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Trump, al processo per stupro depone E. Jean Carroll: "Mi ha violentata"

E. Jean Carroll (reuters)
Il racconto della giornalista e scrittrice davanti alla Corte distrettuale federale. "Volle che lo accompagnassi ai grandi magazzini per scegliere intimo per un'amica. Mi chiese di indossarlo, mi rifiutati, lui mi spinse dentro il camerino". Alla fine la donna, oggi 79enne, ha pianto: "Felice di aver potuto raccontare la mia storia"
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NEW YORK - "Sono qui perché Donald Trump mi ha stuprata e quando lo scrissi, lui disse che non era successo". La scrittrice Jean Carroll si è presentata in aula a New. York per raccontare una storia avvenuta una sera di quasi trent'anni fa, nel camerino dei grandi magazzini di lusso di Manhattan. E' stato il secondo giorno del processo, istruito sulle accuse della donna, che ora ha 79 anni, grazie alla nuova legge approvata dallo Stato di New York che ha aperto una finestra temporale di un anno, entro cui le persone vittime di abusi e violenze possono denunciare fatti che sarebbero caduti in prescrizione.

I legali della donna hanno chiesto alla Corte distrettuale federale di dichiarare Trump colpevole di aggressione e diffamazione e, se ritenuto responsabile, di obbligarlo a versare un risarcimento alla vittima. Carroll ha raccontato in aula la sua storia, senza nascondere i dettagli, ma anche parlato di come quell'episodio le abbia cambiato per se…

NEW YORK - "Sono qui perché Donald Trump mi ha stuprata e quando lo scrissi, lui disse che non era successo". La scrittrice Jean Carroll si è presentata in aula a New. York per raccontare una storia avvenuta una sera di quasi trent'anni fa, nel camerino dei grandi magazzini di lusso di Manhattan. E' stato il secondo giorno del processo, istruito sulle accuse della donna, che ora ha 79 anni, grazie alla nuova legge approvata dallo Stato di New York che ha aperto una finestra temporale di un anno, entro cui le persone vittime di abusi e violenze possono denunciare fatti che sarebbero caduti in prescrizione.

I legali della donna hanno chiesto alla Corte distrettuale federale di dichiarare Trump colpevole di aggressione e diffamazione e, se ritenuto responsabile, di obbligarlo a versare un risarcimento alla vittima. Carroll ha raccontato in aula la sua storia, senza nascondere i dettagli, ma anche parlato di come quell'episodio le abbia cambiato per sempre la vita, ma anche di quello che era avvenuto dopo, quando il tycoon l'aveva accusata pubblicamente di essere una "truffatrice" in cerca di celebrità.

"Ha mentito - ha detto la scrittrice - e mandato in frantumi la mia reputazione, e io sono qui per provare a riprendermi la mia vita". Era il 1996. Carroll era un personaggio celebre a Manhattan. Guidava una celebre rubrica sul magazine femminile Elle, "Ask E. Jean", chiedi a Jean. Ai giurati ha raccontato che un pomeriggio si era trovata con Trump dentro i magazzini Bergdorf Goodman, sulla Fifth Avenue, a meno di cinquecento metri dalla Trump Tower. I due si erano conosciuti a una festa con l'allora moglie del tycoon, Ivana. Lui voleva regalare un capo di biancheria intima a un'amica, e aveva chiesto una consulenza a Carroll. Lei aveva trovato la cosa divertente, una cosa da "alta commedia" in un "tipico pomeriggio newyorkese", ha spiegato in aula. Trump le aveva chiesto di indossare un capo di biancheria grigio e blu. Lei si era rifiutata,  ma non si era insospettita: “Trump era un tipo scherzoso e leggero. Stavamo flirtando tutto il tempo, probabilmente”. Ma poi tutto è cambiato. lui l'avrebbe spinta all'interno del camerino, chiuso la porta e schiacciata contro la parete, immobilizzandola.

 L’aveva spinta talmente con forza che la donna aveva battuto la testa contro la parete. "Ero estremamente confusa - ha raccontato con la voce rotta dall'emozione - ma ho subito capito quello che stava per succedere". “Si è chinato e mi ha abbassato le calze”. Lei ha provato a dargli una ginocchiata. "A un certo punto - ha aggiunto - ha infilato le sue dita nella mia vagina, è stata una cosa estremamente dolorosa". Poi, ha detto, Trump ha infilato il suo pene. "Mi vergognavo - ha raccontato - pensavo fosse colpa mia". Da quell'esperienza, ha rivelato, "sono stata incapace di avere di nuovo una vita sentimentale".

Carroll ha raccontato di aver lasciato sconvolta i grandi magazzini. Ne parlò subito a due amiche. Una, Lisa Birnbach, le disse che quello era stato un stupro e che doveva andare subito alla polizia. L'altra, Carol Martin, le consigliò di non parlarne con nessuno perché Trump era potente e aveva un team di avvocati che l'avrebbe seppellita. La scrittrice aveva deciso di tenere segreta la storia, fino al 2019, quando aveva raccontato tutto in un articolo uscito sul New York Magazine, prima dell'uscita del suo libro dal titolo "Per cosa abbiamo bisogno degli uomini?".

Trump ha sempre respinto ogni accusa, liquidando quella confessione come un mezzo per lanciare la vendita del suo libro. "Non so chi sia", aveva scritto su Twitter. Poi aveva aggiunto: "non era il mio tipo".  Ma i legali di Carroll hanno ricordato di come una volta Trump avesse scambiato in foto lei con Maria Maples, la sua prima moglie. "Carroll - ha aggiunto uno dei legali - era esattamente il suo tipo, il tipo di bella donna di cui lui era automaticamente attratto". Ma l'accusa all'allora presidente degli Stati Uniti aveva provocato dure reazioni nei sostenitori di Trump. Il magazine Elle l'aveva licenziata. "Persi otto milioni di lettori - ha raccontato - la gente da allora ha cominciato a guardarmi in modo diverso".

La testimonianza, nonostante la drammaticità dell'argomento, ha riservato un breve momento di ilarità. L'avvocato della scrittrice le ha chiesto cosa avesse scoperto nelle ricerche per il suo libro. "Le donne - ha risposto - amano gli uomini, noi abbiamo bisogno degli uomini. L'unica cosa è che non vogliamo gestiscano tutto". L'avvocato le ha chiesto in modo diretto: "Qual è il suo sentimento verso gli uomini?". E lei: "Mi piacciono", detto con un tono entusiasta che ha suscitato la risata di almeno un giurato uomo. Ma alla fine della giornata, Carroll è scoppiata a piangere. "Piango - ha detto - perché sono felice di aver potuto raccontare in aula la mia storia".

Il processo durerà circa sei settimane. Trump non è obbligato a presentarsi in aula per difendersi. A rappresentarlo c'è Joe Tacopina, lo stesso che lo difende dall'incriminazione per aver comprato il silenzio di una porno star e di una playmate durante la campagna presidenziale del 2016. Alla domanda del giudice Lewis Kaplan, che ha chiesto se Trump avesse intenzione di testimoniare, Tacopina ha detto di non esserne sicuro. Ma dovrà prendere una decisione entro questa settimana. La scrittrice è attesa adesso dalla seconda parte della sua deposizione.