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La parata mesta di Putin circondato da sette scudi umani

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Il leader si presenta circondato dai capi delle Repubbliche ex Urss. Nuovo attacco di Prigozhin che ora critica anche il “nonno felice"
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MOSCA - La tv di Stato non li inquadra, ma sulle torri merlate del Cremlino sono appostati i cecchini e sulla cupola del Palazzo del Senato si scorgono ancora i segni dell'impatto dei due droni che una settimana prima hanno violato la cittadella del potere. Il centro di Mosca è spettrale: chiuso al traffico, presidiato da militari, agenti Omon, poliziotti e cani anti-esplosivo.

Il Giorno della Vittoria, che ogni 9 maggio commemora il trionfo dell'Urss sulla Germania nazista nel '45, la più importante festa ufficiale nella Russia di Vladimir Putin e pilastro della sua ideologia, diventa una prova della sconfitta.

L'arrivo di Putin alla parata per la Giornata della Vittoria

È l'esibizione di un leader sulla difensiva costretto a chiamare a raccolta i capi di Stato delle ex Repubbliche Sovietiche, invitati alla vigilia come scudi umani inconsapevoli per scongiurare nuove provocazioni.

All'ap…

MOSCA - La tv di Stato non li inquadra, ma sulle torri merlate del Cremlino sono appostati i cecchini e sulla cupola del Palazzo del Senato si scorgono ancora i segni dell'impatto dei due droni che una settimana prima hanno violato la cittadella del potere. Il centro di Mosca è spettrale: chiuso al traffico, presidiato da militari, agenti Omon, poliziotti e cani anti-esplosivo.

Il Giorno della Vittoria, che ogni 9 maggio commemora il trionfo dell'Urss sulla Germania nazista nel '45, la più importante festa ufficiale nella Russia di Vladimir Putin e pilastro della sua ideologia, diventa una prova della sconfitta.

L'arrivo di Putin alla parata per la Giornata della Vittoria

È l'esibizione di un leader sulla difensiva costretto a chiamare a raccolta i capi di Stato delle ex Repubbliche Sovietiche, invitati alla vigilia come scudi umani inconsapevoli per scongiurare nuove provocazioni.

All'appello rispondono in sette: l'alleato di ferro bielorusso Aleksandr Lukashenko che si presenta con una mano fasciata, si muove a bordo di una mini-car e salta il pranzo di Stato per poi comparire alle commemorazioni a Minsk; l'armeno Nikol Pashinjan e i partner recalcitranti degli Stan, dal già annunciato kirghizo Sadyr Zhaparov al kazako Kassym-Jokart Tokaev.

Insieme a decine di guardie con gli occhiali scuri, attorniano Putin mentre arriva in Piazza Rossa e siedono ai suoi lati tra i veterani pluridecorati. Lo ascoltano mentre prende la parola, il nastro di San Giorgio appuntato sul petto. "Oggi la civiltà si trova di nuovo a un punto di svolta. Contro la nostra patria è stata scatenata una vera e propria guerra", esordisce il presidente russo.

È il ribaltamento della realtà portato all'estremo. Putin parla di "pace", ma poche ore prima ha lanciato missili contro Kiev. Il popolo ucraino non è vittima dell'offensiva russa, ma "ostaggio di un golpe e del regime criminale di marionette" dell'Occidente, una "moneta di scambio". "Guerra" non è quella scatenata da Mosca contro Kiev, che continua a chiamare eufemisticamente "operazione militare speciale", bensì quella delle "élite globaliste occidentali" che "dividono le società, provocano conflitti sanguinari, seminano russofobia e nazionalismi, distruggono i valori tradizionali" con l'obiettivo di "voler provocare il collasso e la distruzione del Paese".

Addossare la colpa all'Occidente è il suo modo di giustificare le battute di arresto di quella che doveva essere un'offensiva lampo. Non avendo nessun successo presente da rivendicare, Putin deve riciclare gli argomenti della sua ritrita retorica anti-occidentale e rivendicare i trionfi del passato. Non ha neppure più minacce vuote da offrire: lo sfregio al Cremlino, i continui attacchi alle infrastrutture, gli attentati non hanno innescato nessuna spaventosa rappresaglia.

Si rivolge ai soldati, e in particolare a chi "partecipa all'operazione speciale": "La sicurezza del Paese dipende da voi. Tutti sono pronti ad aiutare, pregando per voi". Ritorna sul parallelismo tra il 1945 e il presente che fu il leitmotiv un anno fa. "Le battaglie decisive per il destino della nostra Patria sono sempre state patriottiche, nazionali e sacre".

Putin vuole ostentare normalità, ma non fa sfrecciare i caccia per timore di attentati dall'alto e non ha carri armati moderni da sfoggiare perché sono tutti impegnati al fronte in attesa della temuta "controffensiva ucraina". C'è soltanto un tank, un T-34, modello sovietico, ad aprire come da tradizione la colonna di mezzi, missili e veicoli corazzati, tra cui i nuovi Spartak e Akhmat, l'unica novità.

Tra gli 8mila uomini che sfilano sotto un sole primaverile, il numero più basso dal 2008, ci sono anche 530 reduci dal fronte ucraino. La cerimonia si chiude in appena 47 minuti. Tra i veterani che Putin si ferma a salutare dopo aver deposto fiori davanti al monumento al Milite ignoto, c'è anche una donna che tiene tra le mani il ritratto di un "eroe". Non è un caduto nella Seconda guerra mondiale, ma uno dei tanti soldati morti in Ucraina. Ma è un caso solitario.

Annullato il Reggimento immortale, il corteo di cittadini che mostrano le foto ingiallite dei loro familiari che hanno combattuto contro i nazisti, non c'è nessuna fiumana umana a invadere le strade, soltanto un centinaio di persone che si è dato appuntamento al Gorkij Park. Se non fosse per qualche auto che sfreccia mostrando il tricolore russo o la bandiera sovietica o per i fuochi d'artificio serali, sembrerebbe un giorno come altri.

C'è poco da festeggiare. Ma i nazionalisti apprezzano lo sforzo di sobrietà. "I mezzi servono al fronte", dicono. Soltanto Evgenij Prigozhin non manca di lanciare la sua invettiva giornaliera. Inveisce contro un imprecisato "nonno felice" convinto che tutto vada bene in Ucraina. Una locuzione che sembra ricalcare l'appellativo con cui l'oppositore Aleksej Navalnyj di solito apostrofa Putin: "nonno nel bunker". Un riferimento che potrebbe costar caro al capo di Wagner.