Sudan, la grande fuga da Khartoum. Missione Ue per salvare i civili
di Daniele Raineri , di Daniele RaineriUna grande missione militare di evacuazione coordinata tra Stati europei ha portato in salvo centinaia di francesi, italiani, spagnoli e cittadini con altri passaporti che da nove giorni erano rimasti bloccati a Khartoum a causa dei combattimenti strada per strada tra i lealisti dell’esercito e una milizia ribelle. L'Italia ha partecipato con alcuni aerei da trasporto militare C-130 e con un contingente di forze speciali e ha portato al sicuro circa centoquaranta connazionali, più alcuni cittadini svizzeri e del Vaticano - per ragioni pratiche i posti disponibili sugli aerei non erano distribuiti secondo la nazionalità, ma secondo l'ordine di arrivo: se un aereo spagnolo era pronto a decollare poteva imbarcare cittadini italiani e viceversa, spiegano fonti della Difesa a Repubblica. Contava la velocità di esecuzione, portare via il maggior numero di persone nel minor tempo possibile e prima della notte. Tanto il punto d'arrivo era lo stesso per t…
Una grande missione militare di evacuazione coordinata tra Stati europei ha portato in salvo centinaia di francesi, italiani, spagnoli e cittadini con altri passaporti che da nove giorni erano rimasti bloccati a Khartoum a causa dei combattimenti strada per strada tra i lealisti dell’esercito e una milizia ribelle. L'Italia ha partecipato con alcuni aerei da trasporto militare C-130 e con un contingente di forze speciali e ha portato al sicuro circa centoquaranta connazionali, più alcuni cittadini svizzeri e del Vaticano - per ragioni pratiche i posti disponibili sugli aerei non erano distribuiti secondo la nazionalità, ma secondo l'ordine di arrivo: se un aereo spagnolo era pronto a decollare poteva imbarcare cittadini italiani e viceversa, spiegano fonti della Difesa a Repubblica. Contava la velocità di esecuzione, portare via il maggior numero di persone nel minor tempo possibile e prima della notte. Tanto il punto d'arrivo era lo stesso per tutti, l'aeroporto militare di Gibuti - a 1.200 chilometri di distanza - che da tre giorni è la base internazionale per l'evacuazione dal Sudan.
Le piste dell'aeroporto internazionale di Khartoum sarebbero state l'ideale per l'atterraggio degli aerei perché si trovano nel centro della capitale sudanese e sono comode da raggiungere, ma non si possono più usare. Sono state troppo danneggiate nei primi giorni di guerra civile e sono sotto il tiro costante delle due fazioni - si vedono ventisette carcasse di grandi aerei di linea nelle immagini satellitari di tre giorni fa - ed è un colpo di sfortuna soprattutto per gli italiani, perché l'Ambasciata d'Italia che ha fatto da punto di raccolta per tutti i connazionali è accanto all'aeroporto. Se fosse stato ancora usabile sarebbe bastato fare poche centinaia di metri.
E invece ieri pomeriggio l'operazione europea ha preso una strada più difficile: trasferire tutti poco fuori dalla capitale, verso Nord, nel piccolo aeroporto di Wadi Sednia, e usare quello come punto di arrivo e di partenza per i grandi aerei militari. È un viaggio breve ma rischioso e un francese è stato ferito da un colpo arrivato contro il convoglio quando era già fuori Khartoum. I miliziani ribelli del generale Dagalo hanno accusato l'esercito lealista di aver bombardato il convoglio della Francia, ma sembra che invece i veicoli siano finiti nel fuoco incrociato delle due parti.
Il primo aereo cargo italiano è partito poco prima delle due del pomeriggio da Gibuti, ed è arrivato a Wadi Sednia con trenta uomini delle forze speciali, appartenenti al cosiddetto Tier 1 - le più selezionate, Nono Col Moschin, incursori di Marina e carabinieri del Gruppo Intervento Speciale - più alcuni pick-up per scortare fuori dalla capitale i convogli con a bordo i civili. Sotto il comando del generale Giuseppe Faraglia è previsto che lascino il Sudan per ultimi oggi, assieme all'ambasciatore Michele Tommasi che ha coordinato le operazioni civili a terra. Il primo C-130 italiano è decollato da Wadi Sednia sei ore dopo il decollo da Gibuti con a bordo 107 persone, tra cui otto bambini e nove anziani.
Gli Stati Uniti e il Regno Unito si erano mossi per primi, la sera prima, con due missioni di salvataggio autonome. Per portare al sicuro le settanta persone dello staff dell'ambasciata (ma non i milleseicento americani bloccati in Sudan), l'Amministrazione Biden ha mandato a Khartoum elicotteri e Osprey - i velivoli che possono decollare in verticale - e anche i Navy Seals del Team Six, specializzato nella liberazione di ostaggi. Così è stato aggirato il problema dell'aeroporto inutilizzabile.