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Lo schiaffo dell'Australia a Carlo III: Sydney non illumina l'Opera per l'incoronazione. Protestano i monarchici

(reuters)
La scelta del governo locale laburista, giustificata con motivi di "risparmio", riflette la crescente disaffezione del Paese verso la monarchia 
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LONDRA – L’Australia fa uno sgarbo a Carlo III, rifiutando di accendere in suo onore le vele della famosa Opera House nella baia di Sidney. La magnifica costruzione viene sempre illuminata a festa per grandi eventi nazionali e lo è stata anche in occasione del Giubileo di Platino della regina Elisabetta nel 2022: ma il governo del New South Wales, lo Stato in cui si trova la città, stavolta ha messo il veto.


Ufficialmente la decisione ha ragioni soltanto economiche: accendere l’Opera House, come si chiama il teatro lirico di Sidney, costa 100mila dollari. Ma il nuovo governo laburista insediatosi sia nel New South Wales che a livello nazionale guarda con maggiore favore al passaggio a un sist…

LONDRA – L’Australia fa uno sgarbo a Carlo III, rifiutando di accendere in suo onore le vele della famosa Opera House nella baia di Sidney. La magnifica costruzione viene sempre illuminata a festa per grandi eventi nazionali e lo è stata anche in occasione del Giubileo di Platino della regina Elisabetta nel 2022: ma il governo del New South Wales, lo Stato in cui si trova la città, stavolta ha messo il veto.


Ufficialmente la decisione ha ragioni soltanto economiche: accendere l’Opera House, come si chiama il teatro lirico di Sidney, costa 100mila dollari. Ma il nuovo governo laburista insediatosi sia nel New South Wales che a livello nazionale guarda con maggiore favore al passaggio a un sistema repubblicano, abbandonando la monarchia e smettendo così di avere il sovrano britannico, attualmente re Carlo, come capo di Stato: perciò il veto alle luci sembra anche un boicottaggio politico dell’incoronazione.


Il primo ministro australiano (di origini italiane) Anthony Albanese ha partecipato alla cerimonia a Westminster Abbey. Da anni, tuttavia, Albanese esprime simpatia per la repubblica e ostilità per la monarchia: le sue posizioni in materia sono molto note. “I giovani australiani non riescono a identificarsi con la regina Elisabetta o con il principe Carlo”, disse nel 1991 a una conferenza per organizzare un referendum sulla questione. In tono analogo si è espresso Chris Minns, premier del governo del New South Wales, giustificando le luci spente nel giorno dell’incoronazione: “Visto quello che costa ai nostri fondi pubblici”, ha dichiarato, “vanno accese soltanto per l’Australia e per gli australiani”.


In Australia ci sono naturalmente anche i fan della monarchia, che hanno immediatamente protestato: “Se si tratta davvero di una decisione puramente economica, potevano avvertirci, avremmo organizzato una raccolta di fondi e le spese per l’illuminazione sarebbero state pagate senza problema dai privati”, afferma un portavoce della Australian Monarchist League, lasciando intendere che le motivazioni sono state in realtà politiche.

L’Australia è uno della dozzina di Paesi membri del Commonwealth, l’associazione che riunisce circa sessanta ex colonie britanniche, in cui re Carlo, come prima di lui la regina Elisabetta, è capo di Stato. Il sovrano non ha poteri reali, naturalmente, è rappresentato da un governatore per compiti puramente formali. Ma mentre il legame con Londra in passato era forte tra gli australiani, così come l’affetto per Elisabetta II, l’ex colonia, un tempo destinazione per i galeotti mandati dalla Gran Bretagna a scontare lì le loro sentenze, appare oggi orientata a mettere fine a questo retaggio del colonialismo. Anche in Belize, Giamaica, Nuova Zelanda e Canada si registrano crescenti favori per instaurare un sistema repubblicano. Spegnendo le luci, per così dire, su Carlo negli ex avamposti dell’Impero britannico.