✕
(afp)

"#IsraeleCadeAPezzi", l'hashtag che infiamma i social arabi. Ma i palestinesi temono: "Rischio guerra su Gaza per sfuggire alla crisi"

Ecco come vengono lette in Medio Oriente le proteste di massa contro la riforma della giustzia del governo Netanyahu
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Negli ultimi giorni, la crisi sociale che attraversa Israele, le manifestazioni di massa, lo scontro politico tra il governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu e le opposizioni, sono state seguite da vicino da media e opinioni pubbliche di mezzo mondo. Piazze e televisioni arabe non hanno fatto eccezione. Tra coloro che gioiscono per le difficoltà dello Stato ebraico e chi invece sogna una società civile altrettanto attiva nel combattere per libertà e valori democratici.

“Come arabo penso che questo sia l'inizio della fine di Israele, a Dio piacendo”, Qusai al-Qaisi, un cittadino giordano, ha dichiarato a Reuters. “Sono davvero felice di quello che sta accadendo lì.”

A esprimere sentimenti simili sono in tanti, in tutto il mondo arabo, come dimostra la popolarità di hashtag come #IsraeleCadeAPezzi e #TelAvivBrucia in lingua araba, che negli ultimi due giorni sono diventati di tendenza su Twitter.

…

GERUSALEMME – Negli ultimi giorni, la crisi sociale che attraversa Israele, le manifestazioni di massa, lo scontro politico tra il governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu e le opposizioni, sono state seguite da vicino da media e opinioni pubbliche di mezzo mondo. Piazze e televisioni arabe non hanno fatto eccezione. Tra coloro che gioiscono per le difficoltà dello Stato ebraico e chi invece sogna una società civile altrettanto attiva nel combattere per libertà e valori democratici.

“Come arabo penso che questo sia l'inizio della fine di Israele, a Dio piacendo”, Qusai al-Qaisi, un cittadino giordano, ha dichiarato a Reuters. “Sono davvero felice di quello che sta accadendo lì.”

A esprimere sentimenti simili sono in tanti, in tutto il mondo arabo, come dimostra la popolarità di hashtag come #IsraeleCadeAPezzi e #TelAvivBrucia in lingua araba, che negli ultimi due giorni sono diventati di tendenza su Twitter.

“Per qualsiasi arabo, quello che sta accadendo è sicuramente una buona notizia,” dice a Reuters il trentanovenne siriano Mohammad Abdullatif. Mentre la televisione al-Manar, espressione del movimento libanese Hezbollah, che in Libano rappresenta un vero e proprio Stato nello Stato, ha lodato la “completa paralisi” del “nemico”.

Tra i palestinesi, il quadro appare più complesso. L’Autorità nazionale palestinese ha evitato di esprimersi pubblicamente sulla questione della controversa riforma giudiziaria che ha rappresentato la scintilla che ha innescato la crisi.

“Si tratta un affare interno israeliano”, un alto funzionario palestinese a Ramallah ha spiegato al Jerusalem Post. "La nostra politica è quella di non interferire negli affari interni di Israele, ma siamo lieti di vedere che molti israeliani capiscono quanto sia pericoloso questo governo di destra”.

Altre voci raccolte dal quotidiano israeliano però sottolineano come, a prescindere dai propri giudizi sul paese, quanto accaduto dimostra il livello di partecipazione civica e di impegno per la libertà tra i suoi cittadini – un livello non riscontrabile nella società palestinese (a Gaza e in Cisgiordania non si tengono elezioni da oltre un quindicennio).

“Non importa cosa pensiamo di loro, rimangono meglio di noi; almeno non vengono governati a colpi di decreti presidenziali,” il commento di un giornalista di Ramallah.

Soddisfazione per le difficoltà attraversate dallo Stato ebraico arriva anche da Gaza. La crisi è stata seguita attentamente dai media locali. "Speriamo che non si risolva presto, e speriamo che si intensifichi e peggiori,” ha detto a Reuters Talal Okal, un analista politico. “Allo stesso tempo, abbiamo anche il timore che possano lanciare un’operazione militare o una guerra per sfuggire alla crisi interna”.

Nonostante la partecipazione di massa degli israeliani alle proteste di piazza, che hanno visto il coinvolgimento di centinaia di migliaia di cittadini in un paese che conta nove milioni di abitanti, uno dei grandi fallimenti del movimento di protesta è stata l’incapacità di coinvolgere gli arabo-israeliani.

Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, l’87% degli arabo-israeliani ritiene che se approvata la nuova legge danneggerebbe i propri diritti civili e l’80% che avrebbe un effetto negativo sui suoi risparmi. Eppure pochi membri della comunità hanno scelto di scendere in piazza.

“Pochissimi arabi partecipano alle proteste, perché le proteste riguardano solo la democrazia ebraica, non la democrazia sostanziale”, ha detto ad Al Jazeera il parlamentare Ahmad Tibi, sottolineando come il tema dell’uguaglianza dei cittadini arabi o la questione israelo-palestinese siano rimasti estranei all’agenda della protesta. “La minoranza palestinese in Israele non prova grande empatia o senso di appartenenza nei confronti della Corte Suprema e del sistema giudiziario”, ha aggiunto, sottolineando come, a differenza di quanto sostenuto da coloro che criticano il tribunale, la Corte Suprema si è spesso espressa in senso sfavorevole in casi che riguardavano i diritti dei palestinesi in Israele o nei Territori. Nonostante questo, Tibi sottolinea che lui e il suo partito Ta’al rimangono contrari alla riforma. “Ci opponiamo alle riforme perché alla fin fine è possibile che la Corte Suprema rimanga l'ultima risorsa per le minoranze e i gruppi deboli su determinate questioni,” ha spiegato. “Non sempre aiuta, ma è l'ultima risorsa”.