L'India sorpassa la Cina: è il Paese con più abitanti al mondo
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiCHENNAI - Il sorpasso sulla Cina è avvenuto. L’India è la nazione con più abitanti al mondo, secondo le stime delle Nazioni Unite che - nel rapporto dell'Ufpa "State of World Population" pubblicato oggi - indicano l'inizio di giugno come la data di nascita della più epocale transizione demografica degli ultimi 200 anni: quando il centro di gravità del mondo, in smottamento da decenni, si cementerà in Asia, inclinandosi ora verso il subcontinente indiano. Le loro popolazioni sommate arrivano al 36% del totale mondiale, ma in giugno la Cina avrà “solo” 1,4257 miliardi di abitanti, mentre l’India arriverà a 1,4286 miliardi.
CHENNAI - Il sorpasso sulla Cina è avvenuto. L’India è la nazione con più abitanti al mondo, secondo le stime delle Nazioni Unite che - nel rapporto dell'Ufpa "State of World Population" pubblicato oggi - indicano l'inizio di giugno come la data di nascita della più epocale transizione demografica degli ultimi 200 anni: quando il centro di gravità del mondo, in smottamento da decenni, si cementerà in Asia, inclinandosi ora verso il subcontinente indiano. Le loro popolazioni sommate arrivano al 36% del totale mondiale, ma in giugno la Cina avrà “solo” 1,4257 miliardi di abitanti, mentre l’India arriverà a 1,4286 miliardi.
Non è la semplice occasione di celebrare una vittoria da Guinness dei primati. La svolta statistica ha implicazioni globali che spiegano perché questo è il decennio dell’India, l’alba di un rallentamento nella crescita cinese nonostante i successi raggiunti. Siamo alla quarta fase della galoppata asiatica che iniziò con il boom giapponese nel dopoguerra seguito dal ruggito delle Tigri (Corea del Sud, Singapore, Hong Kong e Taiwan), sorpassate dalla grande marcia del capitalismo-comunista cinese. Ora è l’India ad assomigliare alla Cina di 30 anni fa, con una popolazione da record che può significare crescita economica e di consumi oltre a un maggior ruolo internazionale. Tra i rischi da evitare ci sono maggior povertà e disoccupazione.
Una sfida per Pechino
Il sorpasso rappresenta sfide problematiche per Pechino e promettenti possibilità per Delhi. Nel 1980 Deng Xiaoping varò severe sanzioni per contenere il nucleo familiare cinese a un unico figlio. Funzionò anche troppo bene. Nel 2015, Xi Jinping aumentò allora a due, poi a tre i figli concessi, per infine togliere le sanzioni, rendendo più ostico il divorzio. Troppo tardi. L’inarrestabile decrescita demografica, secondo il World Economic Forum, porterà alla perdita di 700 milioni di lavoratori (il 23%) entro il 2050. Così sarà davvero difficile raggiungere gli obiettivi economici, zavorrati dagli attuali 203 milioni di ultra-65enni cinesi, il 14,3 % della popolazione. L’India ne ha la metà, 103 milioni, il 6,8%.
Il tasso di fertilità in Cina nel 2022 è sceso all’1,18 figli per madre, sotto la media del 2,1 necessaria a stabilizzare la popolazione. In India la media è di due figli per madre, visto che a poco servirono le cruente politiche di sterilizzazione della premier Indira Gandhi nel 1975-77, mai imitate dai successori.
Il costo del lavoro
Secondo le stime, nel 2100 (quando gli indiani potrebbero essere il doppio dei cinesi) le pensioni in Cina costeranno il 20% del Pil, in India solo il 4%. Meno giovani e più anziani significa più spese ospedaliere e pensionistiche. E una forza lavoro in decrescita innesca anche l’aumento del costo del lavoro. Oggi un cinese guadagna già una media di 13,500 euro l’anno. Un indiano ne costa un quinto. Non c’è da sorprendersi se la Foxconn sta spostando la produzione di iPhone dalla Cina all’India, dove il 47% della popolazione ha meno di 25 anni: sono 610 milioni di lavoratori con la metà degli anziani da accudire.
L’India riuscirà a far fruttare quest’opportunità, che Delhi spera apra finalmente le porte all’agognato seggio nel Consiglio di Sicurezza? La crescita economica in Cina è al 4%, mentre l’India ha più volte superato il 6%, scalzando il Regno Unito come quinto Pil mondiale, alla rincorsa di Germania e Giappone. Per la Banca di Stato indiana, tra sei anni l’India sarà la terza potenzia economica mondiale.
Il ruolo delle donne
Per arrivarci dovrà generare più posti di lavoro, anche facendo lavorare di più madri e figlie tenute a casa da una repressione maschilista. E soprattutto dovrà invertire una stagnazione occupazionale che dura da 10 anni. Nel 2017, c’erano 413 milioni di occupati, nel 2019 erano calati a 406 milioni, nel 2022 erano scesi a 402 milioni. Il mercato del lavoro è fermo, gli investimenti deboli non solo per il rallentamento pandemico, ma anche per i danni della demonetizzazione del 2016 e un clima imprenditoriale complicato da politiche protezionistiche non abbastanza fluide per gli investimenti esteri. La scarsa offerta lavorativa fa sì che su 20 milioni di giovani che annualmente accedono all’età lavorativa solo 8 milioni si mettano a cercar lavoro. La partecipazione è al 39,8% degli occupabili, il resto si affida alla rete familiare e ai sussidi alimentari. Nonostante la povertà sia calata, l’India ha comunque il numero più alto al mondo di poveri: 228,9 milioni (16,4%).
Per raccogliere la sfida della disoccupazione giovanile e approfittare questo storico sorpasso demografico, Delhi dovrebbe smontare le inefficienze dei monopoli delle grandi famiglie intrecciati al potere politico, investire ancor di più nelle infrastrutture, rinnovare regole imprenditoriali soffocate da una burocrazia bizantina e rielaborare un piano nazionale per dare ossigeno ad uno sviluppo industriale che punti di più sulle esportazioni.