✕

Con Lula in visita, in Portogallo si riaccende il dibattito sul ruolo della "tratta degli schiavi"

(reuters)
Per la prima volta il Presidente Rebelo de Sousa ha rotto il silenzio su quello che rimane un grande tabù per il Paese e in un discorso al Parlamento ha denunciato gli effetti negativi delle colonizzazioni
2 minuti di lettura

Il Portogallo dovrebbe avere la forza morale di scusarsi per il ruolo avuto nella tratta degli schiavi. Per la prima volta la più alta carica del paese, il presidente Marcelo Rebelo de Sousa, rompe il silenzio attorno a un tema che da sempre resta un tabù. Navigatori eccellenti e coraggiosi esploratori, i portoghesi faticano a considerare una vergogna gli “effetti collaterali” di una conquista che li ha portati da un capo all’altro del mondo. Dal XV al XIX secolo, si stima che almeno 6 milioni di africani furono rapiti, fatti prigionieri e poi trasferiti in catene a bordo dei galeoni per essere venduti come schiavi nelle colonie dei Caraibi e dell’America meridionale. Un’era che nella tradizione, e la memoria collettiva, è considerata l’apice della storia portoghese e fondamento dell’identità nazionale. 

Il Portogallo dovrebbe avere la forza morale di scusarsi per il ruolo avuto nella tratta degli schiavi. Per la prima volta la più alta carica del paese, il presidente Marcelo Rebelo de Sousa, rompe il silenzio attorno a un tema che da sempre resta un tabù. Navigatori eccellenti e coraggiosi esploratori, i portoghesi faticano a considerare una vergogna gli “effetti collaterali” di una conquista che li ha portati da un capo all’altro del mondo. Dal XV al XIX secolo, si stima che almeno 6 milioni di africani furono rapiti, fatti prigionieri e poi trasferiti in catene a bordo dei galeoni per essere venduti come schiavi nelle colonie dei Caraibi e dell’America meridionale. Un’era che nella tradizione, e la memoria collettiva, è considerata l’apice della storia portoghese e fondamento dell’identità nazionale. 

Sui libri e anche negli insegnamenti delle scuole, viene chiamata l’Età delle Scoperte: un periodo di espansione conservato con orgoglio che spinse il Portogallo a raggiungere terre lontanissime. Dal Brasile a Capo Verde, da São Tomé, all’Angola al Mozambico, fino a Goa, sulla costa occidentale indiana e ancora Macao in Asia e Timor Est dall’altro capo del globo. Parlando ieri alla commemorazione della Rivoluzione dei garofani che anche qui, il 25 aprile del 1974, segnò la fine della dittatura di António de Oliveira Salazar, il presidente ha sostenuto che il Portogallo dovrebbe andare oltre le formali scuse senza spiegare tuttavia in che modo. “Chiedere scusa”, ha osservato, “a volte è la cosa più semplice da fare: ti scusi, volti le spalle e il lavoro è fatto. In realtà, bisognerebbe fare qualcosa in più. Quanto meno assumersi la responsabilità” del proprio passato per costruire un futuro migliore. 

Rebelo de Sousa ha colto l’occasione della visita di Lula a Lisbona – viaggio che proseguirà oggi verso Madrid dove incontrerà il premier Pedro Sánchez nell’ambito del suo primo tour europeo – per pronunciare un discorso davanti al Parlamento. Ha ricordato gli aspetti positivi della colonizzazione del Brasile, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1822, come la diffusione della lingua e della cultura portoghese.  Ma ha riconosciuto anche quelli negativi, come “lo sfruttamento degli indigeni, la schiavitù, il sacrificio degli interessi del Brasile e dei brasiliani”. 

Il suo non è stato solo un gesto di cortesia diplomatica nei confronti di un ospite illustre. Affronta un tema spinoso e suscettibile per l’orgoglio dei portoghesi. Già in passato, l’allora sindaco di Lisbona, il socialista Fernando Medina, aveva proposto, tra i suoi 25 obiettivi, anche la costruzione di un Museo delle Scoperte che prevedeva, al suo interno, “un’area dedicata al tema della schiavitù”. L’idea era passata inosservata. Ma quando, mesi dopo, oltre 100 accademici pubblicarono una lettera aperta nella quale criticarono persino “il nome obsoleto, pieno di significati scorretti”, si aprì un dibattito che non si è mai concluso. 

C’era chi considerava quel museo solo un modo di “rafforzare l’ideologia coloniale portoghese che sorvola sulle evidenti questioni della schiavitù, delle uccisioni di massa e di altri abusi” e chi invece replicava che “non era possibile cancellare la storia perché è successo e quindi esisteva. Non abbiamo nulla di cui rimproverarci, inginocchiarci per 100 anni, con gli occhi e il cuore bassi”. 

L’ampio dibattito venne chiuso alla fine da un editoriale del direttore di Público, Manuel Carvalho, dal titolo eloquente: Il pesante fardello di essere portoghese. “Sono totalmente favorevole al fatto che si parli del lato oscuro dell’Era delle Scoperte”, scriveva Carvalho, “delle cose che non ci sono state insegnate a scuola, dove abbiamo solo sentito parlare dell’aspetto eroico. Ma non si può pretendere che una società cambi dall’oggi al domani. Il dibattito deve avvenire in modo misurato”. Ieri, il presidente ha lanciato un nuovo sasso nello stagno.