Sudan, la fuga in tuk tuk dell'architetto italiano: "Così mi sono salvato da una Khartoum in distruzione"
di Vera Mantengoli , di Vera MantengoliVENEZIA - Da giorni l'architetto veneziano Sandro Grispan, professore alla Future University di Khartoum, aspettava il momento giusto per raggiungere dall'altra parte della città l'ambasciatore Michele Tommasi e unirsi al gruppo in partenza per l'Italia. L'occasione è arrivata all'improvviso il 23 aprile alle 8 quando un tuk tuk si è reso disponibile ad attraversare la zona del conflitto, sfruttando un momento di tregua delle due fazioni in lotta che stanno mettendo a ferro e fuoco le vie della capitale. "Il tragitto è durato 15 intensi minuti e l'ho pagato 200 dollari anziché due. Ho saputo poi che il conducente è stato picchiato, probabilmente per rubargli i soldi" racconta l'architetto di 55 anni, ora a Venezia. "Ero pronto per partire anche se non avrei voluto lasciare Khartoum perché mi stavo ambientando e amavo insegnare a tanti studenti motivati e proiettati verso il f…
VENEZIA - Da giorni l'architetto veneziano Sandro Grispan, professore alla Future University di Khartoum, aspettava il momento giusto per raggiungere dall'altra parte della città l'ambasciatore Michele Tommasi e unirsi al gruppo in partenza per l'Italia. L'occasione è arrivata all'improvviso il 23 aprile alle 8 quando un tuk tuk si è reso disponibile ad attraversare la zona del conflitto, sfruttando un momento di tregua delle due fazioni in lotta che stanno mettendo a ferro e fuoco le vie della capitale. "Il tragitto è durato 15 intensi minuti e l'ho pagato 200 dollari anziché due. Ho saputo poi che il conducente è stato picchiato, probabilmente per rubargli i soldi" racconta l'architetto di 55 anni, ora a Venezia. "Ero pronto per partire anche se non avrei voluto lasciare Khartoum perché mi stavo ambientando e amavo insegnare a tanti studenti motivati e proiettati verso il futuro".
Architetto Grispan, da quanto tempo si trovava a Khartoum?
"Ho deciso di trasferirmi a Khartoum lo scorso 16 marzo per insegnare Progettazione architettonica e urbana alla Future University, un ateneo privato dove ero già stato in passato. Ho insegnato anche in Congo e in Ruanda. Credo che non ci sia ora luogo migliore per un architetto che insegnare in Africa, un continente proiettato verso il futuro dove l'architettura è necessaria. Gli studenti sono molto motivati e con loro stavamo lavorando a progetti per realizzare ospedali, mercati e luoghi di aggregazione".
Quando è partito per il Sudan si immaginava che sarebbe esploso un conflitto?
"Assolutamente no, ma nessuno se lo aspettava. L'11 aprile del 2019 è avvenuto il colpo di stato che ha rovesciato il presidente Omar al-Bashir e in questo periodo c'erano molte commemorazioni. Sapevo che c'era in ballo un accordo che poi non è andato a buon fine, ma nessuno avrebbe mai immaginato quello che è successo, una reazione così aggressiva".
Cos'ha fatto quando ha visto la città sotto assedio?
"Il 15 aprile alle 8 io e altri professori ci siamo recati all'università, come sempre in una navetta che ci portava ogni giorno nell'ateneo. Quando siamo arrivati ci hanno detto di tornare a casa perché stavano sparando in città e di rimanere chiusi fino a quando non ci avrebbero avvertiti. Abito al primo piano di un condominio con altri professori e professoresse, tutti filippini. Avevamo l'acqua perché le cisterne erano piene, ma siamo stati quasi sempre senza elettricità. Noi eravamo a sud e la zona del conflitto è soprattutto a nord, ma siccome è una città al confine con il deserto non c'è vegetazione e quindi non ci sono barriere acustiche. Sentivamo tutti gli spari e le esplosioni come se fossero sopra di noi. Inoltre c'erano 40 gradi e gli ultimi due giorni i viveri stavano finendo. L'edificio ha un custode che ci ha aiutati fino a quando ha potuto, ma gli stessi negozi stavano chiudendo".
Come ha organizzato la sua fuga?
"Tramite conoscenze, ormai mi stavo ambientando. Dovevo raggiungere l'ambasciatore Tommasi che era dall'altra parte della città e l'unico modo era andare con un tuk tuk, il mezzo a tre ruote usato per gli spostamenti. Avevo tutto pronto per la chiamata che è arrivata alle 8 del 23 mattina. Invece di 2 dollari ne ho pagati 200 e purtroppo ho saputo che il conducente è stato poi picchiato per derubarlo. Comunque quella mattina c'è stato un momento di tregua o di bivacco dei militari e siamo partiti, attraversando una città quasi deserta. Abbiamo dovuto passare tre check point. In due ho mostrato i documenti, nel terzo in un arabo appena abbozzato ho detto che ero italiano. Sono riuscito così in circa 15 minuti ad arrivare dall'ambasciatore Tommasi".
Cos'è successo dopo?
"Da quel momento ci siamo mossi tutti insieme, divisi in due gruppi. Fino all'uscita della città di Khartoum siamo stati scortati dai paramilitari di Dagalo. Poi, quando siamo arrivati sul ponte sul Nilo c'è stato un cambio di scorta e siamo stati accompagnati all'aeroporto di Omdurman dall'esercito sudanese. Entrambe le fazioni hanno collaborato per la nostra evacuazione. Una volta arrivati là c'erano velivoli militari e siamo partiti verso Gibuti, un gruppo alle 20 e il mio alle 22. Siamo arrivati a Gibuti alle 2 di notte e abbiamo domito lì. Il 24 siamo partiti per l'Italia e arrivati a Ciampino".
Tornerebbe in Sudan?
"Subito. Non volevo andarmene, ma sono consapevole che in quelle condizioni non si poteva stare lì e non so quando si potrà tornare perché stanno distruggendo la città. Mi dispiace aver lasciato i miei studenti che mi hanno scritto messaggi con frasi come 'Be safe!'. Sono ragazzi e ragazze davvero motivati, entusiasti di imparare e sanno che in Africa ora c'è bisogno più che mai di architettura. La città è molto interessante dal punto di vista urbanistico perché cresce in un contesto duro, al confine con il deserto, e quindi ha molte sfide da affrontare. Sono contento di essere salvo, ma se domani l'università mi chiamasse e mi dicesse vieni, tornerai all'istante".