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Di Maio nel Golfo, l’Italia si adegua. L’assist degli Usa sulla nomina Ue

Luigi Di Maio 
Tra i segreti della scelta si aggiunge anche un fattore interno: la rassicurazione al governo Meloni per le assegnazioni future
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LUSSEMBURGO - "Noi non bloccheremo la nomina di Luigi Di Maio anche perché non possiamo farlo. Noi vogliamo sottolineare che non è una nostra scelta". Al termine del Consiglio dei ministri Ue degli Esteri, Antonio Tajani torna a spiegare la posizione del governo sull'incarico di inviato speciale dell'Unione per il Golfo Persico. È un via libera. Amaro ma ormai formale. Perché l'Italia non poteva più dire "no".

Dunque nessun veto e nessuna battaglia sulla designazione dell'ex responsabile della Farnesina. Anche l'esecutivo Meloni, alla fine, ha deciso di non alzare le barricate. Ma perché? Nelle ultime settimane sono intervenuti tre fattori "esterni" e uno "interno".

Il primo: nei contatti intrattenuti dall'alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell, - l'unico soggetto a cui spetta la nomina - è emerso un primo elemento fondamentale. Tutti i Paesi del…

LUSSEMBURGO - "Noi non bloccheremo la nomina di Luigi Di Maio anche perché non possiamo farlo. Noi vogliamo sottolineare che non è una nostra scelta". Al termine del Consiglio dei ministri Ue degli Esteri, Antonio Tajani torna a spiegare la posizione del governo sull'incarico di inviato speciale dell'Unione per il Golfo Persico. È un via libera. Amaro ma ormai formale. Perché l'Italia non poteva più dire "no".

Dunque nessun veto e nessuna battaglia sulla designazione dell'ex responsabile della Farnesina. Anche l'esecutivo Meloni, alla fine, ha deciso di non alzare le barricate. Ma perché? Nelle ultime settimane sono intervenuti tre fattori "esterni" e uno "interno".

Il primo: nei contatti intrattenuti dall'alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell, - l'unico soggetto a cui spetta la nomina - è emerso un primo elemento fondamentale. Tutti i Paesi del Golfo hanno espresso un parere favorevole all'incarico per Di Maio. Compresi gli Emirati e il Qatar, due "partner energetici" fondamentali per l'Italia e per l'Europa. Hanno dato il loro via libera non per i rapporti diretti con l'ex esponente grillino, ma per il dialogo tessuto negli ultimi due anni con Mario Draghi.

Sostanzialmente i vertici di quell'area si sono convinti che Di Maio sia un uomo dell'ex presidente della Bce. O almeno che abbia caldeggiato la sua indicazione. E i Paesi del Golfo Persico sono abituati a replicare i rapporti che hanno giudicato positivamente. Una sorta di elemento di stabilità che prescinde dalle capacità dell'inviato speciale. Per la Commissione europea sapere che il suo inviato è ben accetto non rappresenta una questione secondaria.

Secondo fattore: in questo quadro anche gli Usa, che guardano sempre con particolare attenzione a quella parte di mondo, si sono sentiti tranquillizzati per lo stesso motivo. E come se ci fosse ancora l'azione di Draghi o il suo ombrello protettivo anche fuori da Palazzo Chigi. Anche in questo caso, il benestare di Washington non è ininfluente né a Bruxelles né a Roma.

Terzo fattore: l'irritazione dei due principali partner europei, la Francia e la Germania, nei confronti di Giorgia Meloni. Le posizioni ostative di Palazzo Chigi su troppi fronti hanno indotto Parigi e Berlino a lanciare un messaggio e a chiudere il discorso. Un modo per far capire che in Europa si ottiene con il dialogo e non i pugni sul tavolo.

Poi c'è il quarto fattore: tutto italiano. La preoccupazione principale del governo di centrodestra consisteva nell'assicurazione che la "casella" occupata da Di Maio non rientrasse negli equilibri prossimi venturi. Ossia: quando si dovranno discutere l'assegnazione di altre poltrone, quella non può essere inserita nel novero delle richieste dell'attuale esecutivo. Una sorta di garanzia per il futuro. Che in qualche modo la "squadra" meloniana è riuscita a incassare sottolineando che gli unici due "inviati speciali" dell'Ue, sono entrambi ex M5S (Di Maio e Emanuela Del Re).

Nessun ministro, infatti, ha davvero mosso all'attacco (ad eccezione di Salvini). E giovedì, quando la decisione verrà discussa al Cops (il Comitato per la sicurezza cui partecipano i 27 ambasciatori Ue), l'Italia non si metterà di traverso. Del resto Borrell aveva informato per tempo che la scelta, compiuta a novembre scorso attraverso una selezione con degli esamintaori esterni, non poteva essere ritirata. Troppi problemi di ordine amministrativo e legale. Ed è stato il ministro per i Rapporti con l'Ue, Raffaele Fitto, a ricevere la comunicazione preventiva da parte dell'alto rappresentante. a dimostrazione, insomma, che Palazzo Chigi sapeva.

"Nei confronti di Di Maio - ha spiegato ancora ieri Tajani - noi non abbiamo nulla di personale. Sappiamo che la nomina non era facilmente modificabile". Il ministro degli Esteri italiano aveva una sola preoccupazione: precisare che nonsi trattava di una richiesta del'attuale governo. "È una scelta di Borrell - ha aggiunto - , libera, decisa in seguito alla candidatura personale di Di Maio quando era ministro degli Esteri". L'attuale maggioranza italiana, dunque, più che fare la "guerra" a Di Maio aveva bisogno di puntualizzarne l'estraneità.

Mettersi di traverso, del resto, sarebbe stato controproducente. Per l'Italia aprire un piccolo contenzioso con i Paesi del Golfo Persico non è utile. E sicuramente non è fruttuoso ostacolare una procedura che perfino Washington ha avallato.

Meloni, dunque, dovrà ingoiare questo boccone amaro e fare buon viso a cattiva sorte. Anche perché nei prossimi giorni ci saranno sul suo tavolo dossier molto più delicati di questo. Dalla riforma del Patto di Stabilità alla ratifica del Mes. Dalla ridefinizione del Pnrr alla correzione delle concessioni dei balneari. Aprire un altro fronte non sarebbe stato utile.