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L'ira di Trump in tribunale: “Mi arrestano, sono innocente”

L’ex presidente lascia le impronte digitali (ma niente foto segnaletica) e ascolta la lettura dei 34 capi d’accusa. Tenuta a distanza dagli agenti, una piccola folla di sostenitori grida al complotto: “Sono cose da Paese comunista”
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NEW YORK - "Not Guilty". Dopo aver fornito le generalità, lasciato le impronte digitali e schivato (con suo grande scorno) la foto segnaletica che già sperava di trasformare in bandiera, Donald Trump si è dichiarato non colpevole dei 34 capi d'accusa contestategli dal giudice Juan Merchan alle 14.50 di ieri. In quella stessa aula al 15esimo piano del Tribunale di Manhattan dove, nel 2020, l'infame produttore di Hollywood Harvey Weinstein fu condannato a 23 anni di carcere. 

Seduto fra gli avvocati Joe Tacopina, Susan Necheles e Todd Blanche, con sguardo impietrito - e innervosito da un poliziotto che entrando in aula non gli ha tenuto aperta la porta costringendo a spingersela da solo - The Donald ha negato ogni accusa: il falso in bilancio, la cospirazione per minare l'integrità del voto 2016 sopprimendo informazioni negative e dunque i pagamenti con fondi della campagna elettorale a due donne per comprare il silenzio su rel…

NEW YORK - "Not Guilty". Dopo aver fornito le generalità, lasciato le impronte digitali e schivato (con suo grande scorno) la foto segnaletica che già sperava di trasformare in bandiera, Donald Trump si è dichiarato non colpevole dei 34 capi d'accusa contestategli dal giudice Juan Merchan alle 14.50 di ieri. In quella stessa aula al 15esimo piano del Tribunale di Manhattan dove, nel 2020, l'infame produttore di Hollywood Harvey Weinstein fu condannato a 23 anni di carcere. 

Seduto fra gli avvocati Joe Tacopina, Susan Necheles e Todd Blanche, con sguardo impietrito - e innervosito da un poliziotto che entrando in aula non gli ha tenuto aperta la porta costringendo a spingersela da solo - The Donald ha negato ogni accusa: il falso in bilancio, la cospirazione per minare l'integrità del voto 2016 sopprimendo informazioni negative e dunque i pagamenti con fondi della campagna elettorale a due donne per comprare il silenzio su relazioni passate. I 130 mila dollari alla pornostar Stormy Daniels, secondo la testimonianza del suo ex avvocato Michael Cohen che li avrebbe anticipati. Gli altri 150 mila alla coniglietta di Playboy Karen McDougal, pagata attraverso David Pecker, l'allora direttore del compiacente National Inquirer, pure lui ascoltato più volte nei mesi passati. E perfino 30mila dollari a un custode della sua Tower perché alludeva a un presunto figlio illegittimo. "Non colpevole" ha dunque ripetuto Trump, rivolgendosi per un'unica volta direttamente al giudice Merchan.

Sì, il magistrato da lui attaccato solo poche ore prima via Truth: "È corrotto. Mi odia, bisogna spostare il processo a Staten Island, sede più equa e sicura". Per sua sfortuna, è infatti lo stesso giudice del processo contro la Trump Organization conclusosi a gennaio con la multa di 1,6 milioni di dollari, quello che ha gestito l'accordo con Allen Weisselberg, l'ex direttore finanziario dell'Organization, che ha collaborato in cambio di uno sconto di pena. E ha in mano pure il dossier contro lo storico consigliere Steve Bannon, accusato di aver rubato soldi raccolti per costruire il muro al confine col Messico. E pazienza se il giudice Merchan è stato scelto dal caso: il ruolo assegnato attraverso estrazione. Conosce meglio di ogni altro il mondo di Trump, non si fa intimidire e ha fama di incorruttibile. All'altezza, insomma, dallo storico evento: primo togato ad avere un ex presidente per imputato. 

L'abito blu, la camicia bianca, la cravatta rossa - rimando certo non casuale ai colori della bandiera americana - il tycoon ha lasciato la Trump Tower all'una circondato dagli uomini del Secret Service e dai suoi legali. Ha alzato il pugno verso i reporter in segno di resistenza: ed è salito sul Suv nero che lo ha portato in tribunale dove si è costituito a pochi minuti dalle due. Non prima di aver postato, pure dall'auto: "È surreale. Wow, stanno per arrestarmi. Non posso credere stia accadendo in America". 

Scuro in volto, Trump è dunque entrato dall'ingresso posteriore su Baxter Street senza avere nemmeno il tempo di fare un cenno ai sostenitori (un centinaio, confusi fra altrettanti giornalisti) riuniti nel vicino Collect Pond Park, a 60 metri di distanza dal tribunale come richiede la legge, pena l'arresto. Un appuntamento indetto dalla deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, insieme alla star dei cospirazionisti online Jack Posobiec e al commentatore di estrema destra Graham Allen, attirando un variegato popolo di destra ammantato in bandiere a stelle e strisce.

Con la colorita eccezione di una donna di mezz'età con sulla giacca un Trump in abiti da torero con tanto di spada e bandiera americana a mo' di muleta, intenta ad urlare a chiunque "Stanno mettendo sotto accusa l'unico uomo che può salvarci tutti". Dice di chiamarsi Q ed è una seguace di QAnon - i complottisti convinti che Hillary Clinton, Barack Obama e altri esponenti del partito democratico sono pedofili, stupratori di bambini. "Se la prendono con un innocente, un'ex presidente. Cose da Paese comunista", ulula intanto Taylor Greene che per arringare la folla si arrampica su una panchina col megafono in mano. Ma i suoi seguaci non sentono altro: due omoni con voce baritonale coprono il resto del discorso urlandole contro: "Incrimineranno anche te" e "il 6 gennaio fu insurrezione". Partono spintoni e insulti, la folla ondeggia e in pochi istanti la situazione si fa così caotica che i bodyguard quasi la sollevano e la portano via. Costringendo il popolo di Trump ad accontentarsi del deputato conservatore di New York George Santos: il mentitore seriale, assurto alle cronache per aver truccato il curriculum. 

L'udienza dura circa un'ora, animata da accuse reciproche: da un lato gli avvocati di Trump a dipingerlo come un perseguitato e a lamentare di non aver avuto il tempo di leggere i documenti consegnati a ridosso dell'udienza. Dall'altra a lamentare l'incitamento alla violenza da parte dell'ex presidente che ha costretto a mettere sotto scorta membri della Procura e famiglie. E mentre il procuratore Alvin Bragg chiedeva di firmare un protective order, impegno alla segretezza quelli ne hanno ribadito il diritto alla difesa: «Stanno distruggendo la sua reputazione».

Solo alle 16 si può dire che è tutto finito. Trump, libero di tornarsene in Florida - prossima udienza il 4 dicembre, il processo forse a gennaio - punta dritto sull'aeroporto, pronto a parlare al "suo" pubblico nella confort zone di Mar-a-Lago alle 20 locali. Ma il silenzio finisce per romperlo molto prima: "Nulla è stato fatto illegalmente" scrive ancora una volta su Truth. "Bragg ha chiuso New York, mobilitato 38mila agenti e speso 200mila dollari di fondi cittadini per un accordo di non divulgazione legale da 130.000 dollari". Ma intanto pure il procuratore è libero di risponde finalmente alle domande della stampa: "Sono preoccupato per i post minacciosi di Trump sui social", dice, riferendosi pure all'immagine del tycoon con una mazza da baseball puntata su una sua foto. "Potrebbero avere un brutto effetto su giurati e testimoni e ho chiesto provvedimenti per proteggerli. Non possiamo e non vogliamo normalizzare condotte criminali. La legge è uguale per tutti". Via Twitter pure la pornostar Stormy Daniels dice la sua: "Continuano a chiamarmi ricettacolo d'immondizia. Beh è molto più divertente essere sotto il mio uomo sexy che sotto arresto". Già. Il nuovo Trump show è appena incominciato.