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A Lod, nella città ferita dall'odio tra estremisti dove gli arabi israeliani non manifestano contro la riforma di Netanyahu

Un uomo nella sinagoga di Lod bruciata negli scontri tra ebrei e arabi, maggio 2021 

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Qui nel 2021 si consumarono violenti scontri. Oggi nessuno sventola bandiere per difendere la Corte Suprema. Il presidente Herzog chiama anche i partiti della minoranza al tavolo delle trattative
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LOD (ISRAELE) - Nei giardini di fronte alla stazione di Lod, quindici chilometri a Sud-est di Tel Aviv, c'è la scultura di una colomba, simbolo della pace. Non c'è una data, ma non ci vuole molto a capire che è un lascito di tempi migliori: sulle ali e sul becco dilaga la ruggine, tutt'attorno c'è spazzatura. Della pace, da queste parte, non ci si preoccupa molto.

Ci vogliono solo venti minuti di treno da Tel Aviv a Lod, ma il panorama che si apre di fronte a chi arriva qui è ben diverso da quello della grande città: delle bandiere con la stella di David che sventolano dai balconi di chi aderisce alla protesta contro la riforma della giustizia del governo Netanyahu non c'è traccia. Non sono sulle case degli ultraortodossi, che negli ultimi anni si sono spostati qui in numero crescente e che alla riforma sono in linea di massima favorevoli. E neanche su quelle degli arabi israeliani, il 30 per cento dei 75mila abita…

LOD (ISRAELE) - Nei giardini di fronte alla stazione di Lod, quindici chilometri a Sud-est di Tel Aviv, c'è la scultura di una colomba, simbolo della pace. Non c'è una data, ma non ci vuole molto a capire che è un lascito di tempi migliori: sulle ali e sul becco dilaga la ruggine, tutt'attorno c'è spazzatura. Della pace, da queste parte, non ci si preoccupa molto.

Ci vogliono solo venti minuti di treno da Tel Aviv a Lod, ma il panorama che si apre di fronte a chi arriva qui è ben diverso da quello della grande città: delle bandiere con la stella di David che sventolano dai balconi di chi aderisce alla protesta contro la riforma della giustizia del governo Netanyahu non c'è traccia. Non sono sulle case degli ultraortodossi, che negli ultimi anni si sono spostati qui in numero crescente e che alla riforma sono in linea di massima favorevoli. E neanche su quelle degli arabi israeliani, il 30 per cento dei 75mila abitanti di Lod. Di manifestazioni pro o contro la legge qui non ce ne sono state: una rarità in questo momento in Israele.

"Perché dovremmo scendere in piazza? - si chiede Fida Shedada, attivista e consigliera comunale - quelli che lo fanno puntano a mantenere le cose come stanno: non a cambiarle. A noi cittadini arabi le cose come stanno non vanno bene: e quello che è successo qui nel maggio 2021 lo dimostra".

In quei giorni, questa si trasformò nella frontiera più calda di Israele: due persone (un ebreo e un arabo) morirono negli scontri fra coloni arrivati dalla Cisgiordania e cittadini arabo-israeliani di Lod. La comunità araba denunciò di essere stata vittima di un'aggressione programmata, i coloni di essere stati costretti a difendere le famiglie ultraortodosse: il risultato furono scontri violentissimi, tanto da far temere che il fragile patto di convivenza fra la minoranza araba di Israele - il venti per cento della popolazione - e il resto del Paese si spaccasse.

Se l'eco di quelle giornate fuori di qui fu presto offuscato dalla successiva escalation a Gaza, a Lod i segni restano: la città è spaccata in due, con i quartieri arabi circondati da un crescente numero di nuove abitazioni che il sindaco Yair Revivo - vicino al leader di estrema destra e ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir - ha riservato agli ultraortodossi, in nome della necessità di ripresa demografica ed economica.

"Si guardi intorno: tante delle nostre case non hanno allaccio alle fogne né all'elettricità. Le strade per arrivarci non sono asfaltate e mancano giardini e spazi comuni. Abbiamo altre cose di cui preoccuparci prima della Corte suprema: senza dimenticare che è lo stesso organo che qualche anno fa ha avallato la scelta di fare di Israele lo Stato dei soli ebrei, non di tutti i suoi cittadini". Ghassan Monayer non è un estremista. Per anni ha lavorato alla Knesset come assistente per i deputati eletti nelle liste arabe: ma come Shedada, è stanco di promesse e preoccupato per la mancanza di prospettive per i giovani, che qui sfocia in tassi di criminalità ben più alti della media. Per questo, in strada non è andato e non andrà.

Non tutti fra gli arabi-israeliani sono d'accordo con lui: una delle voci più forti in questo senso è quella dello scrittore Odeh Bisharat. "È vero che la Corte suprema ha preso decisioni a noi sfavorevoli - ci spiega - ma è anche vero che saremmo noi le prime vittime della mancanza di garanzie. Non solo: credo che la protesta sia un corpo vivo. Non ci sono tante persone in piazza con cartelli contro l'occupazione dei Territori: ma ci sono. Sono sempre più gli israeliani che colgono la contraddizione fra il concetto di democrazia e quello di occupazione. Dobbiamo essere lì per farglielo capire".

"Lì" ci sono già i rappresentanti dei partiti arabi-israeliani: da ieri anche loro hanno preso posto al tavolo delle trattative voluto dal presidente Isaac Herzog. Prima di sedersi hanno assicurato che nella loro agenda ci sono anche le questioni care ad attivisti come Shedada e Monayer. Che il bagaglio che portano sia più pesante di quello dei rappresentanti degli altri partiti è una cosa che è chiara a molti qui in Israele: quanto realmente riuscirà a pesare è ancora da vedere.