Tunisia, Saied chiude le porte al Fmi: "Non accetteremo i loro diktat per avere il prestito"
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - Negli ultimi tempi Giorgia Meloni ha fatto un'incessante lobby a favore della Tunisia, implorando un po' tutti a sostenere finanziariamente il Paese, che vive una grave crisi economica: in provenienza dalle sue coste, fra migranti tunisini e subsahariani, gli sbarchi in Italia si sono moltiplicati per quattro dall'inizio dell'anno. Il premier preme sul Fondo monetario internazionale, perché conceda il prestito da 1,9 miliardi di dollari, da tempo promesso, indispensabile per evitare il default sulle finanze pubbliche. E ha fatto pressioni sull'Unione europea, ma anche sulle monarchie del Golfo, sull'Algeria, perfino su Israele per aiutare la Tunisia. E non parliamo di Antonio Tajani, il ministro degli Esteri, attivissimo in questo senso su fronte Fmi. Ecco, entrambi dovranno farsene una ragione e forse cambiare strategia: quel malloppo Kais Saied (presidente e ormai padrone del Paese) non lo vuole, almeno alle condizioni imposte dall'organiz…
TUNISI - Negli ultimi tempi Giorgia Meloni ha fatto un'incessante lobby a favore della Tunisia, implorando un po' tutti a sostenere finanziariamente il Paese, che vive una grave crisi economica: in provenienza dalle sue coste, fra migranti tunisini e subsahariani, gli sbarchi in Italia si sono moltiplicati per quattro dall'inizio dell'anno. Il premier preme sul Fondo monetario internazionale, perché conceda il prestito da 1,9 miliardi di dollari, da tempo promesso, indispensabile per evitare il default sulle finanze pubbliche. E ha fatto pressioni sull'Unione europea, ma anche sulle monarchie del Golfo, sull'Algeria, perfino su Israele per aiutare la Tunisia. E non parliamo di Antonio Tajani, il ministro degli Esteri, attivissimo in questo senso su fronte Fmi. Ecco, entrambi dovranno farsene una ragione e forse cambiare strategia: quel malloppo Kais Saied (presidente e ormai padrone del Paese) non lo vuole, almeno alle condizioni imposte dall'organizzazione internazionale, ossia le riforme economiche profonde da realizzare e la fine, almeno parziale e progressiva, di un sistema di prezzi sovvenzionati, per prodotti come la benzina.
Lo spettro evocato di una rivolta sociale
Saied l'ha detto chiaro e tondo oggi, in trasferta a Monastir, sulla tomba di Habib Bourguiba, padre dell'indipendenza (dittatore dal 1957 al 1987). "Per quanto riguarda l'Fmi, i diktat che provengono dall'estero e che portano a un aumento della povertà sono inaccettabili", ha dichiarato in una cerimonia nel giorno dei 23 anni dalla morte di Bourguiba. L'alternativa, secondo lui, è "contare su noi stessi", ha aggiunto. E ancora: "Bisogna trovare altre idee perché la pace sociale non sia messa in gioco o diventi qualcosa che possa essere preso alla leggera", ricordando le "rivolte del pane" scoppiate quando il "padre dell'indipendenza" era ancora al potere, fra il 29 dicembre 1983 e il 5 gennaio 1984. Avevano fatto seguito alla fine delle sovvenzioni sui prodotti cerealicoli. C'erano stati violenti scontri con la polizia, che avevano provocato la morte di decine di persone (molte di più secondo le Ong del tempo).
Un negoziato arenato
Ritorniamo al prestito dell'Fmi: 1,9 miliardi di dollari sono alla fine insufficienti alle esigenze dello Stato tunisino (solo per finanziare il budget pubblico del 2023 mancano ben 2,7 miliardi di euro). Ma quel prestito è fondamentale, perché farà da volano a finanziamenti aggiuntivi, europei o sulla base di accordi bilaterali con altri Paesi, come l'Italia e la Francia (oggi i principali sponsor dell'enigmatico e ingestibile Saied). Nell'ottobre 2022 il Fondo aveva dato il suo accordo preliminare al prestito, che avrebbe dovuto concretizzarsi entro la fine dell'anno scorso. Ma poi il negoziato si è arenato. Nelle ultime settimane Josep Borrell, capo della diplomazia europea, aveva descritto una situazione "molto pericolosa", temendo un "crollo". E Antony Blinken aveva evocato lo spettro del default, senza un rapido accordo con l'Fmi.
Le mancate riforme
Perché il Fondo non concedeva il prestito? Secondo le voci che giravano, al di là dei piani preparati dal Governo tunisino, con le riforme richieste, mancava l'approvazione di Saied, che con una nuova Costituzione ha dato vita a un regime iperpresidenzialista nel suo Paese. Insomma, a decidere alla fine è solo lui. Ebbene, il suo sì non sarebbe arrivato per i timori delle "lacrime e sangue" imposte alla popolazione dalle riforme previste. Comunque, i condizionali ora vanno tolti: Saied ha confermato tutto questo. Il Fondo pretende che si metta fine al sistema di prezzi sovvenzionati per prodotti come il pane e la benzina, che si riduca la massa salariale (in un Paese dove lo stipendio medio di un lavoratore dipendente si colloca poco sotto i 300 euro) e che si ristrutturi l'amministrazione pubblica (troppi dipendenti) e che si risanino più di cento imprese pubbliche, che da anni hanno un rosso cronico in bilancio (in sostanza, bisogna licenziare personale). Davvero troppo per un Paese che vive in una crisi economica strutturale da una decina di anni.
I conti pubblici fuori controllo
Ci si chiede, però: Saied può permettersi una "ribellione" del genere? Il debito pubblico ha superato l'80% del Pil, che secondo i parametri italiani o di un Paese "normale" sarebbe accettabile, ma per la Tunisia, che non dà più fiducia ai creditori internazionali, è tantissimo, tanto più che il deficit pubblico appare fuori controllo (il 7,7% del Pil nel 2022). Il Paese ha sofferto più degli altri della crisi de Covid (il turismo straniero non è ancora ritornato ai livelli precedenti) e della guerra in Ucraina. Quest'anno si prevedono raccolti dei cereali pari a tre milioni di quintali contro i sette dell'anno scorso, a causa della siccità. E corrispondono appena al 12% del fabbisogno. Il resto dovrà essere importato. Come si pagherà?