anni per allontanare tutti i minatori.     

Adesso l’operazione di allontanamento dal territorio Yanomami dei minatori illegali è condotta dall’unità delle forze speciali di Finger. In una recente missione nella foresta, gli agenti hanno trovato una miniera d’oro abbandonata da poco e una di estrazione della cassiterite, il minerale più importante per ottenere lo stagno. In entrambe, l’intervento era mirato alla distruzione dei costosi macchinari.

Le forze speciali hanno cercato anche il mercurio e Finger lo ha trovato nella baracca dei minatori. Ne è uscito adirato, reggendo in mano una bottiglietta piena dello scintillante liquido. Dias, il minatore che non ha fatto in tempo a scappare, ha detto con noncuranza che “quel mercurio è poco”.

Gli agenti hanno detto agli indigeni Yanomami, che stavano osservando le operazioni, di dare una mano a ripulire la baracca. Hanno accatastato sacchi di farina, riso e fagioli, e pile di vestiti, cuscini e pentole, poi hanno portato via tutto nelle loro capanne, compreso un grande altoparlante.

Gli agenti hanno dato fuoco alla baracca, sono montati in elicottero e hanno decollato. Dias è stato lasciato sul posto, senza provviste. Nel volo di rientro, si sono viste varie colonne di fumo alzarsi in cielo, a riprova del fatto che quella miniera era soltanto una delle tante, uno dei tanti pozzi che devastano l’Amazzonia. Su entrambi i lati c’era la fitta foresta, inframezzata ogni tanto da una radura che ospita un villaggio Yanomami.
(Copyright The New York Times. Traduzione di Anna Bissanti)