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Noa: "Questa crisi deve servire a Israele per capire chi siamo"

Intervista alla cantante israeliana più conosciuta all'estero: "In gioco c'è la natura stessa del mio Paese, e anche di tutto il Medio Oriente"
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GERUSALEMME - La musica e l'impegno civile. I palcoscenici e le conferenze internazionali. E' la vita di Achinoam Nini, in arte Noa, la voce israeliana più conosciuta all'estero: nata a Tel Aviv da una famiglia che ha le sue origini in Yemen, Noa lavora da anni per il dialogo fra arabi e israeliani e per portare al mondo un'immagine di Israele come un Paese aperto, che cerca la pace.Lo ribadisce alla vigilia del suo ritorno in Italia: sarà in concerto a Belluno il 13 aprile e ad Adria il 14.

Noa, qualche giorno fa in un'intervista alla televisione belga, lei ha detto di sentirsi "ottimista" nonostante tutto quello che sta accadendo qui. Ci spiega il perché?

"Vorrei chiarire che non mi sveglio felice la mattina: sono preoccupata, come tutti. Ma allo stesso tempo penso che questa crisi abbia portato allo scoperto tante questioni che per tanto tempo abbiamo ignorato in questo Paese. Ecco, ora non possiamo più farlo: e non p…

GERUSALEMME - La musica e l'impegno civile. I palcoscenici e le conferenze internazionali. E' la vita di Achinoam Nini, in arte Noa, la voce israeliana più conosciuta all'estero: nata a Tel Aviv da una famiglia che ha le sue origini in Yemen, Noa lavora da anni per il dialogo fra arabi e israeliani e per portare al mondo un'immagine di Israele come un Paese aperto, che cerca la pace.Lo ribadisce alla vigilia del suo ritorno in Italia: sarà in concerto a Belluno il 13 aprile e ad Adria il 14.

Noa, qualche giorno fa in un'intervista alla televisione belga, lei ha detto di sentirsi "ottimista" nonostante tutto quello che sta accadendo qui. Ci spiega il perché?

"Vorrei chiarire che non mi sveglio felice la mattina: sono preoccupata, come tutti. Ma allo stesso tempo penso che questa crisi abbia portato allo scoperto tante questioni che per tanto tempo abbiamo ignorato in questo Paese. Ecco, ora non possiamo più farlo: e non possiamo neanche tornare indietro, perché una volta che metti allo scoperto cose come la vera natura di questo governo, le sue tendenze dittatoriali, non puoi più ignorarle. Anche cancellassero la legge ora, non basterebbe a fermare la protesta. Israele è una nazione giovane e spesso nella sua Storia per capire cosa è e cosa vuole essere ha dovuto farlo attraverso le crisi.  Questa crisi è un'occasione per farsi delle domande: chi siamo? Uno Stato per gli israeliani tutti o solo per gli ebrei? Che ruolo deve avere la religione nelle nostre vite? Che rapporto vogliamo avere con le minoranze, che siano palestinesi, omosessuali o donne?".

La sua risposta qual è?

"Che per essere davvero un Paese abbiamo bisogno di punti comuni e di rispetto reciproco. Le faccio un esempio: la lingua. Ogni israeliano deve parlare ebraico per prima cosa: non yiddish come insegnano ai loro figli gli ultraortodossi, non arabo come fanno alcuni arabi israeliani. Ebraico, per prima cosa: poi certo, anche le altre lingue, inglese compreso. E ancora. Non abbiamo una Costituzione: allora però accordiamoci sulle fondamenta della nostra società, su quel concetto di uguali diritti e opportunità e di uguali doveri che sta alla base della nascita di questo Stato. Un ultraortodosso che non serve nelle Forze armate, non paga le tasse, non lavora e dunque non condivide con me il peso dei doveri che ho verso Israele: quindi non rispetta il patto".

Però gli ultraortodossi insieme al premier Netanyahu hanno vinto le elezioni: e ora accusano i liberal, come lei, di voler cambiare le carte in tavola.

"Ci tengo che sia chiaro: non stiamo parlando di chi ha vinto le elezioni. Abbiamo visto Paesi in cui i vincitori delle elezioni hanno svuotato uno Stato democratico e lo hanno trasformato in qualcosa di diverso: voi in Europa ne sapete qualcosa. Stiamo parlando del confine fra democrazia e dittatura: quello che sta succedendo non è accettabile, con tutto il rispetto per gli ultraortodossi e per chi ha votato Netanyahu. E' come se un padre dicesse che siccome è stato lui a mettere al mondo un bambino, ora ha diritto a maltrattarlo e a picchiarlo: non è così".

Lei ha detto: questa crisi non riguarda solo Israele, riguarda il mondo: perché?

"Tutti quelli con un briciolo di cervello capiscono che la ragione ultima di questa riforma, quello a cui porterà, è l'annessione della Cisgiordania e l'imposizione di una visione di Israele come nazione solo degli ebrei. Questo è quello che vogliono gli alleati di Netanyahu: questo è quello che faranno se non ci sarà qualcuno a dire "no". La comunità internazionale lo deve capire: parliamo di una bomba a orologeria, e nel momento in cui esploderà metterà a rischio l'intera regione. Non solo noi".