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Sudan, partito da Khartoum il primo dei due voli con gli italiani. Tajani: "Saranno a casa domani"

L'annuncio delle Forze di supporto rapido: "Già al sicuro in 41, più il personale dell'ambasciata".. I nostri connazionali sono stati fatti salire sui C130 provenienti da Gibuti. Da Medici senza frontiere all'Aics, l'amarezza per l'interruzione dei progetti umanitari. Sette operatori di Emergency rientrano, 46 restano
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La grande fuga degli italiani dal Sudan si sta consumando mentre i colpi di mortaio e gli spari degli scontri, che continuano quartiere per quartiere, risuonano in una Khartoum spettrale, avvolta da colonne di fumo. I nostri 140 connazionali sono arrivati tutti nella tarda mattinata di domenica in ambasciata, nella centralissima Street 39, Block 61, divenuta punto di raccolta per chi era ancora bloccato nella capitale sudanese - 20 erano già in salvo in Egitto, raggiunto via terra. Intorno alle 18 sono stati imbarcati sui C130, in arrivo da Gibuti, per poi volare verso prima Gibuti stessa e poi l'Italia. Con loro anche i cittadini svizzeri ai quali è stata fornita la stessa assistenza e il passaggio sicuro per tornare nel loro Paese via Roma. Le Forze di supporto rapido, su Twitter, sostengono di aver condotto "con successo l'evacuazione di cittadini italiani dalla residenza dell'ambasciatore a Khartoum". Parlano di "41 italiani&…

La grande fuga degli italiani dal Sudan si sta consumando mentre i colpi di mortaio e gli spari degli scontri, che continuano quartiere per quartiere, risuonano in una Khartoum spettrale, avvolta da colonne di fumo. I nostri 140 connazionali sono arrivati tutti nella tarda mattinata di domenica in ambasciata, nella centralissima Street 39, Block 61, divenuta punto di raccolta per chi era ancora bloccato nella capitale sudanese - 20 erano già in salvo in Egitto, raggiunto via terra. Intorno alle 18 sono stati imbarcati sui C130, in arrivo da Gibuti, per poi volare verso prima Gibuti stessa e poi l'Italia. Con loro anche i cittadini svizzeri ai quali è stata fornita la stessa assistenza e il passaggio sicuro per tornare nel loro Paese via Roma. Le Forze di supporto rapido, su Twitter, sostengono di aver condotto "con successo l'evacuazione di cittadini italiani dalla residenza dell'ambasciatore a Khartoum". Parlano di "41 italiani", "oltre al personale dell'ambasciata". In serata arriva la comunicazione che il primo dei due C-130 dell'Aeronautica militare italiana è partito da Khartoum alla volta di Gibuti, con gli italiani evacuati dal Paese insieme a cittadini di altri Paesi che useranno i voli italiani.

"Stiamo evacuando tutti i cittadini italiani che hanno chiesto di lasciare il Sudan - ha poi detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un aggiornamento al Tg1 e al Tg2 - e questo grazie alla collaborazione tra il ministero degli Esteri, della Difesa e l'intelligence, e anche grazie ai colloqui che abbiamo avuto con i leader delle due fazioni contrapposte. Il presidente del consiglio è costantemente informato e contiamo, se le cose andranno per il verso giusto, di avere i nostri connazionali domani in Italia".

Sono ore estremamente complesse, non è stato semplice mettere in sicurezza tutti gli italiani, in una situazione di totale instabilità che cambiava in continuazione. L'evacuazione dei nostri connazionali, coordinata dal comando operativo di vertice interforze, è iniziata alle 13.55, quando i due voli militari sono partiti da Gibuti alla volta di Khartoum con a bordo personale delle forze speciali dell'Esercito italiano e dei Carabinieri.

Il colloquio tra Hemeti e Tajani

Ma le nostre “teste di cuoio” erano già sul posto per garantire la copertura sicura dei convogli, nonostante il supporto dell’esercito sudanese e la garanzia che nessun attacco sarebbe stato indirizzato contro di essi dalle Forze di supporto rapido, le milizie paramilitari del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. "Oggi ho avuto un proficuo colloquio con il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sugli sviluppi della crisi nel nostro Paese - aveva affermato in un tweet - Tajani ha espresso la sua gratitudine alle Forze di supporto rapido per gli immensi sforzi compiuti nell'evacuazione di numerose missioni diplomatiche ed è desideroso di un ulteriore coordinamento per l'evacuazione dei cittadini italiani e di altre persone durante l'attuale tregua. Ribadiamo il nostro impegno ad aderire al diritto umanitario internazionale e a tutte le norme relative alla protezione dei civili in tempo di guerra, sottolineiamo la nostra disponibilità a fornire l'assistenza necessaria per assicurare un passaggio sicuro ai cittadini e alle cittadine dei nostri Paesi alleati e amici verso le loro rispettive destinazioni".

I progetti degli italiani in Sudan

“Tutti gli 11 dipendenti dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo sono in salvo. Io ero già in Italia ma in costante contatto con Khartoum”, spiega il direttore della sede dell'Aics in Sudan, Michele Morana, che può tirare un sospiro di sollievo. Anche il personale locale, rimasto a Khartoum, è al momento al sicuro, rifugiato nelle proprie residenze.

Ma resta l’amarezza per tutti i progetti di cooperazione che l’Italia stava attuando con successo nel Paese. “Progetti che continueranno” assicura Morana. Tanti gli operatori che avevano iniziato da poco le loro missioni, come Costanza, che in un primo momento aveva pensato di lasciare il Paese con un gruppo di persone decise ad arrivare in Egitto via terra. Viaggio estremamente rischioso, motivo che l’ha spinta ad attendere l’evacuazione con il personale dell’ambasciata. 

Anche una parte del personale di Emergency, l’organizzazione italiana non governativa che a Khartoum gestisce l’ospedale di cardiochirurgia “Al Salam”, rientra in Italia. “In 7 hanno scelto di tornare con il convoglio di evacuazione organizzato dall’ambasciata italiana - spiega il coordinatore sanitario Franco Masini – Tre di loro avevano già programmato il rientro, ma erano stati bloccati nel Paese dall’inizio degli scontri. Restano in Sudan circa una quarantina di operatori sudanesi e internazionali che proseguiranno il loro lavoro negli ospedali di Khartoum, Nyala e Port Sudan”, conclude con una punta di orgoglio, seppur con la preoccupazione inevitabile del costante peggioramento della situazione.

Hanno invece deciso di rimanere in Sudan tutti gli operatori di Medici senza frontiere che hanno finora assistito 354 feriti a causa degli intensi combattimenti tra l’esercito sudanese e le Forze di supporto rapido, che non si sono fermati neanche durante l’annunciata tregua per le celebrazioni della fine del Ramadan. Il bilancio delle vittime del conflitto si accresce di giorno in giorno, sono quasi 900 i morti e una decina di migliaia i feriti.
E la situazione non può che peggiorare, oltre l’80 per cento degli ospedali è al collasso.