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Tra i volontari della carovana della pace in viaggio verso l'Ucraina: "Non cediamo all'indifferenza"

Una mlitante del Pd e un attivista cattolico raccontano perché hanno deciso di tornare nel Paese martoriato dalla guerra. "La pace non è un concetto astratto, deve essere pratica, è qualcosa per cui bisogna sporcarsi le mani"
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BEREHOVE (UCRAINA). Primo giorno di viaggio della quinta carovana della pace: 1.100 chilometri da Padova a Berehove, cittadina ucraina subito dopo il confine con l'Ungheria; un torpedone di 32 furgoni carichi di aiuti per la popolazione ma anche, o forse soprattutto, di volontari (in media quattro per mezzo, dicono sia il numero ideale per viaggiare senza incomprensioni). Ma chi sono? Cosa pensano? Perché si sobbarcano questa 'traversata'? Il Fiat Ducato, numero 2 della carovana, è di proprietà dell'associazione Papa Giovanni XXIII. Alla guida si alternano Beppe Longo e Ilaria Sbalchiero, dietro prende posto Carla Luzi.

La militante del Pd


Sbalchiero, 45 anni e tre figli, è militante del Pd e assessora alle 'Politiche giovanili, pari opportunità e gentilezzà del comune di Recoaro Terme. Questa è la seconda volta che affronta il viaggio, la prim…

BEREHOVE (UCRAINA). Primo giorno di viaggio della quinta carovana della pace: 1.100 chilometri da Padova a Berehove, cittadina ucraina subito dopo il confine con l'Ungheria; un torpedone di 32 furgoni carichi di aiuti per la popolazione ma anche, o forse soprattutto, di volontari (in media quattro per mezzo, dicono sia il numero ideale per viaggiare senza incomprensioni). Ma chi sono? Cosa pensano? Perché si sobbarcano questa 'traversata'? Il Fiat Ducato, numero 2 della carovana, è di proprietà dell'associazione Papa Giovanni XXIII. Alla guida si alternano Beppe Longo e Ilaria Sbalchiero, dietro prende posto Carla Luzi.

La militante del Pd


Sbalchiero, 45 anni e tre figli, è militante del Pd e assessora alle 'Politiche giovanili, pari opportunità e gentilezzà del comune di Recoaro Terme. Questa è la seconda volta che affronta il viaggio, la prima fu ad agosto sempre con la carovana: "Andammo con un po' di incoscienza, senza conoscere la fatica del viaggio né la realtà che poi abbiamo trovato - dice - Sono convinta che la pace non debba essere qualcosa di astratto, deve essere pratica, va coltivata, è qualcosa per cui bisogna sporcarsi le mani. Questo è un buon modo per farlo, per questo ho scelto di tornare".

Racconta che, al di fuori dei giri di amicizie più impegnate nell'associazionismo, la cosa che più volte si è sentita dire parlando della carovana è stata: "Se vai o non vai alla fine non cambia niente, anzi se poi ti succede qualcosa cambia in peggio: ne vale davvero la pena?". Risposta? "Se assieme ad altre 130 persone andiamo e facciamo un certo tipo di rumore non è vero che non cambia niente, perlomeno proviamo a cambiare la narrazione". Qual è la narrazione? "Che c'è un popolo aggredito e per cui dobbiamo mandare armi, armi e armi. Questo è in parte vero, ma poi c'è gente che muore ad ogni giorno di guerra in più, e per questo non la vuole. Penso alle migliaia di bambini sradicati dalla loro terra e dalla loro cultura, questo è ciò che bisogna raccontare e far vedere".

Poi Sbalchiero aggiunge un particolare interessante. Quando ad agosto si preparava al primo viaggio in molti si offrirono per mandare aiuti. "Stavolta c'è stato il vuoto. Nella chat del mio partito ho scritto per dire che ripartivo, non ho avuto nessuna risposta se non un'offerta di 100 euro dal mio circolo. L'Ucraina non è più una notizia, ha stufato, è passata di moda". Durante il viaggio gli organizzatori nel gruppo generale su Whatsapp consigliano di scaricare la app ucraina che segnala se nelle vicinanze c'è un allarme aereo. "Ho più paura della prima volta, proprio perché non ho più l'incoscienza del non sapere. Ma ai miei figli ho detto che è importante che ognuno faccia la propria parte, e sono qui anche per loro: è inutile parlare e spiegare, conta l'esempio".

Con sé ha una cartella piena di disegni per i bambini dell'ospedale pediatrico di Odessa. Li hanno fatti i bambini dell'istituto Floriani di Recoaro, il tema sono i fiori, a simboleggiare il germoglio della pace. Nel guardarli salta all'occhio che molti di loro hanno disegnato assieme, una accanto all'altra, le bandiere di Russia e Ucraina. Come a dire: i potenti decidono le guerre, ma a subirle sono i popoli.

L'attivista cattolico

"Quattro figli di pancia e tre di cuore", 62 anni, Longo non ha una casa ma una casa famiglia a Valdagno, si chiama 'Emmanuele'. Da lì negli anni sono passate 240 persone: bambini, mamme in difficoltà con bambini, detenuti in pena alternativa. Ha fatto il camionista per una vita prima di diventare educatore sociale. Da giovane militava in Lotta Continua, finita l'illusione rivoluzionaria ha abbracciato il mondo cattolico: "Adesso sono apolitico e apartitico, le ultime due volte non ho votato".

Nel corso della vita è stato due volte in Bosnia per l'operazione colomba, poi in Libano e in Palestina. In Ucraina c'era stato ad agosto. "Non volevo rifarla questa carovana perché speravo cessasse la guerra, ma a tornare mi ha spinto il pensiero delle persone che abbiamo lasciato lì: le stesse che ho visto in altre parti del mondo, gli stessi occhi. Andar lì significa esserci, condividere qualcosa con loro. Quando torni a casa senti che le tue priorità cambiano, rimetti in fila ciò che conta davvero nella vita".

Intanto c'è il viaggio e anche per lui un po' di preoccupazione: "Solo gli stupidi non hanno paura. Non sappiamo dove caschi un missile, allora mi affido alla preghiera". Domanda: lei è un pacifista? "Sono contro la guerra, e questa come sempre è la guerra dei potenti, è la guerra dei soldi, e la gente non la vuole. Non credo nemmeno all'equazione ucraini buoni e russi cattivi, non mi piacciono le semplificazioni". Longo ammette che, al di là dei buoni sentimenti, la violenza fa parte della natura umana. "Ognuno ha il suo lupo dentro e ognuno fa il suo lavoro interiore per arginarlo. Ma temo soprattutto l'indifferenza. Tante volte mi sono sentito chiedere: 'ma cosa vai a fare là?'".

La consigliera comunale marchigiana

Sessantaquattra anni e con a casa un figlio di 40 anni, Luzi siede nel consiglio comunale di Fano per una lista civica di sinistra. "Nella mia vita ho avuto pochi soldi ma molte tessere...", sorride. Casa delle donne, Emergency, le donne in nero che misero in atto la pratica nonviolenta di porsi tra i due contendenti durante la prima Intifada in Palestina, esperienze diverse ma tutto sommato simili. Prima di andare in pensione ha fatto per una vita l'educatrice negli asili nilo pubblici. In Ucraina non è mai stata. "Ho sentito che era il momento giusto di andare: so che può essere pericoloso, non posso cambiare la geopolitica del mondo ma posso metterci il mio sguardo", spiega Luzi.

Un tipo di impegno diretto come questo "viene visto come qualcosa di inusuale, poi la guerra si è normalizzata e ci si stanca, più che dalla consapevolezza l'opinione pubblica è mossa dalle emozioni e questo è un male. La società civile può fare tanto ma ora è la politica che deve agire", ragiona.

Propositi per il viaggio? "Spero di essere abbastanza pronta a non farmi travolgere dalle emozioni, perché è impossibile non vivere in prima persona il dolore altrui. Ma allo stesso tempo portarlo con me può essere importante per non restare fermi, inerti". Questo perché, continua, "nell'aria c'è un senso di ineluttabilità e io non mi voglio rassegnare, ognuno deve fare il suo piccolo pezzo. Per il futuro sarebbe bello fare una missione del genere in Russia, per stare a fianco delle madri che sono costrette a vedere i loro figli partire per la guerra, una guerra che loro non hanno scelto e che subiscono come tutti".