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Le esplosioni a Khartoum (ansa)

Sudan, fallita la tregua. Il Risiko dei potenti vicini nella crisi: ecco come si stende l'ombra lunga di Egitto ed Emirati

Al Sisi considera il paese il "cortile di casa" e conta sul sostegno di Khartoum contro l'Etiopia. Gli Emirati si sono già affidati alle milizie di Dagalo per il conflitto in Yemen. La campagna su social e media. Ma una guerra lunga non conviene a nessuno
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Il tentativo di raggiungere una tregua di sole ventiquattr’ore tra le due fazioni armate che da cinque giorni combattono per prendere il controllo del Sudan è fallito. La tregua in teoria avrebbe dovuto cominciare alle sei del mattino e invece a Khartoum e in altre città del Paese gli scontri sono ripresi. Testimoni locali riferiscono di bombardamenti brutali con artiglieria e con gli aerei e sono arrivati anche colpi sugli edifici che ospitano le ambasciate di Norvegia e Giappone, che in teoria dovrebbero essere rispettate secondo le regole di guerra. 

I governi stranieri che fanno da sponsor per l’una o per l’altra parte come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita non intervengono a favore dei loro protetti per adesso e anzi chiedono un cessate il fuoco, ma viene da chiedersi quanto durerà questa neutralità.

Se le milizie delle cosiddette Forze di intervento rapido, conosciute anche con la sigla in inglese Rsf, e l’ese…

Il tentativo di raggiungere una tregua di sole ventiquattr’ore tra le due fazioni armate che da cinque giorni combattono per prendere il controllo del Sudan è fallito. La tregua in teoria avrebbe dovuto cominciare alle sei del mattino e invece a Khartoum e in altre città del Paese gli scontri sono ripresi. Testimoni locali riferiscono di bombardamenti brutali con artiglieria e con gli aerei e sono arrivati anche colpi sugli edifici che ospitano le ambasciate di Norvegia e Giappone, che in teoria dovrebbero essere rispettate secondo le regole di guerra. 

I governi stranieri che fanno da sponsor per l’una o per l’altra parte come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita non intervengono a favore dei loro protetti per adesso e anzi chiedono un cessate il fuoco, ma viene da chiedersi quanto durerà questa neutralità.

Se le milizie delle cosiddette Forze di intervento rapido, conosciute anche con la sigla in inglese Rsf, e l’esercito regolare continueranno a farsi la guerra, è possibile che questi Stati sponsor cominceranno ad appoggiare i loro favoriti – con armi, denaro e altri tipi di aiuti. Per ora non è così, ma c’è il rischio. 

Il generale Abdel Fattah al Buhran, al comando dell’esercito regolare, gode del supporto del Cairo, che mantiene in Sudan un contingente di militari e aerei da guerra avanzati. Quando i miliziani di Mohammed Dagalo detto “Hemeti” hanno occupato l’aeroporto militare di Merowe, nel nord del Sudan, hanno trovato parcheggiati tre Mig-29 Fulcrum – il meglio a disposizione dell’Egitto – e altri due in un hangar. Secondo foto satellitari che risalgono a due giorni fa, almeno uno dei jet è stato distrutto e gli altri sono stati danneggiati. Anche a Khartoum le milizie di Dagalo hanno catturato militari egiziani dentro all’aeroporto. 

Secondo l’analista Alan Boswell, dell’International Crisis Group, il presidente dell’Egitto Al Sisi vuole in Sudan “una mini versione del regime militare egiziano”. Al Sisi vuole che il generale Al Burhan “gli sia alleato contro l’Etiopia e contro il progetto etiope di costruire una gigantesca diga sul Nilo che potrebbe interrompere il corso del fiume – e tagliare così quella che per l’Egitto è una risorsa essenziale”. Un altro analista, Wahid Hanna, dice al Financial Times che l’Egitto non vuole vedere altre presenze militari oltre alla propria, perché considera il Sudan come “il cortile di casa” e invece i miliziani ribelli vorrebbero volentieri cedere basi alla Russia e agli Emirati Arabi Uniti.

Il generale Dagalo è appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, che spesso si intromettono nelle crisi africane e arabe per guadagnare influenza. In Libia l’appoggio degli Emirati è stato decisivo in questi anni per l’ascesa del feldmaresciallo Khalifa Haftar al potere, ma non abbastanza forte da fargli conquistare Tripoli e vincere la guerra civile nel 2019 – anche perché dall’altra parte c’era la Turchia, un altro Stato sponsor specializzato in questo genere di interferenze. Due giorni fa le truppe del generale Al Buhran hanno catturato un deposito di armi delle milizie e hanno scoperto casse di munizioni termobariche – quindi dagli effetti devastanti – che la Serbia aveva prodotto nel 2020 e poi venduto agli Emirati e che chiaramente erano state cedute alle Rsf. La stessa pagina Facebook del generale Hemeti, e Facebook in quella regione va ancora fortissimo, è gestita dagli Emirati Arabi Uniti e i media emiratini in questi giorni sono schierati con le milizie. Del resto i combattenti del generale ribelle in questi anni erano andati a combattere in Yemen assieme al contingente militare degli Emirati e ci sono rapporti stretti.

Per ora, tuttavia, nessuno di questi sponsor esterni appoggia la rapidissima escalation di questi giorni, c’è poco interesse per una guerra civile sudanese che potrebbe essere molto lunga e tutti insistono per un cessate il fuoco il prima possibile, con scarso successo.