Sudan, terzo giorno di combattimenti a Khartoum: 180 morti e 1.800 feriti. Aggredito ambasciatore Ue
di Antonietta NapoliIn una spettrale Khartoum, il terzo giorno di combattimenti nella capitale del Sudan è iniziato con una serie di raid aerei, già dalle 5 del mattino. La risposta dell’esercito fedele al generale Abdel Fattah al-Burhan, di fatto presidente del paese in quanto capo del Consiglio sovrano, al tentativo delle Forze di supporto rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, è stata devastante. Secondo il rappresentante speciale delle Nazioni Unite nel Paese, Volker Perthes, sono oltre 180 le vittime e 1.800 i feriti.
Il punto cruciale degli scontri resta l’area dei palazzi del potere del Paese, dal quartier generale della Difesa, alla sede della presidenza della Repubblica. L'aviazione militare ha preso di mira le basi delle Rsf, il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido, alcune delle quali sono incorporate in aree residenziali. Nonostante i richiami e gli appelli internazionali…
In una spettrale Khartoum, il terzo giorno di combattimenti nella capitale del Sudan è iniziato con una serie di raid aerei, già dalle 5 del mattino. La risposta dell’esercito fedele al generale Abdel Fattah al-Burhan, di fatto presidente del paese in quanto capo del Consiglio sovrano, al tentativo delle Forze di supporto rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, è stata devastante. Secondo il rappresentante speciale delle Nazioni Unite nel Paese, Volker Perthes, sono oltre 180 le vittime e 1.800 i feriti.
Il punto cruciale degli scontri resta l’area dei palazzi del potere del Paese, dal quartier generale della Difesa, alla sede della presidenza della Repubblica. L'aviazione militare ha preso di mira le basi delle Rsf, il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido, alcune delle quali sono incorporate in aree residenziali. Nonostante i richiami e gli appelli internazionaliI le parti in conflitto non sembrano intenzionate a deporre le armi.
L'Autorità intergovernativa per lo sviluppo, formata dai Paesi del Corno d'Africa, ha nominato tre mediatori, i presidenti del Sud Sudan Salva Kiir, del Kenya Ismail William Ruto e Omar Guelleh di Gibuti. A loro è stato affidato il mandato di recarsi in Sudan “per aiutare a mediare un cessate il fuoco”. Per ora, tuttavia, non è possibile che i tre partano essendo l'aeroporto di Khartoum ancora chiuso.
Sul fronte occidentale, gli Stati Uniti, l'Ue e il Regno Unito, attraverso la voce del segretario di Stato Usa Antony Blinken, dal G7 in Giappone dove si è ampiamente discusso di Sudan, hanno chiesto la fine immediata dei combattimenti. Finora le parti hanno accettato di sospendere le ostilità solo per consentire l'evacuazione dei feriti e permettere a lavoratori e studenti bloccati nelle aziende e nelle scuole, in cui si trovavano al momento dell’inizio del conflitto, di tornare a casa. Non è però chiaro quanto sia stato rispettato l’accordo essendo cresciuto il numero delle vittime durante la giornata.
"Poche ore fa, l'ambasciatore dell'Ue in Sudan è stato aggredito nella sua residenza. Si tratta di una grave violazione della Convenzione di Vienna. La sicurezza delle sedi diplomatiche e del personale è una responsabilità primaria delle autorità sudanesi e un obbligo previsto dal diritto internazionale",ha scritto l'Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell in un tweet.
La situazione negli ospedali di Khartoum resta estremamente difficile e i combattimenti impediscono sia al personale che alle forniture mediche di raggiungere le persone ferite. Secondo il Sindacato dei medici del Sudan, un colpo di mortaio si è abbattuto su un ospedale a sud della capitale, senza causare morti.
Gli scontri deflagrati sabato scorso sono la conseguenza di tensioni crescenti e di una feroce lotta di potere all'interno della leadership militare sudanese. I due contendenti al centro della disputa non sono d'accordo su come il Sudan debba “arrivare” a un governo civile e sul futuro delle Forze di supporto rapido. Il paese è in mano ai generali da quando un colpo di stato ha rovesciato il presidente autoritario Omar Hassan al-Bashir, nel 2019.
Tranne per la parentesi del governo di transizione del primo ministro Abdalla Hamdok, nominato quattro mesi dopo la caduta del regime e costretto alle dimissioni con un golpe voluto dal generale Burhan nell’ottobre del 2021, il potere pressoché esclusivo è sempre stato nelle mani della giunta militare.
La rottura è arrivata quando la riforma della sicurezza, che prevedeva la piena integrazione delle Forze di supporto rapido nell'esercito, si è arenata. La diatriba tra i due uomini forti del Sudan, con visioni molto diverse sul ruolo delle milizie, si è trasformato così in un vero e proprio conflitto negli ultimi mesi. Al momento a supportare l’una e l’altra parte sono l’Egitto e la Cina, con Burhan; Emirati Arabi e Russia, o quanto meno una parte consistente di essa, sostenitori di Dagalo.
Per dare man forte a quest’ultimo starebbero arrivando nel Paese miliziani provenienti da Ciad e Libia. Si tratterebbe di uomini fedeli a Hemeti richiamati dai due fronti dove le Rsf sono impegnate nel controllo dei migranti, secondo fonti del Sudan Liberation movement del Darfur. Intanto proprio nella regione occidentale sudanese l’Onu, dopo l’uccisione di tre operatori del World food programme, ha annunciato la sospensione degli aiuti alimentari per rischio di violenze e allerta saccheggi. I milioni di profughi che sopravvivono solo grazie alle forniture umanitarie saranno dunque abbandonati a loro stessi.