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Vita degli inviati al fronte. La paura per compagna in un mondo senza regole

(reuters)
Si va nei teatri di guerra per provare a capire qualcosa, poi raccontare e spiegare. Con la consapevolezza di essere sempre, comunque, a rischio
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Ci sono mattine in cui ci si sveglia con il vam-vam-vam degli elicotteri sulla testa, decollanti per il combattimento verso un laggiù, zona indefinita sul confine, proprio dietro quelle colline. A posteriori, si realizza che era la scena iniziale di Apocalypse Now, "Saigon, shit...", e Jim Morrison cominciava a cantare che quella è la fine, e altre cose. Sul momento, però, non viene in mente proprio niente, se non che bisogna muoversi, mettersi gli scarponi, uscire, partire, e che sarà un'altra brutta giornata e si vede già dall'alba, che le pale degli elicotteri non sono romantiche, che non c'è niente di epico, e che se si va dalle parti del fronte, si combatterà una nostra piccola guerra, che è niente rispetto a quello che sta succedendo a qualche chilometro, ma è comunque dura, difficile, pericolosa. Anche leggermente insensata, ripensandoci.

Perché lo si fa, non c'è rispos…

Ci sono mattine in cui ci si sveglia con il vam-vam-vam degli elicotteri sulla testa, decollanti per il combattimento verso un laggiù, zona indefinita sul confine, proprio dietro quelle colline. A posteriori, si realizza che era la scena iniziale di Apocalypse Now, "Saigon, shit...", e Jim Morrison cominciava a cantare che quella è la fine, e altre cose. Sul momento, però, non viene in mente proprio niente, se non che bisogna muoversi, mettersi gli scarponi, uscire, partire, e che sarà un'altra brutta giornata e si vede già dall'alba, che le pale degli elicotteri non sono romantiche, che non c'è niente di epico, e che se si va dalle parti del fronte, si combatterà una nostra piccola guerra, che è niente rispetto a quello che sta succedendo a qualche chilometro, ma è comunque dura, difficile, pericolosa. Anche leggermente insensata, ripensandoci.

Perché lo si fa, non c'è risposta. Per vedere, certo, e sempre da vicino, come diceva il fotografo famoso che si chiamava Robert Capa, che è poi morto saltando su una mina in Indocina. Per capire qualcosa, ingenuamente, e poi raccontare, spiegare quel pezzetto che si è visto quel giorno, nessuno ha mai una visione generale ma solo un brandello di una giornata in cui si sono visti, in ordine sparso: cadaveri (o pezzi di), feriti urlanti, tank che sferragliano, polvere, sempre una gran polvere o un gran fango, dipende dalla stagione. E la paura, quante volte al ritorno ci chiedono "ma hai avuto paura?". Non c'è risposta possibile, non si riesce a spiegare come si stava, e sarebbe troppo lunga da raccontare, e poi non si ha neanche voglia.

Però ci si abitua subito, e diventa una compagna di viaggio che prendi su non appena passi il confine, poi te la porti dietro e spesso non ti accorgi più di averla insieme, ci si fa l'abitudine come per il giubbotto antiproiettile, quando lo togli ti rendi conto di quanto è pesante e ingombrante, e quando torni dalla guerra realizzi che il resto del mondo è incredibilmente bello e soprattutto, nessuno spara. E si ha paura sempre, in uno strano stato di allarme sottile, continuo, insistente. Di notte durante i bombardamenti, quando si calcola lo spessore dei muri e si conclude che non c'è muro che possa resistere a un missile. Intanto si è già spostato il letto lontano dalle finestre, sapendo che serve a poco, ma intanto lo si sposta. E di giorno si ha paura lungo le piste che portano al fronte, quando l'autista fatica a tenere la barra dritta, e poi sui rettilinei dove bisogna correre perché tutto è bersaglio. Ai check point, i soldati svegli e quelli stanchi o stressati o entrambe le cose, con il kalashnikov fuori sicura che ondeggia di qua e di là, la canna che sfiora il finestrino, intanto controllano i documenti, chiamano il comando per sapere se è tutto ok, poi fanno un passo indietro e si può procedere.

Un mese fa un collega raccomandava "massima attenzione in Donbass. Ormai i civili sono tutti completamente intontiti dai bombardamenti. Gli parli, ma sembrano sordi, assenti. Non bisogna fidarsi delle loro indicazioni. Non sono più lucidi". Hanno paura? E anche quello fa paura, vedere persone che sono state felici e normali, ridotte così, e come tutti i presenti sulla scena - i militari, i volontari, i soccorritori, e anche i giornalisti - rassegnati al mutevole corso delle cose, dove non c'è nessuna certezza e neanche salvezza possibile, e la zona gialla diventa in un attimo rossa senza che uno lo capisca davvero, in quel preciso momento in cui sta cambiando. Quindi si sta lì, consapevoli della totale imprevedibilità del tutto, appesi a quello che potrebbe succedere nel bene e nel male, ma soprattutto nel male. Per lo più offline, e perciò sconnessi dal resto del mondo, con i piedi piantati in un altro pezzo di mondo dove tutte le regole sono saltate, e immersi in questa incertezza, se giri a destra ti salvi, se vai a sinistra sei morto, così si va avanti, giorno dopo giorno e ancora.