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Sudan, miniere e basi militari: così Putin vuole controllare il Mar Rosso e destabilizzare l'Ue

(afp)
Da anni il Paese è terreno di competizione globale, dalle monarchie del Golfo alla Cina. La Russia ha investito più di tutti puntando alla base di Port Sudan, incontrando i leader delle fazioni militari e usando il suo braccio armato in Africa: la Wagner
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Gli sviluppi delle ultime quarantott'ore in Sudan rappresentano il momento di rottura di una lotta per il potere iniziata già prima della caduta del regime di Omar al-Bashir nella primavera del 2019 e che vede la presenza di una molteplicità di stakeholder, interni ed esterni al Paese. Nonostante l'apparente convergenza di interessi la tensione tra l'esercito sudanese regolare (Saf) guidato dall'attuale presidente del Consiglio di Transizione, il Generale Al-Burhan, e le forze paramilitari (Rsf) guidate dal comandante Hemeti era crescente da mesi.

La scintilla che con ogni probabilità ha generato lo scoppio degli scontri è stata la decisione di Al-Burhan di promuovere, insieme ad alcune componenti civili coinvolte nel processo di transizione, l'integrazione delle Rsf nella struttura militare sudanese. In ballo tra i due leader militari non c'è solamente la complessa convivenza all'interno di un'unica gerarchia ma anch…

Gli sviluppi delle ultime quarantott'ore in Sudan rappresentano il momento di rottura di una lotta per il potere iniziata già prima della caduta del regime di Omar al-Bashir nella primavera del 2019 e che vede la presenza di una molteplicità di stakeholder, interni ed esterni al Paese. Nonostante l'apparente convergenza di interessi la tensione tra l'esercito sudanese regolare (Saf) guidato dall'attuale presidente del Consiglio di Transizione, il Generale Al-Burhan, e le forze paramilitari (Rsf) guidate dal comandante Hemeti era crescente da mesi.

La scintilla che con ogni probabilità ha generato lo scoppio degli scontri è stata la decisione di Al-Burhan di promuovere, insieme ad alcune componenti civili coinvolte nel processo di transizione, l'integrazione delle Rsf nella struttura militare sudanese. In ballo tra i due leader militari non c'è solamente la complessa convivenza all'interno di un'unica gerarchia ma anche, se non soprattutto, i ricchi asset finanziari dei militari.
Oltre l'82% del totale delle risorse pubbliche sono attualmente nelle mani di partecipate riconducibili soprattutto alle Rsf o direttamente ad Hemeti. Quest'ultimo ha rifiutato di avviare l'integrazione del corpo paramilitare nel Saf, chiedendo che avvenisse in maniera graduale nell'arco di almeno un decennio. L'irritazione di Al-Burhan e di coloro che lo sostengono, compreso il presidente egiziano Al-Sisi, potrebbe essere stata dunque la vera scintilla dello scontro.

Il ruolo di egiziani e russi

Le due fazioni riconducibili agli apparati di sicurezza sudanesi, a cui si aggiungono movimenti della società civile, gruppi militari ribelli, e nostalgici del precedente leader, infatti, costituiscono solamente una parte degli attori coinvolti nelle vicende politiche del Sudan. Il Sudan, come altri Stati africani (Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana) è da anni un terreno della competizione globale. Dalle monarchie del Golfo alla Cina passando per la Turchia, un numero crescente di attori esterni hanno progressivamente aumentato l'influenza nel Paese intervenendo e indirizzando il processo di transizione politica. Chi ha investito di più politicamente negli ultimi due anni è stata la Russia. Mosca considera il Sudan un paese geo-strategicamente chiave per la propria rinnovata strategia verso l'Africa. Dopo l'invasione dell'Ucraina, la Russia mira ad aprire un fronte di crisi a Sud dell'Europa e lo fa attraverso azioni volte a destabilizzare diversi contesti africani.

La visita di Hemeti a Mosca

Il Sudan, incastrato tra il Sahel e il Corno d'Africa, regioni fondamentali per gli interessi europei (migranti, energia, terrorismo, risorse), è da diversi anni un obiettivo del presidente Putin. Agli occhi di Mosca il Sudan significa innanzitutto l'apertura di una base militare a Port Sudan. Il progetto, la cui realizzazione è stata promessa da al-Bashir e che è stato rilanciato nell'ambito della recente visita di Lavrov, consentirebbe a Mosca di acquisire una posizione di controllo sul Mar Rosso e di proiettarsi verso il Mediterraneo e, soprattutto, l'Oceano Indiano. Negli ultimi dodici mesi, Mosca ha formalmente adottato una politica d'equilibrio tra la Saf e le truppe paramilitari di Hemeti.

Significativo di tale approccio è stata la visita di Hemeti a Mosca a pochi giorni dall'avvio dell'invasione in Ucraina. Il comandante sudanese sperava di incontrare Putin e ottenere supporto militare, in particolare elicotteri per rafforzare il settore areo delle Rsf. Tuttavia il Presidente russo non solo non ha ricevuto Hemeti, ma ha anche rifiutato la consegna degli elicotteri richiesti poiché infastidito degli scarsi avanzamenti nella questione di Port Sudan. Allo stesso tempo, però, la Russia ha sottotraccia rafforzato i rapporti con il comandante del Rsf sfruttando il proprio braccio armato in Africa: il gruppo Wagner.

Gli interessi sulle miniere

La partnership tra Mosca ed Hemeti si gioca su diversi piani e coinvolge settori chiave e questioni regionali. Innanzitutto, le ricche miniere d'oro sudanesi. Alcune società minerarie riconducibili a Mikhail Potepkin e alla Meroe Gold, una sussidiaria del gruppo Wagner, operano con aziende appartenenti agli asset economici delle Rsf come Aswar Multi Activities. Molto dell'oro sudanese è transitato in questi mesi dalla Siria, andando ad aiutare le casse di Bashar al-Assad. La convergenza di interessi tra Hemeti e Mosca riguarda poi altre dinamiche regionali.

Il gruppo Wagner e le Rsf stanno cercando di destabilizzare il Ciad e la Rca. Seppure manchino prove concrete è probabile che a sostegno delle Rsf di Hemeti vi siano anche gruppi ciadiani, milizie armate provenienti dalla Libia e combattenti appartenenti al gruppo Wagner. Dubbi riguardano anche la presenza di truppe egiziane sul suolo sudanese. Il rischio maggiore delle prossime ore è che la violenza possa diffondersi in tutto il Paese facendo da innesco ad altre crisi latenti come il Darfur e le province orientali. In tale quadro a rendersi palese è il fallimento delle scelte occidentali. Il sostegno alla società civile e all'ex primo Ministro Hamdok, infatti, avrebbe dovuto essere accompagnato a un maggiore coinvolgimento degli apparati di sicurezza al fine di promuovere una loro graduale istituzionalizzazione. La scelta di marginalizzarli ha aperto alla Russia e contribuito a rigettare il Sudan nel caos.

L'autore è docente di relazioni internazionali all'Università di Trieste e collaboratore Ispi