Attacco al Cremlino: un'azione simbolica che mette a nudo la fragilità di Mosca
di Gianluca Di FeoLo zar è nudo. Il piccolo drone ucraino non poteva uccidere Vladimir Putin, ma ha fatto forse di peggio: ha distrutto la sua immagine di uomo forte, il pilastro del suo sistema di potere ventennale. L'esplosione nella notte, con le fiamme che sfiorano la bandiera russa, mostra tutta la fragilità del presidente, incapace non solo di sconfiggere gli ucraini ma persino di difendere il suo Palazzo.
La stessa debolezza che trapela nelle rare apparizioni pubbliche, nonostante l'impegno degli scenografi di corte per nasconderla: l'atterraggio in elicottero sulla linea del fronte di un mese fa è stato soltanto una sbiadita replica della scena del Capodanno 1999, quando scese tra le macerie di Grozny appena riconquistata mostrando alla Russia il nuovo volto del potere.
Lo zar è nudo. Il piccolo drone ucraino non poteva uccidere Vladimir Putin, ma ha fatto forse di peggio: ha distrutto la sua immagine di uomo forte, il pilastro del suo sistema di potere ventennale. L'esplosione nella notte, con le fiamme che sfiorano la bandiera russa, mostra tutta la fragilità del presidente, incapace non solo di sconfiggere gli ucraini ma persino di difendere il suo Palazzo.
La stessa debolezza che trapela nelle rare apparizioni pubbliche, nonostante l'impegno degli scenografi di corte per nasconderla: l'atterraggio in elicottero sulla linea del fronte di un mese fa è stato soltanto una sbiadita replica della scena del Capodanno 1999, quando scese tra le macerie di Grozny appena riconquistata mostrando alla Russia il nuovo volto del potere.
Adesso l'attacco sul Cremlino chiude un'era. Ci sono state illazioni sull'eventualità che fosse stato organizzato dagli aspiranti al trono, da quel partito dei falchi che ha nel capo della Wagner Evgenij Prigozhin il principale esponente. No, tutti gli elementi a disposizione lo escludono. Allo stesso tempo il raid notturno sulla capitale apre la gara alla successione, perché abbatte agli occhi del popolo la fiducia nel leader: il condottiero che li ha trascinati sul campo di battaglia, causando decine di migliaia di lutti e l'isolamento della nazione, oggi non appare più in grado di guidarli al successo.
Lo testimonia il rogo sinistro del drone che illumina le tribune allestite per la parata del 9 Maggio, la celebrazione della vittoria sul nazismo che sancisce ogni anno la continuità tra la tradizione sovietica e il nuovo imperialismo russo. L'Armata che espugnò Berlino è un ricordo del passato e l'esercito di oggi resta impantanato tra il Donbass e il Dnipro.
Era proprio questo l'effetto che gli strateghi nell'ombra di Kiev volevano ottenere. Che l'incursione sia opera loro è difficile dubitarlo. La sagomina del missile twittata alle 21.17 di martedì dal braccio destro di Zelensky, Andry Yermak - come ha scritto Paolo Brera - ha anticipato l'azione: gli ordigni sono partiti più o meno in quei minuti. E le immagini sembrano indicare che a centrare il Cremlino siano stati due droni UJ-22 di progettazione ucraina: ordigni lunghi tre metri e mezzo con un'autonomia di ottocento chilometri, sufficiente per decollare dalla frontiera e raggiungere la capitale russa.
Mosca, attacco con droni contro il Cremlino
Sono gli stessi velivoli abbattuti a fine marzo alle porte di Mosca, in prossimità di un deposito di carburante. Queste armi non potevano attentare alla vita di Putin: nella parte finale della traiettoria seguono le coordinate satellitari prefissate, non ci sono piloti che li guidano su un bersaglio in movimento. Inoltre velocità e carica distruttiva sono limitate: a cento chilometri orari e con meno di venti chili di plastico non avrebbero mai superato le protezioni dei locali che ospitano il presidente, che comunque non dorme quasi mai nel complesso monumentale.
Gli ucraini però hanno dimostrato di potere colpire ovunque, anche nel simbolo della grandezza russa, trasmettendo un segnale netto della volontà di portare avanti il conflitto senza riconoscere zone franche. E questo mentre le brigate stanno completando lo schieramento in vista della controffensiva, che scatterà entro alla fine del mese. L'attacco simbolico a Mosca ribadisce la promessa di arrivare a liberare tutti i territori, inclusa la Crimea, senza temere di alzare il livello dello scontro. Senza neppure, come ha scritto già mesi fa il comandante delle forze armate di Kiev Valerii Zaluzhnyi, preoccuparsi di una ritorsione con bombe nucleari tattiche.
Molti pensano che la reazione di Putin sarà rabbiosa, scatenando bombardamenti devastanti contro le città. Più che la rappresaglia immediata, però, preoccupano le conseguenze politiche nella gestione della guerra: per recuperare credibilità lo Zar potrebbe fare sue le posizioni dei falchi, mobilitando ancora più soldati e mettendo in campo ordigni ancora più crudeli. Un ulteriore inasprimento del conflitto, anche a costo di sfidare i mezzi della Nato che forniscono le informazioni decisive per le operazioni ucraine.