✕

Il rientro degli italiani dal Sudan in fiamme: "Abbiamo rischiato". Nel Paese scatta una tregua di 72 ore

L'ambasciatore Tommasi: "I momenti delicati sono stati tanti ma ho avuto fiducia nelle nostre strutture". In serata le due fazioni rivali hanno concordato un cessate il fuoco a livello nazionale
2 minuti di lettura

CIAMPINO - "L'Italia c'è. E c'è stata in ogni momento. Quando all'alba di domenica l'ambasciatore Michele Tommasi si è reso conto che se i nostri militari fossero entrati armati nella capitale contesa fra governativi e ribelli, a Khartoum sarebbe successo un finimondo. Ci ha consultati e abbiamo deciso tutti insieme di rischiare", ci confida in una delle salette gialle dell'aeroporto militare di Ciampino, sede del 31esimo stormo, uno dei nostri connazionali, incontrando per pochi istanti i giornalisti subito dopo l'atterraggio, alle 20.30, del Boeing 767 dell'aeronautica militare.

Il primo dei due aerei decollati dal Sudan per portare in salvo 83 italiani e 23 stranieri, fra cui cittadini greci e sudanesi,  nelle ore in cui le forze regolari e i ribelli hanno concordato un cessate il fuoco di tre giorni, entrato in vigore a mezzanotte, "a seguito di intensi negoziati", ha affermato il segretario di Sta…

CIAMPINO - "L'Italia c'è. E c'è stata in ogni momento. Quando all'alba di domenica l'ambasciatore Michele Tommasi si è reso conto che se i nostri militari fossero entrati armati nella capitale contesa fra governativi e ribelli, a Khartoum sarebbe successo un finimondo. Ci ha consultati e abbiamo deciso tutti insieme di rischiare", ci confida in una delle salette gialle dell'aeroporto militare di Ciampino, sede del 31esimo stormo, uno dei nostri connazionali, incontrando per pochi istanti i giornalisti subito dopo l'atterraggio, alle 20.30, del Boeing 767 dell'aeronautica militare.

Il primo dei due aerei decollati dal Sudan per portare in salvo 83 italiani e 23 stranieri, fra cui cittadini greci e sudanesi,  nelle ore in cui le forze regolari e i ribelli hanno concordato un cessate il fuoco di tre giorni, entrato in vigore a mezzanotte, "a seguito di intensi negoziati", ha affermato il segretario di Stato Usa Antony Blinken. "Una famiglia di tre persone - prosegue - non se l'è sentita, è rimasta indietro. Voglio riconoscere a Tommasi l'essersi preso la responsabilità di far partire il convoglio, protetto dai soli carabinieri d'ambasciata ma naturalmente sotto il continuo monitoraggio dell'Aise".

 

Alcuni parenti abbracciano i loro cari: "Veniamo da Messina" dice Aurora, madre di Costanza Matafù, 34 anni, operatrice di una agenzia per la cooperazione. Sua figlia era in Sudan dal 2021, dopo aver lavorato in Giordania. "Se l'è vista brutta, ha avuto paura: si è trovata in casa un proiettile grosso così. Con i suoi colleghi hanno dormito a terra e in un appartamento non loro, al piano terra perché al terzo piano non potevano più stare" racconta concitata. "Sono sicura che ripartirà, la passione non le manca", aggiunge: "Magari per un paese diverso".

L'operazione di rientro, lo sottolinea subito il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è riuscita soprattutto grazie al grande "lavoro diplomatico portato avanti sul terreno". Certo, il giorno prima lui stesso aveva avuto personalmente contatti telefonici coi capi delle due fazioni rivali: il generale Adbel Fattah al-Buhran e il generale Mohammed Hamdan Degalo chiedendo di garantire il passaggio del corteo italiano. Li ha poi ringraziati "per aver mantenuto l'impegno che hanno preso nel rispetto del nostro paese".

E infatti subito dopo, nel corso di un piccolo e rapido saluto quasi a bordo pista, Tajani ha chiamato la premier Giorgia Meloni: "Ti faccio parlare con un bravo ragazzo" le ha detto, passandogli al telefono l'ambasciatore Tommasi con cui lei si è complimentata. "È stato il nostro portavoce, lo abbiamo sempre incoraggiato, è rimasto in costante contatto con me, con l'unità di crisi, con il segretario generale e col capo di gabinetto" ha detto ancora il capo della Farnesina. "Non voglio dire che siete stati eroi ma avete fatto qualcosa di davvero molto importante".

Tommasi, cosentino di 57 anni, era approdato in Sudan appena un anno fa, nel settembre 2022, dopo quattro anni presso la Rappresentanza Permanente alle Nazioni Unite: "Siamo servitori dello Stato, abbiamo fatto solo il nostro dovere, chiunque altro alla Farnesina avrebbe fatto le stesse cose" ha chiosato. "I momenti delicati sono stati tanti, il transito verso l'aeroporto dalla zona sotto l'occupazione dei paramilitari alle zone controllate dalle forze armate regolari a tratti delicato, sentivamo l'eco degli spari. Trasmettevo di continuo la solidarietà di Tajani ai connazionali per rassicurarli. Se ho avuto paura? Mi sono fidato della struttura che avevo alle spalle. Ora siamo tutti un po' stanchi".

A darci i dettagli dell'operazione ci pensa il generale Francesco Figliuolo, a capo del Comando Operativo Vertice Interforze: "È stata una grande operazione d'intelligence ed eravamo pronti a supportare il convoglio dei nostri connazionali in ogni momento con cecchini, controllo della pista, un piano di backup per qualsiasi problema avesse avuto l'aereo". Sottolineando che a complicare l'operazione c'è stato anche il fatto che i due punti di raccolta erano in due luoghi diversi e controllati da fazioni opposte, uno presso la residenza dell'ambasciatore, a 30 chilometri di distanza dall'aeroporto di Wadi Seyydna, l'altro presso la sede di una ong: "Ora pensiamo a chi è rimasto indietro".