Papa Francesco: "Disposto a tutto per la pace in Ucraina, è in corso una missione vaticana"
dal nostro inviato Iacopo Scaramuzzi , dal nostro inviato Iacopo Scaramuzzi“Disposto a fare tutto quello che si deve fare per la pace in Ucraina”, pronto ad aiutare il presidente Volodomyr Zelensky per riportare nel paese i bambini rapiti in Russia, forte dell’asse con il metropolita Hilarion che ha incontrato a Budapest. Sul volo di ritorno dall’Ungheria, dove è stato tre giorni, Papa Francesco risponde nel corso della conferenza stampa con i giornalisti al seguito sul volo papale.
Se al centro della sua attenzione c’è la pace in Ucraina, per la quale accenna a una “missione” vaticana in corso, paese confinante con l’Ungheria, Jorge Mario Bergoglio torna sul malore che lo ha colto a fine marzo, una “polmonite” accompagnata da una forte febbre (non da uno svenimento), non nasconde l’avanzare dell’età (“Voi vedete che non è lo stesso di due anni fa”) e conferma, per ora, il viaggio previsto a inizio agosto in Portogallo per la Giornata mondia…
“Disposto a fare tutto quello che si deve fare per la pace in Ucraina”, pronto ad aiutare il presidente Volodomyr Zelensky per riportare nel paese i bambini rapiti in Russia, forte dell’asse con il metropolita Hilarion che ha incontrato a Budapest. Sul volo di ritorno dall’Ungheria, dove è stato tre giorni, Papa Francesco risponde nel corso della conferenza stampa con i giornalisti al seguito sul volo papale.
Se al centro della sua attenzione c’è la pace in Ucraina, per la quale accenna a una “missione” vaticana in corso, paese confinante con l’Ungheria, Jorge Mario Bergoglio torna sul malore che lo ha colto a fine marzo, una “polmonite” accompagnata da una forte febbre (non da uno svenimento), non nasconde l’avanzare dell’età (“Voi vedete che non è lo stesso di due anni fa”) e conferma, per ora, il viaggio previsto a inizio agosto in Portogallo per la Giornata mondiale della gioventù (“Per ora non è annullato), ma allarga anche lo sguardo agli indigeni canadesi: è in corso, afferma, la restituzione di alcune opere conservate ai Musei vaticani che furono sottratte all’epoca della colonizzazione benedetta dalla Chiesa cattolica.
“Credo che la pace si fa sempre aprendo canali, mai si può fare pace con la chiusura. Invito tutti ad aprire le porte, i canali di amicizia. Questo non è facile. Lo stesso discorso che ho fatto in genere, l’ho fatto con Orban e l’ho fatto un po’ dappertutto.
Sulla migrazione credo che sia un problema che l’Europa deve prendere per mano perché sono cinque i paesi che soffrono di più: Cipro, Grecia, Malta, Italia e Spagna, che sono i paesi mediterranei e lì sbarca la maggioranza delle persone. Se l’Europa non se ne fa carico con una distribuzione equa dei migranti il problema sarà di questi paesi soltanto. Credo che Europa deve far sentire che è Unione Europa anche davanti a questo problema.
C’è un altro problema collegato alla migrazione, l’indice di natalità: ci sono paesi come Italia e Spagna dove non si fanno figli. L’anno scorso parlato ad un incontro delle famiglie su questo e ultimamente ho visto che anche il governo (italiano, ndr.) e altri governi ne parlano. La media dell’Italia è 46 anni, quella della Spagna più alta ancora. Ci sono piccoli villaggi deserti: un programma migratorio ben portato avanti, col modello che alcuni paesi hanno avuto, penso alla Svezia al tempo delle dittature latino-americane, può aiutare questi paesi che hanno una bassa percentuale di nascita”.
Col patriarca Kirill ho parlato una sola volta da quando è iniziata la guerra, 40 minuti, poi tramite il metropolita Antoni, che ha preso il posto di Hilarion (come “ministro degli Esteri” di Kirill, ndr.), e viene a trovarmi, è stato parroco a Roma, e tramite lui sono in collegamento con Kirill. Con Kirill c’è in sospeso l’incontro che dovevamo avere a Gerusalemme a luglio o giugno dell’anno scorso, e per la guerra è stato sospeso: ma si dovrà fare.
E poi con i russi ho un rapporto buono con l’ambasciatore presso la Santa Sede, che adesso lascia dopo sette anni al Vaticano: è un grande uomo, un uomo “come il faut”, una persona seria, colta, molto equilibrato. I rapporti con i russi principalmente sono con questo ambasciatore. Con Hilarion lei si immagina che in questo incontro non abbiamo parlato solo di cappuccetto rosso: abbiamo parlato di tutte queste cose perché a tutti interessa la strada della pace. Io sono disposto a fare tutto quello che si deve fare. Adesso è in corso una missione che ancora non è pubblica: quando sarà pubblica ne parlerò”.
“Penso di sì perché la Santa Sede ha fatto da intermediario in alcune delle situazione di scambio di prigionieri tramite l’ambasciata: quella è andata bene, penso che può andare bene anche questo. E’ importante. Almeno, la Santa Sede è disposta a farlo perché è una cosa giusta e dobbiamo aiutare affinché questo non sia un casus belli ma un caso umano, un problema di umanità prima che un problema di bottino di guerra o di trasloco di guerra.
Tutti i gesti umani aiutano, invece i gesti di crudeltà non aiutano. Per questo dobbiamo fare tutto quello che è umanamente possibile. Io penso anche alle donne che vengono nei nostri Paesi in Italia, Spagna, Polonia, Ungheria: tante donne che vengono con i bambini, e i mariti o sono morti o stanno lottando nella guerra: è vero l’entusiasmo in questo momento, sono aiutate, ma bisogna evitare di perdere l’entusiasmo, perché quando cade l’entusiasmo queste le donne rimangono senza protezione col pericolo di cadere nelle mani degli avvoltoi che girano sempre. Stiamo attenti a non perdere questa attenzione che abbiamo per i rifugiati, parlo di tutti”.
“Quello che io ho avuto è stato un malore forte alla fine dell’udienza di mercoledì: non me la sono sentita di fare pranzo, mi sono coricato un po’, non ho perso il senso ma c’era alta febbre, e alle tre del pomeriggio il medico subito mi ha portato in ospedale. E’ una polmonite forte nella parte bassa del polmone, grazie a Dio lo posso raccontare, al punto che l’organismo ha risposto bene al trattamento: questo è quel che ho avuto.
Quanto a Lisbona, il giorno prima della partenza ho parlato col signor medico che è venuto a vedere un po’ le cose: io ci andrò, spero di farcela. Voi vedete che non è lo stesso di due anni fa, col bastone adesso va meglio, ma per il momento non è cancellato il viaggio. Poi c’è il viaggio a Marsiglia, poi c’è il viaggio in Mongolia, e poi l’ultimo che non ricordo dove. Ancora il programma mi fa muovere, vediamo!”.
“Ma questo è il settimo comandamento, se hai rubato devi restituire! C’è tutta una storia delle volte: le guerre, le colonizzazioni portano a prendere questa decisione di prendere le cose buone dell’altro. Quello del Partenone è stato un gesto giusto, si doveva fare. Se domani vengono gli egiziano a chiedere l’obelisco cosa faremo? Si deve fare un discernimento in ogni caso. Ma la restituzione delle cose indigene è in corso con il Canada, almeno eravamo d’accordo a farlo: adesso domanderà come va quell’impegno. Ma l’esperienza avuta con gli aborigeni del Canada è stata molto fruttuosa, e anche negli Stati Uniti i gesuiti stanno facendo qualcosa con il gruppo indigeno, il generale dei gesuiti me lo ha raccontato l’altro giorno.
Tornando alla restituzione: nella misura in cui si può restituire, in cui è necessario, in cui è un gesto, meglio farlo: delle volte non si può, non c’è la possibilità politica o concreta, ma nella misura in cui si può restituire lo si faccia. Questo fa bene a tutti, per non abituarsi a mettere la mano in tasca agli altri”.
“Io ho avuto alcune esperienze negli anni 60, quando studiavo in Cile. Tanti gesuiti ungheresi sono dovuti andare in Ungheria perché cacciati via. Poi sono rimasto anche molto amico di alcune suore ungheresi a Buenos Aires. Lavoravano con la comunità ungherese che conoscevo abbastanza, ma non capivo l’idioma. Ma due parole le ho capite bene: gulash e tokai! Poi sono venuto a conoscenza più da vicino di tutta la vicenda per convincere il cardinale Mindszenty ad arrivare a Roma, e anche ho conosciuto quell’entusiasmo breve del 56, seguita dalla delusione…
La mia impressione ora non è cambiata, forse si è arricchita, nel senso che gli ungheresi che ho conosciuto hanno una grande cultura: anche quelli che non erano di classe sociale alta, i semplici, una basica cultura molto elevata, parlavano normalmente in tedesco o inglese perché l’ungherese non si parla fuori dall’Ungheria: solo in paradiso perché si dice che ci vuole una eternità per impararlo! Questo non è cambiato, al contrario: ho visto lo stile che conoscevo anni fa”.