Dmitrij, il disertore russo gay "tradito" da Scholz che aveva promesso asilo
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniWEIDENBERG - Dmitrij parla di se stesso sottovoce. È cresciuto in un Paese che odia gli omosessuali, è diventato grande sussurrando “queer”. Dmitrij è un ragazzo bellissimo, dal sorriso timido e l’aria un po’ imbronciata. “In Russia non si può dire che sei come me”. E anche se si considera “felice” nella sua attuale condizione, si dice “deluso” dalla Germania. O meglio, dall’impegno di Olaf Scholz di accogliere a braccia aperte tutti i disertori russi.
“Quando ho visto un video in cui il cancelliere prometteva di accettare tutti quelli che si rifiutano di combattere in Ucraina, sono scappato dalla Russia”. Ed è lì che è cominciata la sua avventura dal finale drammaticamente aperto.
WEIDENBERG - Dmitrij parla di se stesso sottovoce. È cresciuto in un Paese che odia gli omosessuali, è diventato grande sussurrando “queer”. Dmitrij è un ragazzo bellissimo, dal sorriso timido e l’aria un po’ imbronciata. “In Russia non si può dire che sei come me”. E anche se si considera “felice” nella sua attuale condizione, si dice “deluso” dalla Germania. O meglio, dall’impegno di Olaf Scholz di accogliere a braccia aperte tutti i disertori russi.
“Quando ho visto un video in cui il cancelliere prometteva di accettare tutti quelli che si rifiutano di combattere in Ucraina, sono scappato dalla Russia”. Ed è lì che è cominciata la sua avventura dal finale drammaticamente aperto.
Lehnert e Leitenbacher sono omosessuali dichiarati e sposati. E hanno accolto Dmitrij nella loro parrocchia in Franconia per evitare che venga riportato in Bulgaria: gli hanno offerto asilo ecclesiastico. Un espediente che serve a superare il periodo entro il quale i cosiddetti "dublinanti" devono essere rispediti nei Paesi europei di primo approdo in base al discutibilissimo “Regolamento di Dublino”. Superato quel lasso di tempo, possono chiedere regolarmente asilo in Germania.
Secondo Berlino, insomma, il disertore omosessuale russo Dmitrij non ha alcun diritto di rimanere in Germania. Deve essere rispedito nel Paese che gli ha emesso il primo visto in Europa. E se l’Ufficio per i migranti insistesse nel non riconoscere l’asilo ecclesiastico offerto dai due preti bavaresi, la polizia potrebbe andare a prelevarlo in qualsiasi momento per portarlo in Bulgaria. In ogni caso, fino allo scadere del periodo in cui non può chiedere asilo in Germania, Dmitrij non può fare un passo fuori dalla parrocchia.
Lui continua a non capire. “Quando mi hanno interrogato, all’aeroporto di Monaco, io ho spiegato che la Bulgaria è filorussa, che io sono omosessuale e che ho paura ad essere mandato lì. E ho ricordato alla polizia che Olaf Scholz aveva promesso di aiutare i disertori russi”. Ma non c’è stato verso.
Dmitrij è cresciuto in un paesino della Russia profonda senza il padre ed è rimasto orfano della madre a quindici anni. Quando ha cominciato a capire che ama gli uomini, ha provato a spostarsi a San Pietroburgo, pensando che una città lo avrebbe protetto di più. Ma anche lì, racconta, “odiano gli omosessuali, non potevo dire chi ero, non potevo vivere la mia condizione liberamente”. Allora si è spostato duemila chilometri a est, a Krasnodar, quasi al confine con la Georgia. Per scoprire che “c’era una tale violenza per le strade che per me la vita da omosessuale era diventata ancora più pericolosa”.
Poi è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina, la promessa in tv di Scholz e la sua decisione di lasciare il suo Paese. “Una liberazione”, sospira. Durata poco.