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Beatriz Flamini e i suoi 509 giorni da sola in una grotta: "Ho sofferto di solitudine e allucinazioni, ma non ho mai avuto paura"

Beatriz Flamini mentre esce dalla grotta il 14 aprile  
Intervista all'alpinista spagnola: "Il mondo è peggiorato. Adesso vivo in un van, ma vorrei tornare nella cavità" 
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Ha vissuto 70 metri sotto terra per quasi un anno e mezzo. Oscurità e silenzio totale. Nessuna persona, niente tecnologia: solo lei, i libri, l'uncinetto, la solitudine. Quando nel novembre 2021 l'alpinista madrilena Beatriz Flamini, 50 anni, è entrata nella grotta Los Gauchos (Granada), il mondo era ancora sotto scacco del Covid-19 e in Ucraina non c'era la guerra.

Voleva sfidarsi, poter essere utile alla scienza. Sapeva che l’essere umano non può vivere a lungo in certe condizioni, eppure ha superato l'impossibile: 509 giorni da record trascorsi in un anfratto che oggi - racconta in videochiamata a Repubblica da una montagna sulla Sierra di Madrid - già le manca. "Per questo sono in lutto", dice ridendo. Dopo aver ritrovato la luce del sole, il 14 aprile, l'unica scelta possibile per Flamini è stata di vivere in un van in mezzo alla natura: mentre lavora su mente e corpo, sul "ritor…

Ha vissuto 70 metri sotto terra per quasi un anno e mezzo. Oscurità e silenzio totale. Nessuna persona, niente tecnologia: solo lei, i libri, l'uncinetto, la solitudine. Quando nel novembre 2021 l'alpinista madrilena Beatriz Flamini, 50 anni, è entrata nella grotta Los Gauchos (Granada), il mondo era ancora sotto scacco del Covid-19 e in Ucraina non c'era la guerra.

Voleva sfidarsi, poter essere utile alla scienza. Sapeva che l’essere umano non può vivere a lungo in certe condizioni, eppure ha superato l'impossibile: 509 giorni da record trascorsi in un anfratto che oggi - racconta in videochiamata a Repubblica da una montagna sulla Sierra di Madrid - già le manca. "Per questo sono in lutto", dice ridendo. Dopo aver ritrovato la luce del sole, il 14 aprile, l'unica scelta possibile per Flamini è stata di vivere in un van in mezzo alla natura: mentre lavora su mente e corpo, sul "ritorno all'esterno", aspetta i risultati del team di scienziati TimeCave che per più di un anno l’ha monitorata per capire i segreti della sua impresa. "Io mi sono fatta solo una promessa: uscire migliore di quella che ero". Almeno per ora, sente di averla mantenuta.

Come si sente oggi, 500 giorni dopo l'oscurità?
"Sto bene ma sono, come dire, in lutto. Come quando qualcosa a cui tieni molto all'improvviso scompare. Sto elaborando, mentalmente e fisicamente, per tornare alla vita all'esterno. Ho passato molto tempo in silenzio: all'inizio mi costava parlare, trasmettere i pensieri".

Ha mai avuto paura?
"Mai. Nemmeno quando ho avuto allucinazioni visuali, sonore. Ero inquieta, ma non avevo timore. Eppure io... ho paura del buio. Per questo ho scelto la grotta: per affrontare le mie grandi paure, reali e irreali. Ma ce l'ho fatta. Mi sono spaventata solo quando ho perso molto peso. La paura paralizza, ti fa fare decisioni sbagliate, l'ho combattuta".

Cosa ha provato quando è uscita dalla grotta?
"Nella grotta c'è oscurità assoluta, non un atomo, un fotone, niente. Avevo una luce sulla testa e il mio cervello si è abituato a una visione solo frontale. Quella periferica è scomparsa completamente. Lo stesso vale per l'orizzonte: la mia vista arrivava solo fino a dove arrivava la mia luce. Non avevo il senso dell'altezza. Quando esci, non è solo la luce del giorno a sconvolgerti, ma anche l'orizzonte, le cose di lato. Riscopri il mondo, incontri di nuovo qualcosa che già conoscevi, ma ne hai una nuova coscienza, completa".

Per esempio coscienza della natura?
"Adesso vivo in un furgone, sulla Sierra di Madrid, su una montagna dove da ragazzina ho imparato a camminare, a scalare. È impressionante, è come se non l'avessi mai vista prima. Ora sono molto più cosciente del luogo, della natura, delle emozioni umane, della mia esistenza qui, fuori. E tutto ha molto più senso".

L'unica luce per Flamini era quella che aveva sulla testa che l'ha abituata a una visione solo frontale 

Perché ha deciso di provare un'esperienza così estrema?
"Avevo un progetto simile che volevo tanto realizzare in Mongolia, da 'sola e autosufficiente' , ma con la pandemia si è fermato tutto nel 2019, 15 giorni prima di prendere l'aereo. Per quello mi sono messa a pensare se ero pronta mentalmente e emozionalmente per chiudermi davvero. Avevo dei dubbi, così ho deciso di togliermeli, sfidando le mie paure: non sono una speleologa ma una alpinista, però l'attività in grotta mi sembrava una buona missione. Così investigando ho scoperto che una persona era riuscita a rimanere 465 giorni dentro, anche se in maniera differente dalla mia. Mi sono detta: se c'è un essere umano che ce l’ha fatta posso farlo anche io. Farò 500 giorni".

Così è nato TimeCave. Prima allenamento, poi progetto scientifico. Che contributo darà alla scienza?
"Time Cave è un allenamento sportivo pensato solo per me, di resistenza. Mentre l'ho sviluppato pensavo: potrebbe essere utile ad altri? Così ho mandato mail a università, psicologi, chiedendo se poteva interessare. Da quel momento è iniziato tutto. In tanti, volontariamente, hanno deciso di monitorarmi: ora stanno elaborando i miei dati e quando starò ancora meglio mi metterò nelle mani degli scienziati, lavoreremo in laboratorio. Fornirò loro dati sulla resistenza umana, per l'attività spaziale, per studi sul sistema circadiano, per la psicologia dato che nella grotta ho fatto dei test".

Come capiva il passare dei giorni?
"Impossibile. Ci ho provato, per esempio facendo calcoli in base alle mie mestruazioni o ai momenti in cui andavo di corpo. Ma non riuscivo a capire giorno, notte, ore. E poi più volte mi è cambiato il ciclo. Nella grotta non c'era nulla di regolare".

Per il collasso del clima, altre persone  stanno pensando a rifugi dove rinchiudersi in futuro. Ha consigli da dare?
"A chiunque si chiude nell'oscurità attenzione: all'inizio il corpo perde molto peso per la perdita del senso del tempo, ti dimentichi di mangiare".

Un anno e mezzo totalmente sola. Che cosa ha imparato della solitudine?
"Che è molto dura. Non tanto perché ti senti sola, ma perché la sensazione di abbandono che hai è brutale ed esiste, è reale. L'unica cosa che si può fare è lavorare sull'umore. Devi permetterti di sentire la tristezza, di piangere. Non devi mettere le emozioni negative in un angolo. Odio, pena, depressione, qualunque negatività: guardale in faccia. E farti domande: perché piango? Perchè sento questo? Bisogna dedicargli tempo per capire che si sta esistendo e questa esistenza deve farci ridere. Se sono riuscita ad affrontare così a lungo la grotta è perchè ho riso tanto".  

Adesso è ancora "sola e autosufficiente"?
"Ora no, sono nelle mani di allenatori per il corpo e della mia psicologa sportiva per la mente. Ma poi lo sarò. Ho scelto di vivere in un van sulla montagna perché è la cosa migliore che potevo fare. Se sto nella società, in una casa e poi vado sul monte, ogni volta che torno devo adattarmi. Non voglio questo, voglio essere sola e autosufficiente come forma di vita. Non significa che sia antisociale, sto solo facendo un lavoro onesto con me stessa, inseguendo quel che cerco. L'unica promessa che mi sono fatta prima di entrare nella grotta è stata di uscire migliore di quella che ero".

L'esercizio fisico nella grotta 

Che cosa le è mancato di più durante l'isolamento?
"Nella prima conferenza stampa, appena fuori, dissi 'niente'. Non è vero, ora ricordo: mi mancava la macchina fotografica. Quando ho pensato all'isolamento mi sono data delle regole: nessun dispositivo, nessun riflesso o specchio per vedere me stessa, nulla. Mi piace fotografare, avrei voluto immortalare il momento. Adesso, uscita, è strano: la uso poco, faccio giusto qualche scatto col telefono".

C'è stato un momento in cui ha pensato di mollare?
"La parte più difficile di tutto non è stata uscire, ma entrare un'altra volta e fino alla fine. Avevo un patto con gli speleologi che mi seguivano: dovevano sapere che stavo bene. Per avere informazioni serviva un router - lo stesso del pulsante antipanico -  installato nella grotta.  A un certo punto l'umidità ha raggiunto il 96%, le pareti erano piene d'acqua e si è rotto interrompendo la comunicazione. Così, senza avvicinarsi e farsi vedere da me, sono scesi a cambiarlo per protocollo. Una volta fatto io sono rientrata, ma non si sa perché il nuovo apparecchio emetteva una specie di infrasuono. Ho cominciato ad avere sintomi fisici sempre più gravi e poi a sanguinare dal naso, allora ho pensato: sto rischiando, non voglio giocarmi la vita, conosco i limiti. Mi sono isolata in una tenda, il team è sceso a cambiarlo di nuovo. A quel punto dovevo rientrare di nuovo nella grotta: durissima".

Le importa che il record venga riconosciuta dal Guinness?
"No, non tanto, non sono competitiva. Sono una sportiva estrema e mi importa di più il fatto di non aver mai pensato di schiacciare il bottone antipanico".

Tornerebbe nella grotta?
"Sì, ma non in questa forma 'ferma'. Nel senso che nella grotta non potevo esplorare tunnel o spostarmi per via dell'accordo preso col team per l'esperimento, ma in futuro, ed è già in programma, vorrei fare un altro test più dinamico. Però la prima cosa che voglio fare una volta ripresa è scalare una grande parete, e poi resta il mio sogno in Mongolia".

Dei 60 letti, quale libro l'ha aiutata di più?
"Quelli di speleologia, di esplorazione. Ho compreso molte cose utili".

Dal novembre 2021 ad aprile 2023 lei non ha saputo nulla del mondo. Una volta uscita che notizia l'ha sconvolta?
"Non una in concreto. Diciamo che quando sono entrata mi sono detta: quando esco spero che il mondo sarà migliore di prima. Ma non lo era. Potrei dire per la guerra, ma non solo quello, c'è il cambiamento climatico e tanto altro. Avrei voluto notizie migliori, ma sembra che stiamo peggiorando. La storia e gli errori si ripetono".

Il team di Flamini  

Mesi e mesi senza tecnologia. In questo è una vera esperta. Cosa consiglia a chi vuole uscire dalla dipendenza di like e smartphone?
"Il primo passo che ho fatto dieci anni fa iniziando a lavorare su solitudine e autosufficienza: usare il telefono, inteso come internet, massimo un'ora al giorno. E in un mese almeno una settimana senza mai essere connessi. Capisco che molte professioni non lo permettono ma...provateci e vedrete".

Chiudiamo con una curiosità. Confessi, a quale piatto ha pensato tutto il tempo?
"Pollo grigliato e patatine fritte. Ho seguito il mio programma nutrizionale, non mi è mancato nulla e alla fine le analisi erano perfette, i medici erano stupiti. Però sì, sognavo l'idea del pollo, a volte la pizza. Ora sto tornando a mangiare cose varie, ma soprattutto frutta e verdura cruda. È impressionante, mi sento come un animale: se vedo un broccolo devo afferrarlo e mangiarlo. Mi fa stare bene. Non mi importa del mio aspetto fisico perchè mentalmente alla fine, vi dirò, mi sento davvero una persona migliore di quando sono entrata. Ci sono riuscita".