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Minsk come Mosca: la Gazeta Wyborcza ricorda il giornalista Poczobut dietro le sbarre

Andrzej Poczobut durante il processo 
Il corrispondente del giornale polacco - come Gershkovich del "Wall Street Journal" in Russia - aveva scelto di restare in Bielorussia per continuare a fare il proprio lavoro: condannato a otto anni di carcere
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MOSCA - In questa Giornata mondiale della Libertà di Stampa vale la pena ricordare due giornalisti che si trovano dietro le sbarre: il corrispondente a Minsk della polacca Gazeta Wyborcza Andrzej Poczobut e il corrispondente a Mosca dello statunitense Wall Street Journal Evan Gershkovich. Entrambi incarcerati soltanto per aver fatto il loro lavoro senza tema di due regimi ottusi: la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko e la Russia di Vladimir Putin.

 

Otto anni di carcere per Poczobut in Bielorussia

Nel corso degli anni, Poczobut, esponente di spicco tra l'altro del ramo dell'Associazione dei polacchi in Bielorussia (Zpb) inviso alle autorità bielorusse, era stato arrestato diverse volte. La prima volta, nel dicembre 2010, aveva detto: "La sicurezza di cui gode un corrispondente straniero sarà sempre maggiore rispetto a quella di qualsiasi giornalista locale".

Aveva persino trascorso tre mesi in carcere per aver definito il presidente bie…

MOSCA - In questa Giornata mondiale della Libertà di Stampa vale la pena ricordare due giornalisti che si trovano dietro le sbarre: il corrispondente a Minsk della polacca Gazeta Wyborcza Andrzej Poczobut e il corrispondente a Mosca dello statunitense Wall Street Journal Evan Gershkovich. Entrambi incarcerati soltanto per aver fatto il loro lavoro senza tema di due regimi ottusi: la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko e la Russia di Vladimir Putin.

 

Otto anni di carcere per Poczobut in Bielorussia

Nel corso degli anni, Poczobut, esponente di spicco tra l'altro del ramo dell'Associazione dei polacchi in Bielorussia (Zpb) inviso alle autorità bielorusse, era stato arrestato diverse volte. La prima volta, nel dicembre 2010, aveva detto: "La sicurezza di cui gode un corrispondente straniero sarà sempre maggiore rispetto a quella di qualsiasi giornalista locale".

Aveva persino trascorso tre mesi in carcere per aver definito il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko un "dittatore". Appellativo per altro affibbiatogli già dall'allora segretaria di Stato americana Condoleezza Rice. Ma nei regimi è vietato chiamare le cose col loro nome.

Ciononostante, Poczobut non aveva voluto lasciare la Bielorussia. Neppure quando, nell'agosto 2020, Lukashenko ha truccato le elezioni per conquistare l'ennesimo mandato e ha deciso di reprimere le proteste di massa incarcerando indiscriminatamente ogni avversario: oppositori, attivisti e giornalisti. Non ci ha messo molto a finire in carcere. È stato arrestato nell'ottobre 2020 nella città di Grodno, bastione della minoranza polacca, con le false accuse di "istigazione all'odio" e "propaganda nazista".

Un anno fa gli è stata offerta la libertà a patto di umiliarsi davanti a Lukashenko, partire per la Polonia e non tornare più in Bielorussia. Poczabut ha rifiutato. Per rappresaglia il suo regime carcerario è stato inasprito, è stato infettato col coronavirus e non gli sono state più recapitate le lettere dei figli.

Il processo si è tenuto a porte chiuse, ma un fotografo dell'agenzia statale bielorussa lo ha immortalato malnutrito, i segni di tortura sul viso. Ritenuto dai giudici del tribunale distrettuale di Grodno "una minaccia per la nazione bielorussa", l'8 febbraio scorso è stato condannato a otto anni di carcere duro,

I suoi colleghi avrebbero voluto essere in aula quel giorno per mostrare solidarietà e sostegno, ma non hanno potuto. "Se fossimo andati in Bielorussia, saremmo stati arrestati non appena attraversato il confine. A molti di noi è già stato vietato l'ingresso nel Paese. Questa è la punizione per i giornalisti che pubblicano la verità sulla dittatura che vi regna dagli Anni '90", racconta oggi Bartosz T. Wielinski, il vicedirettore di Gazeta Wyborcza, partner di Repubblica nell'Alleanza editoriale Lena.

L'offensiva in Ucraina e la repressione in Bielorussia e Russia

Un anno fa, mentre Poczobut si trovava già nella prigione di Zhodino, la Russia ha lanciato la sua cosiddetta "operazione militare speciale" in Ucraina. Nel 2020 Lukashenko si era salvato anche grazie all'aiuto fornito da Putin e, in cambio, ha prestato la Bielorussia a Putin come rampa di lancio per la sua aggressione militare.

"Oggi, mentre il mondo occidentale legge i resoconti dei crimini commessi dall'esercito russo a Bucha, Irpin, Izjum e Kherson, la gente tende a dimenticare le sofferenze in Bielorussia. Ingiustamente. L'oppressione nel Paese ha assunto un livello praticamente totalitario. Il numero dei prigionieri politici ha raggiunto quota 1.500 ed è ancora in crescita. Le condanne pronunciate in processi fulminei e iniqui sono draconiane. Alcuni prigionieri rischiano la pena di morte, mentre la Bielorussia è l'unico Paese in Europa in cui viene eseguita", prosegue Wielinski.

Si è riluttanti a mettere oppressi e oppressori sullo stesso piano. Eppure ci sono vittime anche dall'altra parte del fronte, non soltanto complici. Ci sono persone che resistono ed esprimono il loro dissenso anche a costo della loro libertà. Anche in Russia.

Dopo che sono state approvate le leggi che puniscono con il carcere fino a 15 anni chi "scredita" o "diffonde fake news" sulle forze armate russe, ogni voce indipendente sopravvissuta a un ventennio di censura putiniana è stata silenziata. La giornalista Maria Ponomarenko è stata condannata a sei anni di carcere per aver diffuso "fake news". Stessa accusa mossa contro i deputati municipali moscoviti Aleksej Gorinov e Ilja Jashin condannati rispettivamente a sette e a otto anni e mezzo di reclusione. Venticinque anni per "tradimento" e "discredito delle forze armate" a Vladimir Kara-Murza.

Nel solo 2022 è stato aperto un numero record di 779 procedimenti penali per un'opinione su Internet, almeno mille giornalisti russi sono stati costretti all'esilio e decine di giornali stranieri hanno deciso di chiudere gli uffici di corrispondenza e di richiamare i loro inviati.

Evan Gershkovich (reuters)

Gershkovich accusato di "spionaggio"

Gershkovich era uno dei pochi giornalisti occidentali rimasti in Russia coltivando l'illusione che il massimo che potesse rischiare uno straniero fosse la revoca del visto e l'espulsione. Non è più così. Figlio di immigrati russi negli Stati Uniti, già corrispondente di Moscow Times e Afp prima di approdare un anno fa al Wall Street Journal, era andato a Ekaterinburg, negli Urali, per scrivere un reportage sui sentimenti locali verso la cosiddetta "operazione militare speciale" in Ucraina e in particolare verso la compagnia di mercenari Wagner. Aveva preso contatto con politici ed esperti locali e aveva visitato Nizhnij Tagil, sede della fabbrica di carri armati Uralvagonzavod, per sondare gli umori nell'industria della difesa.

Non ha portato al termine il lavoro. Il 29 marzo è stato arrestato e poi incriminato con la pretestuosa accusa di "spionaggio" al servizio degli Usa dall'Fsb. Ora è detenuto nel famigerato carcere moscovita Lefortovo e rischia fino a 20 anni di carcere. Un caso senza precedenti dai tempi dell'Urss.

Come la Bielorussia, anche la Russia ha attraversato il Rubicone. Neppure i corrispondenti stranieri sono più al sicuro dall'epurazione in corso dei media indipendenti. Perciò "pur ammirando l'eroica difesa dell'Ucraina", Wielinski invita a "non dimenticare la Bielorussia alle prese con la dittatura e i suoi eroi" e aggiunge "uno di loro è il nostro amico e giornalista, Andrzej Poczobut". Anche la Russia ha i suoi. Non solo Jashin o Kara-Murza. Ma anche Gershkovich.