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Perché il governo talebano aderisce alla Via della Seta

 Il ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi (ansa)
Mentre l'Italia cerca di uscire dall'accordo che risale al primo governo Conte, Kabul lo firma nella speranza di uscire dall'isolamento internazionale a quasi due anni dall'ascesa al potere
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Il governo dei talebani in Afghanistan aderisce alla cosiddetta Via della Seta, anche conosciuta con la sigla Bri (Belt and Road Initiative), il grande progetto d'integrazione infrastrutturale e logistico che dovrebbe portare a una connessione più facile con la Cina - e anche a rapporti più stretti dal punto di vista culturale e politico. Proprio mentre il governo italiano cerca una via di uscita dallo stesso accordo, che risale al primo governo Conte ed è considerato compromettente perché sottintende una vicinanza fraterna con Pechino, i talebani lo firmano nella speranza di rompere il loro isolamento internazionale a quasi due anni dalla conquista di Kabul e dalla loro ascesa al potere. 

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Il governo dei talebani in Afghanistan aderisce alla cosiddetta Via della Seta, anche conosciuta con la sigla Bri (Belt and Road Initiative), il grande progetto d'integrazione infrastrutturale e logistico che dovrebbe portare a una connessione più facile con la Cina - e anche a rapporti più stretti dal punto di vista culturale e politico. Proprio mentre il governo italiano cerca una via di uscita dallo stesso accordo, che risale al primo governo Conte ed è considerato compromettente perché sottintende una vicinanza fraterna con Pechino, i talebani lo firmano nella speranza di rompere il loro isolamento internazionale a quasi due anni dalla conquista di Kabul e dalla loro ascesa al potere. 

Il ministro degli Esteri dei talebani, Amir Khan Muttaqi, ha discusso l'iniziativa con il ministro degli Esteri cinese Qin Gang e con quello del Pakistan, Bilawal Bhutto Zardari, in un incontro a Islamabad, in Pakistan, avvenuto sabato 6 maggio. Gli afghani si uniscono in particolare al cosiddetto corridoio sino-pachistano, un progetto da sessanta miliardi di dollari già in corso d'opera che è un pezzo della Via della Seta e dovrebbe facilitare gli scambi commerciali fra i tre Paesi. 

In molti si aspettavano che dopo il ritiro degli americani avvenuto nell'estate 2021, e con addosso il peso delle sanzioni internazionali, i talebani si sarebbero gettati nelle braccia della Cina per fare accordi economici e politici. In parte è quello che sta accadendo. Del resto Pechino è uno degli unici quattro paesi - con Russia, Iran e Pakistan - ad avere riconosciuto il governo talebano di Kabul come legittimo fin da subito, senza preoccuparsi delle imposizioni durissime contro le donne. In cambio si pensava che le aziende cinesi avrebbero presto aumentato la loro presenza sul territorio afghano, per sfruttare le grandi risorse come le miniere di rame e di litio - che serve a produrre le batterie elettriche. Invece questo abbraccio con la Cina sta andando a rilento, c'è molta cautela.

Le aziende e il governo cinesi sono preoccupati per le condizioni di sicurezza in Afghanistan. Lo Stato islamico - che in quella regione si fa chiamare Stato islamico nella provincia del Khorasan - aggredisce spesso e in modo sistematico gli interessi cinesi in quell'area. Ha piazzato una bomba in un hotel di Kabul frequentato da uomini d'affari cinesi, ha rapito e ucciso lavoratori cinesi al confine con il Pakistan e nei suoi comunicati incita i suoi combattenti a colpire i segni della presenza della Cina. Nella propaganda dello Stato islamico, il fatto che i talebani facciano affari con il regime ateo cinese è una prova del fatto che non sono veri musulmani ma impostori. Da parte loro, le forze di sicurezza talebane conducono campagne spietate per sradicare le cellule dello Stato islamico dal territorio, ma per ora non possono rivendicare il successo completo. 

L'adesione alla Via della Seta da parte dei talebani passa per il già menzionato Corridoio sino-pachistano nel vicino Pakistan, ma anche lì le condizioni di sicurezza sono poco adatte a fare piani a lungo termine. Ieri l'arresto dell'ex primo ministro Imran Khan ha scatenato rivolte di strada in molte città del Paese.