India, l'omicidio in diretta tv di un ex parlamentare e di suo fratello che accende i fari sulla politica da Far West
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiCHENNAI – Aveva chiesto protezione da un assassinio diffusamente annunciato dai nemici politici, istigato dalle reti tv, invocato da settimane. Ed è accaduto in diretta televisiva, sabato sera, come in una stanca sceneggiatura già vista più volte nell’India da Far West del popoloso Stato dell’Uttar Pradesh, 240 milioni di abitanti.
La vittima in realtà sono due: Atiq Ahmed, ex parlamentare musulmano, ma anche leader di una gang di criminali carcerato da anni e suo fratello Ashraf. Gli assassini sono tre ventenni arrivati in moto con tesserini stampa falsi. Vogliono solo una dichiarazione, dicono. Tra registratori e telecamera, uno estrae la semi-automatica e spara a raffica, anche sul corpo ormai afflosciato, urlando “Viva il dio Ram,” grido di battaglia degli estremisti indù.
Nessun poliziotto estrae l’arma. I killer dei due fratelli Ahmed confessano: “Volevamo diventare famosi.” E due ministri…
CHENNAI – Aveva chiesto protezione da un assassinio diffusamente annunciato dai nemici politici, istigato dalle reti tv, invocato da settimane. Ed è accaduto in diretta televisiva, sabato sera, come in una stanca sceneggiatura già vista più volte nell’India da Far West del popoloso Stato dell’Uttar Pradesh, 240 milioni di abitanti.
La vittima in realtà sono due: Atiq Ahmed, ex parlamentare musulmano, ma anche leader di una gang di criminali carcerato da anni e suo fratello Ashraf. Gli assassini sono tre ventenni arrivati in moto con tesserini stampa falsi. Vogliono solo una dichiarazione, dicono. Tra registratori e telecamera, uno estrae la semi-automatica e spara a raffica, anche sul corpo ormai afflosciato, urlando “Viva il dio Ram,” grido di battaglia degli estremisti indù.
Nessun poliziotto estrae l’arma. I killer dei due fratelli Ahmed confessano: “Volevamo diventare famosi.” E due ministri locali inneggiano alla “giustizia divina.”
Pochi istanti prima, il filmato mostra la vittima il cui sguardo nasconde la paura di quanto sta per accadere, a braccetto con il fratello, imputato come lui di una sequela di accuse.
È circondato da una ventina di poliziotti, il prigioniero Atiq Ahmed, 60 anni spesi per lo più usando la violenza per il potere. La prima di 100 denunce per estorsione, sequestro di persona e omicidio la colleziona a 17 anni, quand’è un bulletto di Allahbad, oggi chiamata Prayagraj. Diventa capo di una gang violenta, accresce il suo potere fino a farsi eleggere cinque volte al consiglio comunale, da dove cura i suoi illeciti. Un voto alla volta arriva al Parlamento nazionale. Suo fratello si candida per sostituirlo al Comune, ma perde contro l’avversario Raju Pal, ammazzato di fronte a un testimone che viene a sua volta sequestrato e ucciso.
In questa crime story stile “Peaky Blinders” all’indiana ci sono tanti capitoli. Il figlio di Ahmed, criminale a piede libero, alcune settimane fa era stato crivellato di pallottole in quello che con un eufemismo in India definiscono un “incontro” con la polizia. Ahmed intuisce che è il prossimo. Due settimane fa chiede più scorta nei trasferimenti visto che dal Gujarat l’hanno riportato nel suo Uttar Pradesh, governato ora dall’autoproclamato monaco-soldato induista Yogi Adityanath che nel 2017 fu eletto governatore giurando di “polverizzare la mafia.” Soprattutto quella dei suoi nemici musulmani. E con ogni mezzo.
Il mese scorso i messaggi non potevano essere più chiari. “Ahmed dovrebbe morire in un ‘incontro’ quando lo portano fuori dal carcere,” aveva detto un ex parlamentare del partito di governo, il Bjp. Un ex ministro del Bjp aveva rincarato: “L’auto che trasporta Ahmed nei trasferimenti potrebbe ribaltarsi.” L’emittente India tv aveva inneggiato a un suo “incontro” con la polizia.
Gli “incontri” sono esecuzioni sommarie extra-giudiziali: poliziotti che freddando i criminali invece d’arrestarli. Dal 2017, nell’Uttar Pradesh ci sono stati 183 omicidi di questo genere, su 10 mila e 900 scontri a fuoco con i criminali. Il monaco-soldato fa radere al suolo le case di militanti, oppositori e criminali, dando sostegno ai vigilantes che uccidono i presunti contrabbandieri di carne di vacca (sacra per gli indù) o che massacrano i musulmani che sposano le indù. E c’è chi ritiene che questa volta Adityanath abbia esagerato, giocandosi la possibilità d’essere candidato come primo ministro per il Bjp, con questa “giustizia divina” in una democrazia infiltrata da metodi autarchici, indebolendo sempre più un sistema giudiziario già sovraccarico e inefficiente, in uno Stato dove la gente passa dall’insensibilità alla violenza al suo incitamento, dove i media demonizzano gli avversari dei politici al potere in un contesto sempre più polarizzato. E dove la brutalità ufficiale paga.
L’omicidio in diretta suggerisce che nell’Uttar Pradesh la violenza di chi è al potere va sostituendosi al sistema giuridico e giudiziario. I criminali che danno fastidio al proprio elettorato vengono giustiziati sommariamente, menre quelli della casta al potere vengono protetti.. È sempre stato così, qui. Ma oggi ciò che è diverso è che tribunali e giudici sembrano intimiditi dall’applicare la giustizia sui temi politici che il partito di governo ritiene centrali, quelli che toccano le sensibilità della polarizzazione religiosa. Ed è così che, piano piano, la democrazia si ammala e l’autocrazia cresce.