Zelensky all’Aia: “Nessun attacco, sarà questa Corte a giudicare Putin”
dal nostro inviato Paolo BreraODESSA — Per la prima volta da quando è iniziata l’invasione ucraina su larga scala, il presidente Volodymyr Zelensky non è a Kiev mentre il Paese affronta ore difficili. Era a Helsinki, in Finlandia, mentre due droni beffavano Mosca piovendo sui tetti del Cremlino.
E mentre i russi rispondono con una raffica continua di attacchi accusandolo di aver attento alla vita di Putin, lui li sfida: «Non attacchiamo Putin, lo lasceremo alla giustizia internazionale», annuncia prima di riapparire all’Aia, in quella Corte penale che ha spiccato un ordine di arresto accusando il presidente russo di crimini contro l’umanità: «Sono certo che vogliate vedere qui un altro Vladimir. Accadrà, quando vinceremo».
ODESSA — Per la prima volta da quando è iniziata l’invasione ucraina su larga scala, il presidente Volodymyr Zelensky non è a Kiev mentre il Paese affronta ore difficili. Era a Helsinki, in Finlandia, mentre due droni beffavano Mosca piovendo sui tetti del Cremlino.
E mentre i russi rispondono con una raffica continua di attacchi accusandolo di aver attento alla vita di Putin, lui li sfida: «Non attacchiamo Putin, lo lasceremo alla giustizia internazionale», annuncia prima di riapparire all’Aia, in quella Corte penale che ha spiccato un ordine di arresto accusando il presidente russo di crimini contro l’umanità: «Sono certo che vogliate vedere qui un altro Vladimir. Accadrà, quando vinceremo».
Diventa sempre più vigliacca, questa guerra che si allontana dal fronte e si arrampica sui droni. Gli Shahed iraniani sono ormai una minaccia quotidiana. Dopo il grande smacco, mercoledì notte i russi li hanno spediti a Odessa scrivendoci sopra “per Mosca e per il Cremlino”, destinati all’accademia militare. La notte l’abbiamo trascorsa nei rifugi, non erano così pieni da chissà quando. Pigiama e giaccone nei garage e nei sotterranei, c’è l’acqua e la luce, una presa di corrente e qualche sedia. Dalle finestre dell’albergo si vedono e si sentono le raffiche sparate in cielo, qualcuno di tanto in tanto sale a osare per una sigaretta e un brivido.
È stata una “fuga” per far sbollire l’ira dei falchi russi evitando una reazione troppo violenta? «Non potrebbe sfuggire per sempre a una vendetta, se fosse la vera ragione. Ne dubito», dice il direttore del think tank Prism, Gennady Maksak: «Era un’agenda certamente già fissata in vista del vertice della Nato e del rapporto sulla preparazione dell’Ucraina per i negoziati sull’adesione alla Ue».
Non è certo la prima volta che Zelensky lascia l’Ucraina per raccogliere consensi e aiuti, per chiedere armi e munizioni più incisive — ora è il turno degli F-16 — l’ingresso nella Ue e l’adesione alla Nato. Ma è la prima volta che lo fa nei giorni neri, in cui la pressione russa è massima. È un segno di forza anche questo: il suo Paese non ha più bisogno di essere preso per mano, gli ucraini hanno fiducia nella controffensiva imminente, credono nella vittoria anche quando i russi minacciano di scatenare la fine del mondo con i bombardieri.
Di fronte al Parlamento olandese, con il premier Mark Rutte e nella sede della Corte penale internazionale fa quello che sa fare meglio: conquistare con la mimica che domina il palcoscenico: «Questa guerra, che non volevamo, deve essere l’ultima», dice chiedendo un tribunale speciale per il reato di aggressione. E mentre tutti lo aspettano a Berlino e qualcuno prevede che spunti a sorpresa tra gli invitati all’incoronazione di re Carlo, magari lui riapparirà a Kiev per lanciare la controffensiva ucraina.