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"Sono stato diffamato da ChatGpt": il costituzionalista americano inserito in una lista di molestatori dall'IA

(reuters)
Gli errori dell'intelligenza artificiale denunciati anche da un amministratore australiano. "Non c'è nessuno a cui chiedere smentite", lamentano gli interessati che ora invocano soluzioni immediate
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NEW YORK - Non solo questioni di copyright. Presto i legislatori dovranno vedersela pure con una pioggia di cause per le diffamazioni diffuse dall'IA, l'intelligenza artificiale. I casi sono già clamorosi: lo stimato costituzionalista Jonathan Turley, professore di legge alla George Washington University e commentatore televisivo della rete conservatrice Fox, giorni fa, per dire, è stato avvertito da un collega che ChatGpt aveva incluso il suo nome in una lista di molestatori universitari.

Un'accusa gravissima: che il programma sostanziava basandosi su un articolo del Washington Post del marzo 2018. Dove si raccontava di un viaggio in Alaska dove Turley avrebbe fatto avances e toccato in modo inappropriato una studentessa. Peccato che l'articolo in questione non è mai esistito. Così come il viaggio in Alaska. E naturalmente la studentessa. "È stato spaventoso. Far circolare una cosa del genere rischia di diventare incredibi…

NEW YORK - Non solo questioni di copyright. Presto i legislatori dovranno vedersela pure con una pioggia di cause per le diffamazioni diffuse dall'IA, l'intelligenza artificiale. I casi sono già clamorosi: lo stimato costituzionalista Jonathan Turley, professore di legge alla George Washington University e commentatore televisivo della rete conservatrice Fox, giorni fa, per dire, è stato avvertito da un collega che ChatGpt aveva incluso il suo nome in una lista di molestatori universitari.

Un'accusa gravissima: che il programma sostanziava basandosi su un articolo del Washington Post del marzo 2018. Dove si raccontava di un viaggio in Alaska dove Turley avrebbe fatto avances e toccato in modo inappropriato una studentessa. Peccato che l'articolo in questione non è mai esistito. Così come il viaggio in Alaska. E naturalmente la studentessa. "È stato spaventoso. Far circolare una cosa del genere rischia di diventare incredibilmente dannoso. E non c'è nessuno a cui chiedere smentite", ha confessato il prof proprio al Washington Post. Scrivendo poi di suo pugno su Usa Today un lungo editoriale sulla terribile esperienza, chiedendo soluzioni immediate. 

La brutta avventura capitata a Turley non è purtroppo isolata: in Australia Brian Hood, sindaco di Hepburn Shire, 120 chilometri a nord-ovest di Melbourne, si è trovato invischiato in una brutta storia di corruzione: sempre inventata da ChatGpt. E ora minaccia di far causa se OpenAi che produce il Bot non corregge le false affermazioni. Riassumendo maldestramente certi accadimenti del passato, l'IA ha infatti sostenuto che Hood era coinvolto in uno scandalo della Reserve Bank of Australia, dove lui aveva effettivamente lavorato nei primi anni 2000. Peccato che lui era la persona che aveva informato le autorità di certi movimenti illegali osservati e non il colpevole. 

Già da tempo l'incapacità di distinguere il vero dal falso di ChatGpt, che sa imitare ogni stile di scrittura, è oggetto di critiche. Ma qui si tratta di diffamazione. E la necessità di indicare soluzioni ma anche responsabili si fa sempre più pressante. Forse anche per questo ieri sul blog dove l'azienda si rivolge direttamente agli utenti, hanno scritto: "Open AI si impegna a mantenere l'intelligenza artificiale sicura e vantaggiosa. Riconosciamo che, come qualsiasi altra tecnologia, questi strumenti comportano rischi reali, quindi lavoriamo per garantire che la sicurezza sia integrata nel nostro sistema a tutti i livelli". Cercando poi di dettagliare il loro approccio alla sicurezza: "Prima di rilasciare qualsiasi nuovo sistema, conduciamo test rigorosi, coinvolgiamo esperti esterni, lavoriamo per migliorare il comportamento del modello e costruiamo ampi sistemi di sicurezza e monitoraggio". Si può e si deve certamente fare di più.