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Sudan, la strategia degli aeroporti delle milizie golpiste per fermare l'esercito

(ansa)
L'obiettivo è prendere le piste usate dai jet militari per decollare e bloccare così raid aerei combattendo ad armi pari. La riuscita o meno di questa mossa definirà la guerra civile sudanese che, salvo miracoli diplomatici, sembra ormai cominciata
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Al terzo giorno di scontri nella capitale Khartoum e in tutto il Sudan, i morti sono almeno 185 e ci sono quasi duemila feriti, dice l’inviato delle Nazioni Unite Volker Perthes in conferenza stampa, perché le due forze rivali usano carri armati, artiglieria e altre armi pesanti in aree popolate da civili. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Josep Borrell, ha annunciato che l’ambasciatore Ue in Sudan è stato attaccato nella sua residenza, in violazione di ogni regola diplomatica. 


I morti potrebbero essere di più, perché in molte strade della capitale ci sono corpi abbandonati ma non possono essere raggiunti per la violenza dei combattimenti. I jet bom…

Al terzo giorno di scontri nella capitale Khartoum e in tutto il Sudan, i morti sono almeno 185 e ci sono quasi duemila feriti, dice l’inviato delle Nazioni Unite Volker Perthes in conferenza stampa, perché le due forze rivali usano carri armati, artiglieria e altre armi pesanti in aree popolate da civili. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Josep Borrell, ha annunciato che l’ambasciatore Ue in Sudan è stato attaccato nella sua residenza, in violazione di ogni regola diplomatica. 


I morti potrebbero essere di più, perché in molte strade della capitale ci sono corpi abbandonati ma non possono essere raggiunti per la violenza dei combattimenti. I jet bombardano senza troppi riguardi e i testimoni parlano di notte “illuminata a giorno” dai proiettili della contraerea che tentano di fermare i raid. 

Le milizie sudanesi golpiste guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo – conosciute anche come Forze di supporto rapido – stanno tentando una strategia degli aeroporti, per azzerare o perlomeno ridurre il grande vantaggio che l’esercito lealista ha su di loro. Se prendono le piste usate dai jet militari per decollare possono fermare i raid aerei e in qualche modo combattere ad armi pari. Così hanno occupato subito l’aeroporto di Khartoum, dove le immagini satellitari mostrano almeno venti fra aerei civili e militari distrutti, e la base aerea di Jebel Awlia, appena a sud della capitale – con un grande bottino di armi e mezzi corazzati. Hanno preso anche l’aeroporto militare di El Fasher, nel Darfur del nord.


L’aeroporto di Nyala, nel Darfur del sud. E infine una base aerea non specificata nel Darfur occidentale – perché il Darfur è il territorio dell’ovest dove le Forze di supporto rapido, reincarnazione delle milizie janjaweed colpevoli di massacri contro i civili a partire dal 2003, sono da sempre dominanti. Avevano anche conquistato l’aeroporto di Merowe, nel nord del Paese, ma è già stato ripreso dall’esercito. C’è un punto interessante: in almeno tre di questi aeroporti i miliziani hanno catturato piloti egiziani oppure hanno danneggiato aerei egiziani, perché l’Egitto aveva una forte presenza militare nel Sudan, che considerava come una base avanzata per eventuali operazioni nell’area. Questa politica egiziana adesso è stata interrotta di colpo dalla ribellione dei combattenti del generale Dagalo, detto “Hemeti”. Le forze lealiste rispondono con raid aerei intensi, almeno finché possono, e ci sono notizie di bombardamenti in quasi ogni punto di scontro tra le due forze.


La riuscita o meno di questa strategia degli aeroporti da parte dei miliziani definirà la guerra civile sudanese – che salvo miracoli diplomatici sembra ormai cominciata senza possibilità di recupero. Le iniziative diplomatiche che in queste ore rimbalzano fra Emirati e Arabia Saudita – e che erano già cominciate prima del golpe – non riescono a risolvere il problema di fondo: le milizie che fino a una settimana fa avevano la chance di essere integrate nell’esercito regolare hanno oltrepassato il punto di non ritorno, hanno voltato le spalle alle trattative e hanno dato l’assalto al palazzo presidenziale e ora non c’è più salvezza e possibilità di negoziato per loro. O vincono oppure pagheranno conseguenze pesantissime. E quindi tentano di prendere gli aeroporti, perché ragionano sul lungo termine e vedono che potrebbe diventare una guerra tra una milizia appiedata e un esercito regolare che ha il vantaggio dei bombardamenti e lo userà senza misericordia.

È uno schema di conflitto – forze regolari con aerei contro miliziani pronti a tutto – che abbiamo visto già in questi anni, dall’Afghanistan dei talebani all’Iraq dell’insurgency islamista, e potrebbe trascinarsi per anni. Fin dal primo giorno l’esercito ha escluso la possibilità di qualsiasi negoziato con le Forze di supporto rapido, che ora definisce “milizia ribelle”, e il generale Hemeti chiama criminale il generale Al Buhran e spiega il golpe con la necessità di ripulire il Paese. Non si torna più indietro, almeno sul breve termine. Gli appelli delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato americano a tornare immediatamente a un negoziato “senza condizioni” per ora non sono stati ascoltati. Le conseguenze sui civili sono durissime. In tre giorni, anche secondo il sindacato dei medici sudanesi, ci sono già più di cento morti e la maggioranza è nel Darfur, la regione dove le forze di Hemeti sono storicamente più agguerrite. Testimoni locali dicono però che nel Darfur il bilancio è molto probabilmente più alto.