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Il giorno della Corona: per re Carlo finisce l’attesa. “Sono qui per servire non per essere servito”

(ansa)

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L'inizio spaurito, teso. Poi quei sorrisi a William e Camilla che cambiano tutto. Il racconto da Westminster Abbey della solenne cerimonia di incoronazione davanti a cento capi di Stato e leader mondiali. Ma gli arresti degli anti-monarchici scatenano polemiche
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LONDRA — Tra le maestose navate gotiche di Westminster Abbey, i duemila invitati tuonano “God Save the King!”, “God Save King Charles!”. Ma lui, re Carlo III, sembra solo. Spaurito, gli occhi addolorati di fronte al suo glorioso destino: il più vecchio monarca britannico, 74 anni, finalmente incoronato come sua madre e gli altri 38 predecessori dell’ultimo millennio. «Sono qui per servire, non essere servito», proclama il re, trepido quasi come il balbuziente Giorgio VI. Al nonno e a mamma Elisabetta si è ispirato per questa straordinaria cerimonia.
 
Quanto gli “pesa” quella corona di Sant’Edoardo, direbbe l’Enrico IV di Shakespeare, in questa cerimonia dal cuore senescente e forse decadente, dominata dalla vecchia guardia della monarchia britannica e dal 67enne arcivescovo di Canterbury Justin Welby. La “crown” è sempre la stessa, con 400 gemme, sin dal 1661 dopo la …
LONDRA — Tra le maestose navate gotiche di Westminster Abbey, i duemila invitati tuonano “God Save the King!”, “God Save King Charles!”. Ma lui, re Carlo III, sembra solo. Spaurito, gli occhi addolorati di fronte al suo glorioso destino: il più vecchio monarca britannico, 74 anni, finalmente incoronato come sua madre e gli altri 38 predecessori dell’ultimo millennio. «Sono qui per servire, non essere servito», proclama il re, trepido quasi come il balbuziente Giorgio VI. Al nonno e a mamma Elisabetta si è ispirato per questa straordinaria cerimonia.
 
Quanto gli “pesa” quella corona di Sant’Edoardo, direbbe l’Enrico IV di Shakespeare, in questa cerimonia dal cuore senescente e forse decadente, dominata dalla vecchia guardia della monarchia britannica e dal 67enne arcivescovo di Canterbury Justin Welby. La “crown” è sempre la stessa, con 400 gemme, sin dal 1661 dopo la distruzione dell’originale inflitta da Oliver Cromwell. È stato un infinito viaggio per Carlo riuscire a indossarla e sono lunghe anche queste due ore di cerimonia antiquata e sfarzosa, che il Regno Unito e centinaia di milioni di persone nel mondo non avevano visto per 70 anni dopo l’incoronazione di Elisabetta II. Perché questo è il passaggio esistenziale di un primogenito eccentrico e irascibile, che finalmente diventa re, bacia la Bibbia, accarezza il globo d’oro divino e si siede sulla leggendaria Coronation Chair del XIV secolo.
 
Poi però, nonostante l’assenza di “mommy” Elisabetta, Carlo non è più solo. Infatti sorride due volte, in questa cerimonia multiculturale e multireligiosa al ritmo di salmi, l’inno nazionale, quello dell’incoronazione di Andrew Lloyd Webber, Purcell e canti gospel. La prima è quando William si inginocchia, dichiara devozione al padre benedetto dall’olio sacro dietro paratie made in Bergamo e lo bacia sulla guancia: «Thank you, Will…». Ma Carlo splende anche quando Camilla viene incoronata. Per lui è una rinascita, la rivincita di una vita. 
 
A differenza del consorte, Camilla pare molto più rilassata. Abbozza sorrisi, un sereno fatalismo, finalmente la pace. Addio rottweiler, addio “donna più odiata del Paese”, addio Parker Bowles. A lei tocca la corona di Queen Mary e lo scettro di avorio di Maria Beatrice d’Este nel 1685. E quando l’arcivescovo di Canterbury le barda la testa, lei alza il braccio e quasi se la sistema da sé. Come ha sempre fatto con la sua vita e reputazione, nonostante Diana. Regina, per sempre. 
 
I veri reietti della Royal Family ora sono altri. Di nome fanno Harry e il famigerato Andrea fischiato dalla folla. Li chiamano ancora principi ma in famiglia reale non contano nulla. Arrivano in automobile invece che in carrozza, li relegano ai banchi in terza fila, dove Harry ha la visuale offuscata persino dalla piuma del cappello della zia principessa Anna. Il secondogenito ribelle, arrivato da solo dalla California per timbrare il cartellino e tornare da Meghan, Archie e Lilibet dopo nemmeno 24 ore, a metà cerimonia sciabola un’occhiata al fratello William. È il suo unico graffio, triste, solitario y final, prima di sparire e di volare via, senza parlare con nessuno. 
 
Ma “the show must go on”, e lungo il Mall, tra Buckingham Palace e Westminster Abbey, decine di migliaia di curiosi e fedeli monarchici salutano con Union Jack il re e la regina che si avviano sulla carrozza Diamond Jubilee alle 11 locali per poi ritornare a palazzo sulla dorata Gold State Coach. Sono tanti i fan, ma non tantissimi e di mattina si arriva piuttosto facilmente alle barriere. Nulla a che vedere con il recente Giubileo di Platino di Elisabetta. Carlo non è ancora un re di cuori, come sua madre o Lady Diana. 
 
Come previsto, la pioggia inizia a battere forte, ma come dice un commentatore della Bbc, «questo è un tipico giorno di primavera inglese, è solo un po’ umido…». Fatto sta che la parata degli aerei Raf viene ridotta per maltempo e sulla balconata, a fine giornata insieme a Camilla, l’incoronato Carlo saluta la folla fuori da Buckingham Palace per presentare al mondo la sua “monarchia snella” osteggiata dalla sorella Anna: spariti Harry, Meghan e prole, ma anche Andrea e le figlie Eugenia e Beatrice, oltre alla Queen. È la nuova, ristretta “ditta”. Mai si era vista una balconata così sfiorita a Buckingham Palace. 
 
Jill Biden vestita di blu, lady Zelensky, Emmanuel e Brigitte Macron, Felipe e Letizia di Spagna, Alberto di Monaco, Abdullah e Rania di Giordania, i sette ex primi ministri britannici, il presidente italiano Sergio Mattarella che poi visita la National Gallery per una nuova mostra su San Francesco. Cento leader e capi di Stato arrivano a Westminster Abbey entro mezzogiorno, tra 30mila agenti e 7mila soldati, beefeater e pelose Irish Guards. Infine, ecco Carlo e Camilla, costretti a uno stallo in carrozza di qualche minuto. Perché, per errore, William, Kate vestita “Union Jack” da Alexander McQueen e i figli arrivano dopo di loro. 
 
Il primogenito e principino George, secondo in lizza per il trono e paggio di nonno Carlo, sul volto intreccia stupore e inquietudine al pensiero che tutto questo capiterà anche a lui. Il dispettoso fratellino Louis, invece, come al solito ne combina di tutti i colori: smorfie con la sorella Charlotte, sbadigli plateali, canta “God Save the Queen”, invece di King. A un certo punto scompare dal banco di famiglia. Punizione? Mistero.
Di certo, fuori vengono puniti severamente gli anti-monarchici. Arrestati decine di attivisti repubblicani “Not my King”, tra cui il leader del movimento Republic, Graham Smith. Colpa: avevano un megafono. La nuova controversa legge sulle manifestazioni, approvata qualche giorno fa dal governo Sunak e bollinata da Carlo, punisce chi «molesta grandi manifestazioni sportive o culturali». 
 
Bufera su Scotland Yard, indignazione di Human Rights Watch: «Non si può più contestare in una democrazia?». Anche per questo, a Liverpool ieri i tifosi hanno subissato di fischi “God Save the King”. Pesante è la testa del re incoronato.