Tra i turchi divisi al voto. Ecco l'uomo che potrebbe sconfiggere Erdogan
dalla nostra inviata Gabriella Colarusso , dalla nostra inviata Gabriella ColarussoRize (Turchia) - Il 9 aprile, Kemal Kilicdaroglu, l'uomo che si è messo in testa di sfilare la Turchia a Erdogan, si è presentato in video con una cipolla in mano. Parlava dal suo tinello, una cucina modesta anni '60, camicia bianca con le maniche arrotolate. "Oggi costa 30 lire turche - ha detto - se Erdogan resterà al potere arriverà a 100". Su Twitter è stato visto da quasi 10 milioni di persone. Qualche giorno dopo, durante un comizio nel Sud-Est, il presidente ha risposto senza citarlo: "Sappiamo come spaccare una cipolla in due con un pugno. In questo Paese non ci sono problemi con cipolle, patate o cetrioli".
Il 14 maggio la Turchia andrà al voto, ma non è un'elezione come le altre: per la prima volta in 20 anni Erdogan rischia di perdere il potere. Kilicdaroglu - un mite ex burocrate di 74 anni che da quando guida il partito Repubblicano (Chp) erede di Ataturk ha perso quasi tut…
Rize (Turchia) - Il 9 aprile, Kemal Kilicdaroglu, l'uomo che si è messo in testa di sfilare la Turchia a Erdogan, si è presentato in video con una cipolla in mano. Parlava dal suo tinello, una cucina modesta anni '60, camicia bianca con le maniche arrotolate. "Oggi costa 30 lire turche - ha detto - se Erdogan resterà al potere arriverà a 100". Su Twitter è stato visto da quasi 10 milioni di persone. Qualche giorno dopo, durante un comizio nel Sud-Est, il presidente ha risposto senza citarlo: "Sappiamo come spaccare una cipolla in due con un pugno. In questo Paese non ci sono problemi con cipolle, patate o cetrioli".
Il 14 maggio la Turchia andrà al voto, ma non è un'elezione come le altre: per la prima volta in 20 anni Erdogan rischia di perdere il potere. Kilicdaroglu - un mite ex burocrate di 74 anni che da quando guida il partito Repubblicano (Chp) erede di Ataturk ha perso quasi tutte le elezioni - è riuscito a unire l'opposizione in una coalizione che va dai nazionalisti alla sinistra. Nei sondaggi è testa a testa. Ma la strategia della cipolla non basta a spiegare la rimonta dello sfidante nelle elezioni più importanti del 2023. Bisogna volare sul Mar Nero.
Il cocomero di Rize
La statale che porta a Rize è puntellata di foto del presidente. In piazza Cumhuriyet domina il suo murale, l'università si chiama Recep Tayyip Erdogan. Rize è la città dove Erdogan ha trascorso gran parte della sua infanzia, il papà Ahmet lavorava come guardia costiera, la madre Tenzile era casalinga. È una storica roccaforte dell'Akp, che alle ultime presidenziali ha preso il 76%. E il presidente le è riconoscente.
Nel giro di pochi anni è stato costruito un nuovo aeroporto e sono stati aperti i cantieri del nuovo porto. Il governo è intervenuto per calmierare i prezzi delle materie prime e mettere a riparo dall'inflazione la principale industria locale, quella del tè. Eppure, l'aumento dei prezzi ha colpito anche qui, dimezzando il potere d'acquisto dei salari.
"Nel 2002 vendevamo una tonnellata di tè a 1.170 dollari, ora a 350, mentre il costo del pane è quadruplicato", lamenta Ramazan Sarioglu, sindacalista della compagnia pubblica del tè, Caykur. Chi non ha un'azienda di famiglia o buoni contatti con l'amministrazione va via, sono soprattutto i giovani e i più istruiti, racconta Koksal, un imprenditore che arrotonda con i turisti oltrefrontiera. L'intreccio famiglia-partito-lavoro che ha cementificato il potere dell'Akp mostra le sue crepe. Ma non è solo questione di soldi.
Nel 2002 Osman Erdogan fu tra i fondatori del partito a Rize, erano anni di entusiasmo per quel giovane leader che prometteva di modernizzare la Turchia. "Volevamo giustizia, uguaglianza, libertà, volevamo entrare in Europa. Ora è un uomo solo al comando e sono uscito dall'Akp", s'accalora Osamn nella sala da tè accanto alla moschea, "ci ha separati. La Turchia oggi è spaccata in due come un cocomero".
Pane e portaerei
A Istanbul la frattura è evidente. Nel mercoledì prima dell'Eid, la festa di fine Ramadan, in migliaia si accalcano in fila per visitare il nuovo gioiello dell'industria nazionale, simbolo della grandeur erdoganiana: la portaerei Anadolu che i cantieristi navali turchi hanno consegnato in tutta fretta in tempo per le elezioni. "È una tecnologia di cui il Paese ha bisogno, la prima progettata anche per i droni, ne siamo orgogliosi", gonfia il petto Cuneyt, ingegnere civile di 37 anni.
Pochi chilometri più a Nord incrociamo una fila diversa, davanti al chiosco del Comune che vende il pane a prezzi calmierati. Siamo a Kasimpasa, il quartiere popolare dove Erdogan è cresciuto, un bacino garantito di voti. "Gli affitti qui sono quadruplicati", dice sconsolata Muserref Alas, 50 anni, che è divorziata e ha una figlia a carico. "Voterò senz'altro per Kilicdaroglu. Erdogan ha usato la religione per i suoi interessi".
Un regalo da Putin
Tra il 2006 e il 2017, il Raìs ha portato la Turchia nel club delle potenze emergenti: crescita, industrializzazione, una classe media più robusta e la povertà dimezzata, Ankara attore strategico nel Mediterraneo. Ma la crisi economica degli ultimi anni e il terremoto del 6 febbraio hanno incrinato il mito del "miracolo turco". "Lo slancio delle riforme è venuto meno, il boom del credito e degli stimoli alla domanda" insieme a "politiche monetarie eterodosse" hanno intensificato "le vulnerabilità interne ed esterne", scrive la Banca Mondiale. Erdogan ha imposto alla Banca Centrale continui tagli dei tassi facendo volare l'inflazione oltre il 50%, convinto che il denaro a basso costo rilanciasse export, investimenti e crescita. "Ci sta dando denaro a buon mercato, nella maggior parte dei casi stiamo facendo soldi senza fare nulla", ammette un imprenditore che produce zaini scolastici e preferisce mantenere l'anonimato. "Ma non è un modello sostenibile perché dipende dai debiti che facciamo con Paesi come Emirati, Arabia Saudita e Russia. Putin ha rinviato al prossimo anno il pagamento di una bolletta energetica che si dice sia di 20 miliardi. Un bel favore, prima delle elezioni. Qualcuno però poi dovrà pagarla".
Il risveglio in inverno sarà duro, avverte l'economista Atilla Yesilada. I costi del terremoto in Anatolia che ha fatto più di 50mila morti si aggirano intorno ai 100 miliardi. Erdogan è stato travolto dalle critiche per i ritardi e le inefficienze nei soccorsi, e per il laissez faire edilizio dei suoi governi i che ha permesso ruberie e indebolito i controlli sugli edifici. "Chiunque vinca dovrà chiedere l'aiuto internazionale e dovrà essere credibile agli occhi degli investitori, che non concederanno prestiti a politiche economiche fantasiose".
"Io sono alevita"
Per convincere gli scettici che il suo governo sarà capace di riparare i danni, Kilicdaroglu ha messo su una squadra di economisti tradizionali, ha chiamato come consigliere Jeremy Rifkin, il teorico della rivoluzione verde e promette politiche "fondate sui dati e sulla scienza". Ma soprattutto, nel programma dell'opposizione al primo punto c'è il ritorno al sistema parlamentare, dopo anni di presidenzialismo: un governo collegiale e il ripristino del sistema di checks and balances contro il leaderismo dell'uomo forte. Due idee diverse del potere e della società.
Il 19 aprile Kilicdaroglu ha postato un altro video dal tinello di casa sua rivolgendosi ai 5 milioni di giovani turchi che voteranno per la prima volta: "Miei cari ragazzi, io sono un alevita. Sono musulmano... Non sono un peccatore": oltre 100 milioni di visualizzazioni. Il leader dell'opposizione è di Tunceli, nell'Est, ed è alevita, una minoranza più liberale delle altre correnti dell'Islam che è stata perseguitata per decenni in Turchia ed è considerata dai più radicali un'eresia.
La rivelazione ha rotto un tabù nel Paese, che spingeva i politici a tacere appartenenze etniche o religiose per non alienarsi il consenso delle maggioranze. Kilicadaroglu invece ha fatto appello all'Helallesme, all'inclusività di tutte le diversità del Paese, una retorica opposta ai discorsi del presidente che si è alleato con un partito islamico radicale e accusa le opposizioni di voler minare i valori tradizionali come "la famiglia con ideologie devianti Lgbtq".
"Queste elezioni sono una scelta di campo tra democrazia e autocrazia", dice Murat Somer, professore di scienza politica all'università Koc di Istanbul. "Erdogan ha eroso le fondamenta dello stato di diritto polarizzando la società, spesso con il pretesto della religione".
Ora tutti gli occhi sono puntati sulla sicurezza delle elezioni, migliaia di persone nel Sud Est terremotato voteranno fuori dal loro seggio. A decidere l'esito della sfida sarà molto probabilmente il voto dei curdi dell'Hpd, il Partito democratico dei popoli che Erdogan accusa di legami con i "terroristi del Pkk". A decine sono stati arrestati in questi anni, ancora ieri un'operazione di polizia ha portato in carcere oltre 100 persone, tra loro anche giornalisti, avvocati. L'Hdp aveva scelto di non presentare un suo candidato e a molti è sembrato un implicito endorsement per Kilicdaroglu. In ballo c'è il 10% circa di voti che potrebbe cambiare la direzione verso cui si muove la Turchia.