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Gli abusi di un gesuita spagnolo, pedofilo seriale, svelati dal suo diario

Veduta aerea della scuola di Cochabamba, in Bolivia, in cui padre Alfonso Pedrajas abusava di minorenni (afp)
El País ha pubblicato il testo consegnato dal nipote di padre Alfonso Pedrajas, detto "padre Pica", missionario in Bolivia morto nel 2009. Furono 85 le sue vittime. La Compagnia di Gesù ha sospeso otto ex superiori e ha aperto un'indagine
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Il caso di un gesuita spagnolo pedofilo seriale, missionario in Bolivia morto nel 2009, scuota la Compagnia di Gesù.

Padre Alfonso Pedrajas, soprannominato “padre Pica”, ha abusato di 85 minorenni. È stato lo stesso gesuita ad annotare la cifra in un diario personale che è stato recentemente pubblicato dal quotidiano spagnolo El País. La provincia boliviana della Compagnia di Gesù ha sospeso otto gesuiti che sono stati superiori di padre Pica negli anni in cui avvennero gli abusi e ha avviato un’inchiesta interna.

L’ordine religioso dal quale proviene papa Francesco è il più grande ordine religioso maschile del mondo con oltre 16mila membri, tra sacerdoti, fratelli, scolastici e novizi presenti in tutto il mondo.

Il diario pubblicato da El País

Nato a Valencia, in Spagna, il 10 giugno 1953, Alfonso Pedrajas entrò 17enne nel noviziato dei gesuiti della Catalogna, e nel 1961 pa…

Il caso di un gesuita spagnolo pedofilo seriale, missionario in Bolivia morto nel 2009, scuota la Compagnia di Gesù.

Padre Alfonso Pedrajas, soprannominato “padre Pica”, ha abusato di 85 minorenni. È stato lo stesso gesuita ad annotare la cifra in un diario personale che è stato recentemente pubblicato dal quotidiano spagnolo El País. La provincia boliviana della Compagnia di Gesù ha sospeso otto gesuiti che sono stati superiori di padre Pica negli anni in cui avvennero gli abusi e ha avviato un’inchiesta interna.

L’ordine religioso dal quale proviene papa Francesco è il più grande ordine religioso maschile del mondo con oltre 16mila membri, tra sacerdoti, fratelli, scolastici e novizi presenti in tutto il mondo.

Il diario pubblicato da El País

Nato a Valencia, in Spagna, il 10 giugno 1953, Alfonso Pedrajas entrò 17enne nel noviziato dei gesuiti della Catalogna, e nel 1961 partì missionario in America latina: Perù, Equador e soprattutto Bolivia, lavorando a stretto contatto con bambini e ragazzi in diversi collegi. Fu a lungo vicedirettore del Colegio Juan XXIII a Cochabamba, in Bolivia, dove i gesuiti ospitavano e formavano giovani di umili origini. È in questa struttura che il gesuita spagnolo ha abusato per molti anni di numerose vittime, tutte di sesso maschile.

I dettagli sono stati raccontati dallo stesso sacerdote in un diario di 383 pagine che va dal 1960 al 2008. Un testo che doveva rimanere privato nel quale “padre Pica” riconosce i propri plurimi abusi, esprime “vergogna”, consapevolevva della propria “colpa”, racconta i suoi tentativi di fermarsi, riferisce di aver confessato le sue azioni ad altri sacerdoti, scrive del timore di essere scoperto, e, alla fine, del sollievo, quasi, di essersi ammalato di cancro. In un passaggio del diario, riconosce: “Ho fatto male a così tante persone (85?). Troppe”.

“Sono stato un degenerato (o un uomo malato intrappolato?)”, scrive padre Pedrajas, che sembra far risalire gli abusi sessuali sui minorenni alla propria omosessualità repressa. “Come può la Chiesa permettere e incoraggiarlo”, scrive della condanna dell’omosessualità da parte del magistero: “Gesù non mi avrebbe trattato in tal modo”.

La denuncia del nipote

Il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato di recente i contenuti di questo diario. Il giornalista Julio Nunez ha raccontato di averlo ricevuto dal nipote del gesuita, Fernando Pedrajas, che trovò il testo in una soffitta nel 2021. Ad aver inviato il testo alla famiglia del gesuita era stato, al momento della morte di “padre Pica”, l’uomo con il quale, negli ultimi anni della sua vita, il sacerdote conviveva. Il nipote del gesuita ha contattato dapprima il direttore della scuola di Cochabamba dove erano avvenuti gli abusi, che però si è rifiutato di assumersi ogni responsabilità, poi si è rivolto alla procura spagnola, che ha però archiviato il caso per prescrizione, e infine ha scritto al responsabile per la prevenzione degli abusi nella provincia boliviana, padre Osvaldo Chirveches, che, a quanto riferito dal nipote di “padre Pica”, era stato poco collaborativo. L’uomo ha allora deciso di contattare El Pais, che dal 2018, in Spagna, sta raccogliendo le denunce contro i preti pedofili.

Il giornale spagnolo ha allargato le indagini, riuscendo a parlare con cinque vittime nel frattempo divenute adulte, che hanno confermato gli abusi (masturbazioni, toccamenti, fellatio, veri e propri assalti). Abusi ai quali alcuni dei ragazzi non si sottrassero per non perdere la possibilità di rimanere nel collegio, ma che, nel corso del tempo, erano giunti alla conoscenza dei superiori di padre Pedrajas. Tanto che negli ultimi anni il gesuita nel suo diario si diceva convinto che prima o poi sarebbe stato sanzionato. Il sacerdote è morto invece di tumore il 5 settembre 2009, senza che fosse stata aperta un’indagine sul suo conto.

Otto superiori sospesi, indagini in corso

Dopo che El Pais ha pubblicato questa storia, la provincia boliviana della Compagnia di Gesù ha riconosciuto, dapprima, che padre Pedrajas era stato “denunciato per pedofilia” e che, appena ricevuta la denuncia, è stata avviata una prima indagine “nel mese di agosto 2022”, che si è conclusa il 4 aprile 2023 “indicando la plausibilità del fatto denunciato”. “Una seconda indagine è iniziata il 5 aprile di quest'anno ed è tuttora in corso”, ha riferito una prima nota dei gesuiti boliviani, alla quale è seguita, alcuni giorni dopo, una seconda nota, nella quale la provincia locale ha comunicato di aver “deciso di sospendere immediatamente dalle loro attività i gesuiti che erano Provinciali al momento degli abusi per svolgere un'indagine sulle loro azioni nel caso” e “deliberato di sospendere dalle loro attività altri gesuiti che hanno prestato servizio come Provinciali negli anni successivi alla morte di Pedrajas per indagare se vi fossero denunce pubbliche non affrontate in quel momento”. Ribadendo la propria politica di “tolleranza zero” di fronte agli abusi, i gesuiti boliviani si sono scusati con le vittime “per il dolore causato” e hanno assicurato che “le denunce non possono essere ignorate, anche se il sacerdote coinvolto nei fatti è morto”.