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Il presidente Fernández non si ricandida: cosa succede ora in Argentina

Il Paese spaccato dalla crisi ecomica, sotto i colpi di un'inflazione durissima e delle proteste di piazza, cerca un nuovo successore. Dalla minaccia sovranista dell'uomo "della motosega" alla battaglia tra peronisti
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Alberto Fernández non si ricandiderà alle elezioni del prossimo ottobre. Non tenterà la carta della riconferma a presidente dell’Argentina, come vuole tradizione. Lo hanno fatto in passato Carlos Menem (1989-1999) e Cristina de Kirchner (2007-2015). Lui non se l’è sentita. Sapeva di avere poche speranze di vincere. Il suo consenso è scivolato al 30 per cento. Troppi errori, poca azione politica, una situazione disastrosa nell’economia (inflazione al 104,3 per cento, aumento dei prezzi del 7 per cento nel solo mese di febbraio), il gelo nei rapporti con Cristina che lo aveva scelto per governare da vicepresidente.

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La fascia presidenziale

Così, un mese prima del previsto e a sei dal voto che deciderà il futuro del grande Paese sudamericano, Fernández sceglie un video di otto minuti sui social per annunciare quello che tutto il peronismo gli chiedeva da tempo. “Il 10 dicembre”, ha detto facendo scorrere sulla sua voce alcune immagini del lavoro com…

Alberto Fernández non si ricandiderà alle elezioni del prossimo ottobre. Non tenterà la carta della riconferma a presidente dell’Argentina, come vuole tradizione. Lo hanno fatto in passato Carlos Menem (1989-1999) e Cristina de Kirchner (2007-2015). Lui non se l’è sentita. Sapeva di avere poche speranze di vincere. Il suo consenso è scivolato al 30 per cento. Troppi errori, poca azione politica, una situazione disastrosa nell’economia (inflazione al 104,3 per cento, aumento dei prezzi del 7 per cento nel solo mese di febbraio), il gelo nei rapporti con Cristina che lo aveva scelto per governare da vicepresidente.

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La fascia presidenziale

Così, un mese prima del previsto e a sei dal voto che deciderà il futuro del grande Paese sudamericano, Fernández sceglie un video di otto minuti sui social per annunciare quello che tutto il peronismo gli chiedeva da tempo. “Il 10 dicembre”, ha detto facendo scorrere sulla sua voce alcune immagini del lavoro compiuto in questi quattro anni, “consegnerò la fascia presidenziale a chi è stato eletto alle urne con voto popolare. Lavorerò in modo che sia un partner o una partner del nostro spazio politico”.

La sua, ha voluto precisare, non è una resa. Si fa da parte per liberare il campo ai nomi indicati dalle tre correnti del peronismo che si sfideranno nelle primarie, previste e obbligatorie, a fine agosto.

L’uomo della motosega

La campagna è già entrata nel vivo. Con molte incertezze e il timore, più che fondato, che la destra estrema, quella populista e sovranista, ancora contagiosa in America Latina, prevalga con personaggi come Javier Milei, l’uomo che vuole risolvere l’eterna crisi del Paese a “colpi di motosega”. Senza più Cristina de Kirchner che, offesa e mortificata dalla condanna a sei anni per concorso in corruzione, ha annunciato a suo tempo di non voler concorrere per la terza volta, il Frente de Todos si trova in evidenti difficoltà.

Il verdetto della Corte Suprema

L’ex vicepresidente resta un punto di riferimento per il vasto elettorato peronista e sono in molti a premere perché ci ripensi. Il verdetto di colpevolezza ha anche stabilito l’interdizione perpetua da ogni incarico pubblico e questo, sicuramente, è l’aspetto che l’ha più ferita nella sentenza di un processo che si dilungava da tempo.

Bisogna attendere ancora il pronunciamento della Corte Suprema. Potrebbe tardare e la coalizione non vuole correre il rischio di arrivare vicina al voto senza un nome chiaro e sicuro. La stessa de Kirchner resta comunque l’arbitro della scelta del candidato come aveva fatto l’ultima volta con Fernández.

La rinuncia di Macri

Sul fronte opposto, la situazione è simile se non peggiore. L’ex presidente Mauricio Macri ha gettato anche lui la spugna e tra i papabili si agitano il governatore della provincia di Buenos Aires Horacio Rodríguez Larreta e quello della provincia settentrionale di Jujuy Gerardo Morales. La vittoria alle legislative dell’ottobre 2022 aveva galvanizzato i conservatori e accentuato la crisi tra i peronisti. Ma i seguaci di Macri pagano ancora il prezzo dell’ennesimo ricorso al FMI per il prestito da 44 miliardi di dollari che la Banca Centrale fatica a restituire.

Ha costretto i tre ministri dell’Economia, nominati in 18 mesi da Fernández, a rincorrere gli emissari del Fondo con nuove, estenuanti trattative per aggiornare le quote del debito. Anche loro si misureranno nelle primarie di agosto e tenteranno di far uscire un nome da Juntos por el Cambio che attiri l’elettorato moderato di destra. L’unico candidato con una certa forza resta Daniel Scioli, sconfitto da Macri nel 2015.

La battaglia tra i peronisti

La vera battaglia si consuma dunque tra i peronisti. Tutti gli occhi sono puntati sul ministro degli Interni Eduardo de Pedro che ha già dichiarato: “La scelta di Fernández è un passo necessario per cominciare a mettere ordine nel partito, per dargli la vitalità necessaria a far sognare i nostri elettori”. Si fa strada anche l’attuale ministro dell’Economia Sergio Massa. Per il momento naviga nella tempesta della crisi anche se ha peso su una delle tre anime del peronismo.

Sullo sfondo di questo scenario reso ancora più drammatico da proteste di piazza e dallo spettro della fame, visto che il 45 per cento degli argentini fatica a mangiare, spicca la figura di Milei. La sua retorica infiammata a base di “spacchiamo o dinamitiamo tutto” è raccolta anche da altri aspiranti candidati sia a destra sia a sinistra. Con un’enfasi distruttiva e violenta che punta a raccogliere la rabbia e il disincanto degli argentini più che a indicare la strada per uscire da una crisi avvitata su sé stessa.

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