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Orrore ad Haiti, linciati e bruciati vivi dalla folla 13 membri di una gang

(reuters)
Il gruppo di presunti criminali è stato sottratto alla polizia che li aveva bloccati trovando nella loro auto pistole e fucili Ak-47. La denuncia dell'Onu: più di 70 persone uccise in una settimana negli scontri scoppiati a Cité Soleil, il più grande e povero slum della capitale Port au Prince
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Strappati alla polizia, picchiati, linciati, bruciati vivi tra i pneumatici a cui danno fuoco come una pira. Una scena di nuovo orrore punteggia l’inferno che vive da oltre un anno Haiti, da quando l’allora presidente Jovenel Moïse è stato assassinato da un commando di mercenari stranieri. Tredici persone, riconosciute come appartenenti a una delle tante bande che infestano l’ex isola degli schiavi, sono morte in modo atroce e selvaggio a Port-au-Prince. 

Il gruppo di presunti criminali era stato fermato dalla polizia mentre viaggiava a bordo di un minibus. Gli agenti li hanno bloccati e all’interno del mezzo hanno scoperto pistole e fucili automatici Ak-47. Sono stati arrestati, ammanettati, sbattuti a terra. Ma la folla che si è avvicinata incuriosita da quanto stava accadendo ha riconosciuto subito chi fosse quella dozzina di uomini. Ad Haiti si conoscono tutti e tutti sanno perfettamente chi sei e cosa fai. 

L’azione &eg…

Strappati alla polizia, picchiati, linciati, bruciati vivi tra i pneumatici a cui danno fuoco come una pira. Una scena di nuovo orrore punteggia l’inferno che vive da oltre un anno Haiti, da quando l’allora presidente Jovenel Moïse è stato assassinato da un commando di mercenari stranieri. Tredici persone, riconosciute come appartenenti a una delle tante bande che infestano l’ex isola degli schiavi, sono morte in modo atroce e selvaggio a Port-au-Prince. 

Il gruppo di presunti criminali era stato fermato dalla polizia mentre viaggiava a bordo di un minibus. Gli agenti li hanno bloccati e all’interno del mezzo hanno scoperto pistole e fucili automatici Ak-47. Sono stati arrestati, ammanettati, sbattuti a terra. Ma la folla che si è avvicinata incuriosita da quanto stava accadendo ha riconosciuto subito chi fosse quella dozzina di uomini. Ad Haiti si conoscono tutti e tutti sanno perfettamente chi sei e cosa fai. 

L’azione è stata fulminea: la folla ha afferrato il gruppo, lo ha sottratto ai poliziotti che hanno potuto fare ben poco per evitare quello che è poi accaduto. Tra urla e una violenza crescente, la gente ha cominciato a picchiare selvaggiamente i prigionieri, li ha presi a sassate, a colpi di bastone e di bottiglia procedendo a un vero linciaggio. Ma non è bastato. Hanno preso dei copertoni usati di auto e camion, li hanno ammassati sui corpi martoriati delle loro vittime, hanno versato la benzina e hanno dato fuoco. I 13 balordi sono bruciati vivi in un rogo che voleva essere quasi purificatorio. Un misto di rito voodoo, diffusissimo nell’isola caraibica, e di feroce vendetta per la serie infinita di violenze, stupri, rapimenti, omicidi e taglieggi a cui la popolazione è sottoposta dalle gang ormai padrone di oltre il 60 per cento di Haiti. 

In una dichiarazione pubblicata sui social, la polizia ha confermato che i suoi agenti avevano intercettato un gruppo di sospetti contrabbandieri a bordo di un minibus ma che successivamente “erano stati purtroppo linciati da membri della popolazione”. Il video postato sotto il comunicato mostra le pistole e gli Ak-47 sequestrati a bordo del van dove si trovavano i fermati. Non ci sono commenti di condanna. Anche questa tragica esecuzione sommaria fa ormai parte delle scene quotidiane di violenza che affligge l’isola. 

I dati forniti dalle Nazioni Unite sulla mattanza in corso ad Haiti sono sconvolgenti. In soli sei giorni, tra il 14 e il 19 aprile, quasi 70 persone sono state uccise negli scontri che divampano a Cité Soleil, il più grande e povero slum della capitale. Quaranta di questi sono stati accoltellati; due erano bambini. Le Nazioni Unite invocano da mesi l’aiuto dei Paesi membri per il dispiegamento di “una forza di supporto specializzata” internazionale. Ma nessuno, finora, ha risposto all’appello. Troppi fallimenti, troppo rischioso e gravoso l’impegno di soldati che tra l’altro non sarebbero accolti con favore dalla popolazione ancora scottata da una missione dei Caschi blu che provocò più danni che soluzioni. 

Ma la realtà per questa isola dannata è devastante: 531 persone sono state assassinate nelle prime settimane di quest’anno, 300 ferite, 277 rapite. Hanno chiuso le cliniche e le scuole, le principali Ong hanno lasciato il campo, non funziona più neanche il centro di primo soccorso di Medici senza Frontiere, l’unico che era rimasto ad accogliere i feriti e moribondi. Una tragedia. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe discutere oggi stesso l’ennesima proposta di intervento.