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A Friedensdorf, il villaggio della pace dove la Germania cura i piccoli afghani da malattie dimenticate

Il reportage: Oberhausen ospita 163 bambini stranieri affetti da patologie che in Occidente non ci sono più. Come l’infezione batterica che fa marcire le ossa  
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OBERHAUSEN - "Mi togli la lana?". Naquibullah guarda un po' incerto la dottoressa e si siede sul lettino. La "lana" sono gli enormi punti di sutura che corrono lungo la sua clavicola sinistra. Katrin Huskamp glieli toglie delicatamente, la pelle è violacea ma Naquibullah non emette un suono. "Sono incredibili. Mai un lamento. Vengono qui che sono malati da mesi, da anni, hanno i lineamenti contratti dal dolore, ma non piangono mai".

La dottoressa scuote il capo lentamente e gli sorride. Anche Naquibullah sorride. Ha 11 anni, viene da Ghazni, in Afghanistan, e la tuta beige nasconde altre due ferite alle gambe, simili a quella sulla clavicola. Anche lì bisogna disinfettare la "lana", come recita il vocabolario comune del "Friedensdorf", il "villaggio della pace" in Nordreno-Westfalia che ospita 163 bambini di sette Paesi diversi. Un posto unico, un'associazione nel cuore della Ruhr che si finanzia soltan…

OBERHAUSEN - "Mi togli la lana?". Naquibullah guarda un po' incerto la dottoressa e si siede sul lettino. La "lana" sono gli enormi punti di sutura che corrono lungo la sua clavicola sinistra. Katrin Huskamp glieli toglie delicatamente, la pelle è violacea ma Naquibullah non emette un suono. "Sono incredibili. Mai un lamento. Vengono qui che sono malati da mesi, da anni, hanno i lineamenti contratti dal dolore, ma non piangono mai".

La dottoressa scuote il capo lentamente e gli sorride. Anche Naquibullah sorride. Ha 11 anni, viene da Ghazni, in Afghanistan, e la tuta beige nasconde altre due ferite alle gambe, simili a quella sulla clavicola. Anche lì bisogna disinfettare la "lana", come recita il vocabolario comune del "Friedensdorf", il "villaggio della pace" in Nordreno-Westfalia che ospita 163 bambini di sette Paesi diversi. Un posto unico, un'associazione nel cuore della Ruhr che si finanzia soltanto attraverso le donazioni private e ospita da oltre mezzo secolo bambini delle regioni più povere del mondo per guarirli da malattie di cui morirebbero, nei loro Paesi.

Friedensdorf è una babele di lingue e dialetti in cui le cose più importanti da sapere sono poche. Una è "muleta", "stampelle", e le stampelle sono il destino comune di quasi tutti i bambini afghani, insieme alle scarpe dalle suole diverse che sono costretti quasi tutti a indossare perché hanno una gamba più lunga dell'altra. In Afghanistan sono tornate malattie medievali, estinte in Occidente da decenni, sono tornati i malanni della malora. La malattia più crudele, quella che si mangia i bambini da dentro, è l'osteomielite, un'infezione batteriologica che fa marcire le ossa.

Ne soffre Naquibullah, e ne soffre anche Bibikasoum, una bimba minuta di 7 anni che ha passato metà della vita in ospedale: si è ferita quando ne aveva tre. "Mi sono fatta un piccolo graffio sulla gamba", mi racconta, gesticolando con le stampelle come fossero un naturale prolungamento delle braccia. Ma nelle disperate condizioni igieniche dell'Afghanistan rioccupato quasi due anni fa dai talebani un graffio può trasformarsi in una tragedia. Per un mostro minuscolo che infetta quelle ferite, che avvelena il sangue e divora le ossa. Bibikasoum preferisce non pensare al dolore che ha provato, a sette anni vuole solo elencarmi tutte le cose che ama: "Disegnare, fare le collanine, fare i puzzle e aiutare le persone".

"La verità è che nell'Afghanistan dei talebani le emergenze si sono acuite tutte, non c'è solo il problema delle donne. C'è soprattutto il problema della fame, delle carestie, degli aiuti e dei farmaci spariti, dei medici specializzati e delle ong che lasciano il Paese. È un Paese senza economia, ma da decenni. Solo che prima non si vedeva perché c'erano gli aiuti. E molti sono finiti nelle tasche dei politici corrotti". Claudia Peppmueller si accende l'ennesima sigaretta della giornata. È uno dei pilastri del "Friedensdorf" e sulla "reconquista" dei talebani ha le idee chiare.

Da trent'anni, fa avanti e indietro con l'Afghanistan, va a prendere i bambini e li porta negli ospedali tedeschi che offrono gratis le prime cure, quelle più urgenti. Poi li porta a Friedensdorf, dove restano sei mesi o un anno per la riabilitazione. E Peppmueller era in Afghanistan anche il giorno che hanno preso Kabul, ad agosto del 2021. "Mi ricordo che quella mattina sono uscita in strada e ho pensato, "è sparito il venditore del pane". C'era sempre, tutte le mattine. Subito dopo ho sentito gli spari. E ho capito".

Poi sono arrivate le ore convulse della presa di Kabul, l'evacuazione con l'aereo dell'esercito tedesco, fendendo la folla all'aeroporto che chiedeva solo di essere portata via, lontano dal terrore. "Ci sono cose che non dimenticherò mai. I loro sguardi, ad esempio". E tre mesi dopo, Peppmueller era di nuovo lì, a Kabul, a portarsi in Germania i bimbi dalle ossa rotte. "Quasi nessuno si ricorda i cartelli delle donne in piazza, in quei primi mesi: chiedevano "pane". È la fame, il nemico del popolo afgano. Spesso, sotto il burqa, le donne nascondono corpi scheletrici. Quando chiediamo alle famiglie se mangiano, attualmente ci dicono che se riescono a mettere insieme tre pasti a settimana si considerano fortunate".

Nei giorni della conferenza sull'Afghanistan organizzata dall'Onu, nelle ore in cui i giornali parlano del rischio che le ong abbandonino definitivamente il Paese, Peppmueller ci tiene a sottolineare che il Friedensdorf sta organizzando già la missione di ottobre a Kabul. Nei mesi che la precedono, è tradizionalmente la Mezzaluna rossa a cercare i bambini più bisognosi in tutto il Paese, anche tra le famiglie dei talebani.

Ma in un Paese martoriato da mezzo secolo di guerre e invasioni, i nemici dei bambini sono anche le bombe dell'Isis, che le bestie fondamentaliste che continuano a fare la guerra agli afgani nascondono nei giocattoli, negli oggetti più banali. Abdul ha raccolto da terra un Corano che gli è esploso in mano. A Friedensdorf ha trascorso mesi, ha imparato a usare le sue nuove protesi, poi è tornato in Afghanistan. Alla parete di una stanza sono ancora appesi i suoi quadri. Ci sono degli alberi, dei fiori, una scritta in arabo, un cuore. Li ha disegnati con la sua protesi a forma di pinza.